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Potenze dell’Amore

Potenze dall’Amore

Potenze dell’Amore – Gesù racconta della Madre – Un giorno, udite, mi raccontava di quando era una fanciullina. Non aveva ancora tre anni perché ancora non era nel Tempio, e il cuore le si frangeva d’amore dando, come fiore e uliva pigiati e franti nel torchio, tutti i suoi oli e i suoi profumi. E in un delirio d’amore diceva alla madre sua che voleva esser vergine per piacere di più al Salvatore, ma che avrebbe voluto essere peccatrice per potere essere salvata, e quasi piangeva perché la madre non la capiva e non sapeva dirle come si può fare ad essere la “pura” e la “peccatrice” insieme.

 

Le dette pace suo padre portandole un piccolo passero che egli aveva salvato mentre pericolava sull’orlo di una fontana. Le fece la parabola dell’uccellino, dicendo che Dio l’aveva salvata in anticipo e che perciò Lei lo doveva benedire due volte. E la piccola Vergine di Dio, la grandissima Vergine Maria, esercitò la sua prima maternità spirituale su quel nidiace che Ella rese al volo quando fu forte, ma che non lasciò mai più l’orto di Nazaret, consolando coi suoi voli e coi suoi cinguettii la triste casa e i tristi cuori di Anna e Gioacchino dopo che Maria fu nel Tempio. Morì poco prima che spirasse Anna… Aveva finito il suo compito… Mia Madre si era votata alla verginità per l’amore. Ma aveva, essendo creatura perfetta, la maternità nel sangue e nello spirito. Perché la donna è fatta per essere madre, ed è aberrazione quando è sorda a questo sentimento, che è amore di seconda potenza…» Si sono accostati anche gli altri, piano piano. «Cosa vuoi dire, Maestro, dicendo amore di seconda potenza?» chiede Giuda Taddeo. «Fratello mio, vi sono molti amori e di diverse potenze. Vi è l’amore di prima potenza: quello che si dà a Dio. Poi l’amore di seconda potenza: quello materno o paterno, perché se il primo è tutto spirituale, questo è per due parti spirituale e per una sola carnale. Vi si mescola, sì, il sentimento affettivo umano, ma vi predomina il superiore, perché un padre e una madre, sanamente e santamente tali, non danno solo cibo e carezze alla carne del figlio, ma anche nutrimento e amore alla mente e allo spirito della loro creatura. E tanto è vero ciò che dico, che chi si vota all’infanzia, anche se unicamente per istruirla, finisce ad amarla come fosse sua carne». «Io li amavo infatti molto i miei discepoli» dice Giovanni di Endor. «Ho compreso che dovevi essere un buon maestro vedendo come ti comporti con Jabé». L’uomo di Endor si china e bacia la mano di Gesù senza parlare. «Continua, ti prego, la tua classificazione degli amori» prega lo Zelote. «Vi è l’amore per la compagna: amore di terza potenza perché fatto per metà – parlo sem- pre dei sani e santi amori – di spirito e per metà di carne. L’uomo per la sposa è un maestro e un padre, oltre che sposo; e la donna per lo sposo è un angelo e una madre oltre che sposa. Questi sono i tre amori più elevati». 5«E l’amore del prossimo? Non sbagli? O lo hai dimenticato?» chiede l’Iscariota. Gli altri lo guardano stupiti e… feroci per l’osservazione. Ma Gesù risponde placido: «No, Giuda. Ma osserva. Dio va amato perché è Dio, dunque non necessita nessuna spie- gazione per persuadere a questo amore. Egli è Colui che è, ossia il Tutto; e l’uomo, il nulla che diviene partecipe del Tutto per l’anima infusa dall’Eterno – senza quella l’uomo sarebbe uno dei tanti animali bruti che vivono sulla terra o nelle acque o nell’aria – deve adorarlo per dovere e per meritare di sopravvivere nel Tutto, ossia per meritare di divenire parte del popolo santo di Dio in Cielo, cittadino della Gerusalemme che non conoscerà profanazioni e distruzioni in eter- no. L’amore dell’uomo, e specie della donna, alla prole, ha indicazione di comando nelle parole 139 di Dio ad Adamo ed Eva dopo averli benedetti, vedendo di aver fatto “cosa buona”, in un lon- tano sesto giorno, il primo sesto giorno del creato. Disse loro: “Crescete e moltiplicatevi e riempite la terra…”. Vedo la tua inespressa obbiezione e ti rispondo subito così: posto che nel creato avanti la colpa tutto era regolato e basato sull’amore, questo moltiplicarsi dei figli sarebbe stato amore, santo, puro, potente, perfetto. E Dio lo ha dato per primo comando all’uomo: “Crescete, moltiplicatevi”. “Amate perciò, dopo di Me, i vostri figli”. L’amore quale ora è, il generatore attuale dei figli, allora non era. La malizia non era e con essa non era l’esecrata fame del senso. L’uomo amava la donna e la donna l’uomo, naturalmente, non naturalmente secondo natura quale noi l’intendiamo o, meglio, come voi uomini l’intendete, ma secondo natura di figli di Dio: soprannaturalmente. Dolci, primi giorni d’amore fra i due che erano fratelli, perché nati da un Padre unico, e che pure erano sposi, e che nell’amarsi si guardavano con gli innocenti occhi di due gemelli nella cuna; e l’uomo provava l’amor di padre per la compagna “osso delle sue ossa e carne della sua carne”, così come è il figlio per un padre; e la donna conosceva la gioia d’esser figlia, ossia protetta da un amore ben alto, perché sentiva di avere in sé qualcosa di quello splendido uomo che l’amava, con innocenza e angelico ardore, nei bei prati dell’Eden! Dopo, nell’ordine dei comandi dati da Dio, con un sorriso, ai suoi pargoli diletti, viene quel- lo che lo stesso Adamo, dotato per la Grazia di una intelligenza seconda solo a quella di Dio, decreta, parlando della compagna e di tutte le donne in lei, il decreto del pensiero di Dio, che si rifletteva netto sul terso specchio dello spirito di Adamo e fioriva in pensiero e in parola: “L’uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà alla sua moglie e i due saranno una carne sola”. Se non ci fossero stati i tre piloni dei tre amori sopraddetti, avrebbe potuto esserci l’a- more di prossimo? No. Non avrebbe potuto esserci. L’amore di Dio fa Dio amico e insegna l’a- more. Chi non ama Dio, che è buono, non può certo amare il prossimo, che in maggioranza è difettoso. Se non ci fossero stati amor coniugale e paternità nel mondo, non avrebbe potuto esserci prossimo, perché il prossimo è fatto dei figli nati dagli uomini. Sei persuaso?». «Sì, Maestro. Non avevo riflettuto». «È infatti difficile risalire alle sorgenti. L’uomo è ormai confitto da secoli e millenni nel fan- go, e quelle sorgenti sono talmente sulle cime! La prima, poi, è una sorgente che viene da un abisso di altezza: Dio… Ma Io vi prendo per mano e vi conduco alle sorgenti. So dove sono…» 6«E gli altri amori?» chiedono insieme Simone Zelote e l’uomo d’Endor. «Il primo della seconda serie è quello del prossimo. In realtà è il quarto in potenza. Poi viene l’amore alla scienza. Indi l’amore al lavoro». «E basta?». «E basta». «Ma vi sono molti altri amori!» esclama Giuda Iscariota. «No. Vi sono altre fami. Ma non sono amori. Sono “disamori”. Negano Dio, negano l’uomo. Non possono perciò essere amori, perché sono negazioni e la negazione è odio». «Se io nego di acconsentire al male è odio?» chiede ancora Giuda Iscariota. «Miseri noi! Ma sei più cavilloso di uno scriba! Mi dici che hai? E’ l’aria fina di Giudea che ti pizzica i nervi come un crampo?» esclama Pietro. «No. Mi piace istruirmi e avere molte idee, e chiare. Qui è facile parlare per l’appunto con scribi. Non voglio rimanere a corto di argomenti». «E credi di potere, in quel momento che ti occorre, tirare fuori la filaccia del colore richiesto dal sacco dove zavorri tutti questi cenci?» interroga Pietro. «Cenci le parole del Maestro? Tu bestemmi!». «Non mi fare lo scandalizzato. In bocca a Lui non sono cenci, ma una volta che vengono malmenate da noi lo divengono. Prova tu a dare un bisso prezioso in mano di un bambino… Dopo poco è uno sbrendolo sporco e lacerato. Quello che succede a noi… Ora se tu pretendi di pescare al momento buono il brandellino che ti serve, fra che è brandellino e fra che è sporco… uhm! non so che combinerai». «Tu non ci pensare. Sono affari miei». «Oh! sta’ certo che non ci penso! Ne ho basta dei miei. E poi!… Mi contento che tu non faccia danno al Maestro. Perché, in questo caso, penserei anche agli affari tuoi…» «Quando farò male lo farai. Ma non sarà mai, perché io so fare… Non sono un ignorante io…» «Lo sono io, lo so. Ma, appunto perché lo so, non zavorro nulla per sventolarlo poi al mo- mento buono. Ma mi raccomando a Dio, e Dio mi aiuterà per amore del suo Messia di cui io sono il servo più infimo e più fedele». 140 «Fedeli siamo tutti!» ribatte arrogante Giuda. «Oh! cattivo! Perché offendi il padre mio? E’ vecchio, è buono. Non devi. Sei un cattivo uomo e mi fai paura» dice Jabé severo, rompendo il silenzio attento in cui era. «E due!» esclama a bassa voce Giacomo di Zebedeo urtando col gomito Andrea. Ha parlato piano, ma l’Iscariota ha sentito. «Vedi, Maestro, se le parole dello stolto bambino di Magdala hanno lasciato un segno?» di- ce Giuda acceso di stizza. 7«Ma non sarebbe più bello continuare la lezione del Maestro anziché sembrare tanti ca- pretti imbizziti?» chiede il pacifico Tommaso. «Ma sì, Maestro. Parlaci ancora di tua Madre. È così luminosa la sua infanzia! Ci fa l’anima vergine per riflesso, ed io, povero peccatore, ne ho tanto bisogno!» esclama Matteo. «Che vi devo dire? Sono tanti episodi, uno più dolce dell’altro… Lei te li ha narrati?». «Qualcuno. Ma molti di più Giuseppe, come il più bel racconto a Me fanciullo, e anche Alfeo di Sara che, essendo di pochi anni più vecchio di mia Madre, le fu amico nei brevi anni che Lei fu a Nazaret». «Oh! racconta…» prega Giovanni. Sono tutti in cerchio, seduti all’ombra degli ulivi, con Jabé al centro che guarda fisso Gesù come udisse una paradisiaca fiaba. «Vi dirò la lezione di castità che diede mia Madre, pochi giorni avanti l’entrata nel Tempio, al suo piccolo amico e a molti altri. Si era sposata quel giorno una fanciulla di Nazaret, parente di Sara, e anche Gioacchino ed Anna erano stati invitati alle nozze. Con essi la piccola Maria, che con altri bambini aveva l’incarico di gettare petali sfogliati sul cammino della sposa. Dicono che era bellissima, da piccina, e tutti se la contendevano dopo la festosa entrata della sposa. Era molto difficile vedere Maria perché Ella viveva molto in casa, amando una grotticella, che Lei chiama tuttora “dei suoi sponsali”più di ogni luogo. Quando perciò era vista, bionda, rosea e gentile, era accasciata dalle carezze. La chiamavano “il fiore di Nazaret”, oppure “la perla di Galilea”, o anche “la pace di Dio” a ricordo di un arcobaleno enorme venuto improvviso al suo primo vagito. Era ed è infatti tutto questo e più ancora. E’ il Fiore del Cielo e del creato, è la Perla del Paradiso, è la Pace di Dio… Sì, la Pace. Io sono il Pacifico perché sono Figlio del Padre e figlio di Maria: la Pace infinita e la Pace soave. Quel giorno tutti la volevano baciare e prendere in grembo. E Lei, schiva di baci e di con- tatti, disse con una gravità gentile: “Ve ne prego. Non mi sgualcite”. Credettero parlasse della sua veste di lino, cinta di una fascia d’azzurro alla vita, ai piccoli polsi, al collo… oppure della ghirlandetta di fiorellini azzurri di cui Anna l’aveva incoronata per trattenerle a posto i riccioli lievi, e l’assicurarono che non le avrebbero sgualcita né veste né ghirlanda. Ma Lei, sicura, piccola donna di tre anni ritta fra un cerchio di adulti, disse seria: “Non penso a ciò che si ripara. Parlo dell’anima mia. E’ di Dio…

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