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Anna con un cantico annunzia di esser madre.

Anna con un cantico annunzia di esser madre.

4. Nel suo seno è l’anima immacolata di Maria.
Poema: I, 5
24 agosto 1944.
1Rivedo la casa di Gioacchino ed Anna. Nulla è mutato nell’interno, se si toglie i molti rami
fioriti, messi in anfore qua e là, certo frutto delle potature fatte sugli alberi dell’orto che sono
tutti in fiore: una nuvola che svaria dal bianco neve al rosso di certi coralli. Anche il lavoro di
Anna è diverso. Su un telaio più piccolo dell’altro ella tesse delle belle tele di lino, e canta, ritmando
il moto del piede sul canto. Canta e sorride…
A chi? A se stessa, a qualche cosa che ella vede nel suo interno. Il canto, lento e pur lieto –
che ho scritto a parte per seguirlo, perché lo ripete più volte come beandosi di esso, e lo dice
sempre più forte e sicuro, come chi ha ritrovato un ritmo nel suo cuore e prima lo mormora in
sordina e poi, sicuro, va più spedito e alto di tono – dice (e lo trascrivo perché, nella sua semplicità,
è tanto dolce):
«Gloria al Signore onnipotente che dei figli di Davide ebbe amore. Gloria al Signore!
La sua suprema grazia dal Ciel m’ha visitata.
La vecchia pianta ha messo nuovo ramo, ed io son beata.
Per la festa delle Luci gettò seme la speranza;
or di nisam la fragranza lo vede germogliar.
Come il mandorlo si infiora la mia carne a primavera.
Il suo frutto, sulla sera, essa sente di portar.
Su quel ramo sta una rosa, sta un pomo dei più dolci.
Sta una stella rilucente, sta un pargolo innocente.
Sta la gioia della casa, dello sposo e della sposa.
Lode a Dio, al mio Signore, che pietà ebbe di me.
Me lo disse la sua luce: “Una stella a te verrà”.
Gloria, gloria! Tuo sarà questo frutto della pianta,
primo e estremo, santo e puro come dono del Signor.
Tuo sarà, e per lui venga gioia e pace sulla terra.
Vola, o spola. Il filo serra per la tela dell’infante.
Egli nasce! A Dio osannante vada il canto del mio cuor».
2Entra Gioacchino quando ella sta per ripetere per la quarta volta il suo canto. «Sei felice,
Anna? Mi sembri un uccello che faccia primavera. Che canto è mai questo? Non l’ho mai udito
da nessuno. Da dove ci viene?».
«Dal mio cuore, Gioacchino». Anna si è alzata ed ora si dirige verso lo sposo, tutta ridente.
Pare più giovane e più bella.
«Non ti sapevo poeta» dice il marito, guardandola con palese ammirazione. Non sembrano
due sposi attempati. Nei loro sguardi è una tenerezza da giovani sposi. «Sono venuto dal fondo
dell’orto udendoti cantare. Erano anni che non sentivo la tua voce di tortora innamorata. Vuoi
ripetermi quel canto?».
«Te lo ripeterei anche se tu non lo chiedessi. I figli di Israele hanno sempre affidato al canto
i gridi più veri delle loro speranze, e gioie, e dolori. Io ho affidato al canto la cura di dirmi e di
dirti una grande gioia. Sì, anche di dirmela, perché è cosa così grande che, per quanto ne sia
certa, ormai, mi sembra ancora non vera…» e ricomincia il canto, ma arrivata al punto: «su
quel ramo sta una rosa, sta un pomo dei più dolci, sta una stella…» la sua ben tonata voce di
contralto si fa prima tremula e poi si spezza, e con un singhiozzo di gioia ella guarda Gioacchino
e, alzando le braccia, grida: «Sono madre, mio diletto!» e gli si rifugia sul cuore, fra le
braccia che egli ha tese e che ora ha rinserrate intorno alla sua sposa felice. Il più casto e felice
abbraccio che io abbia visto da quando sono al mondo. Casto e ardente nella sua castità. Il
dolce rimprovero fra i capelli bianco-neri di Anna: «E non me lo dicevi?».
«Perché volevo esserne certa. Vecchia come sono… sapermi madre… Non lo potevo credere
vero… e non volevo darti una delusione più amara di tutte. E’ dalla fine del dicembre che io
sento farsi nuove le mie viscere profonde e mettere, come dico, un nuovo ramo. Ma ora su
quel ramo è sicuro il frutto… Vedi? Quella tela è già per quello che verrà».
«Non è il lino che hai comperato a Gerusalemme in ottobre?».
«Sì. L’ho poi filato mentre attendevo… e speravo. 3Speravo perché l’ultimo giorno, mentre
pregavo nel Tempio, il più possibile che sia per una donna presso la Casa di Dio, ed era già se9
ra… ricordi che dicevo: “Ancora, ancora un poco”. Non sapevo staccarmi di là senza aver avuto
grazia! Ebbene, nell’ombra che già scendeva, dall’interno del luogo sacro, che io guardavo con
attrazione d’anima per strappare un assenso dal Dio presente, ho visto partire una luce, una
scintilla di luce bellissima. Era candida come luna, eppure aveva in sé tutte le luci di tutte le
perle e gemme che sono sulla terra. Pareva che una delle stelle preziose del Velo, le stelle poste
sotto ai piedi dei cherubini, si staccasse e divenisse splendida di una luce soprannaturale…
pareva che da oltre il Velo sacro, dalla Gloria stessa, partisse un fuoco e venisse a me veloce,
e nel tagliare l’aria cantasse con voce celeste dicendo: “Ciò che hai chiesto ti venga”. E’ per
quello che io canto: “Una stella a te verrà”. Che figlio sarà mai il nostro, che si manifesta come
luce di stella nel Tempio e che dice: “Io sono “nella festa delle Luci? Che tu abbia visto giusto
pensandomi una nuova Anna d’Elcana? 4Come la chiameremo la creatura nostra, che dolce
come canto d’acque sento parlarmi in seno col suo piccolo cuore che batte e batte come quello
di una tortorina presa fra il cavo delle mani?».
«Se sarà maschio, la chiameremo Samuele. Se femmina, Stella. La parola che ha fermato il
tuo canto per darmi questa gioia di sapermi padre. La forma che ha preso per manifestarsi fra
la sacra ombra del Tempio».
«Stella. La nostra stella, perché, non so, penso, penso sia una bambina. Mi pare che carezze
così dolci non possano venire che da una dolcissima figlia. Perché io non la porto, non ne ho
sofferenza. E’ lei che porta me su un sentiero azzurro e fiorito, come se io fossi sorretta da angeli
santi e la terra fosse già lontana… Ho sempre sentito dalle donne dire che il concepire e il
portare è dolore. Ma io non ho dolore. Mi sento forte, giovane, fresca più di quando ti donai la
mia verginità nella giovinezza lontana. Figlia di Dio – poiché è di Dio più che nostra questa che
nasce da un tronco inaridito – alla sua mamma non dà pena. Ma solo le porta pace e benedizione:
i frutti di Dio, suo vero Padre».
«Maria allora la chiameremo. Stella del nostro mare, perla, felicità. Il nome della prima
grande donna d’Israele. Ma questa non peccherà mai contro il Signore, e a Lui solo darà il suo
canto perché a Lui è offerta, ostia prima di nascere».
«A Lui è offerta, sì. Maschio o femmina che sia, dopo aver giubilato per tre anni sulla nostra
creatura noi la daremo al Signore. Ostie noi pure con essa, per la gloria di Dio».
Non vedo né odo altro.
Poema: I, 6
5Dice Gesù:
«La Sapienza, dopo averli illuminati coi sogni della notte, scese, Essa, “vapore delle virtù di
Dio, certa emanazione della gloria dell’Onnipotente”, e divenne Parola per la sterile. Colui che
ormai vedeva prossimo il suo tempo di redimere, Io, il Cristo, nipote di Anna, quasi cinquant’
anni dopo, mediante la Parola, opererò miracoli sulle sterili e le malate, sulle ossesse, sulle desolate,
su tutte le miserie della terra. Ma intanto, per la gioia di avere una Madre, ecco che
mormoro arcana Parola nell’ombra del Tempio che conteneva le speranze d’Israele, del Tempio
ormai al limitare della sua vita, perché nuovo e vero Tempio, non più contenente speranze di
un popolo, ma certezza di Paradiso per il popolo di tutta la terra, e per i secoli dei secoli sino
alla fine del mondo, sta per essere sulla terra.
E questa Parola opera il miracolo di render fecondo ciò che infecondo era. E di darmi una
Madre, la quale non ebbe soltanto ottimo naturale, come era sorte lo avesse nascendo da due
santi; e, non avendo soltanto un’anima buona come molti ancor l’hanno, non avendo soltanto
continuo accrescimento di questa bontà per il suo buon volere, non avendo soltanto un corpo
immacolato, ebbe, unica fra le creature, immacolato lo spirito.
6Tu hai visto la generazione continua delle anime da Dio. Ora pensa quale dovette esser la
bellezza di quest’anima che il Padre aveva vagheggiata da prima che il tempo fosse, di quest’anima
che costituiva le delizie della Trinità, la quale Trinità ardeva di ornarla dei suoi doni
per farne dono a Se stessa. O Tutta Santa, che Dio creò per Sé e poi per salute agli uomini!
Portatrice del Salvatore, la prima salvezza tu fosti. Vivente Paradiso, hai col tuo sorriso cominciato
a santificare la terra.
L’anima creata per esser anima della Madre di Dio! Quando, da un più vivo palpito del Trino
Amore, scaturì questa scintilla vitale, ne giubilarono gli angeli, ché luce più viva mai aveva visto
il Paradiso. Come petalo di empirea rosa, un petalo immateriale e prezioso che era gemma
e fiamma, che era alito di Dio che scendeva ad animare una carne ben diversamente che per le
altre, che scendeva tanto potente nel suo fuoco che la Colpa non poté contaminarla, essa valicò
gli spazi e si chiuse in un seno santo.
10
La terra aveva, e non lo sapeva ancora, il suo Fiore. Il vero, unico Fiore che fiorisce eterno:
giglio e rosa, mammola e gelsomino, elianto e ciclamino insieme fusi, e con essi tutti i fiori della
terra in un Fiore solo, Maria, nella quale ogni virtù e grazia si aduna. Nell’aprile la terra di
Palestina pareva un enorme giardino, e fragranze e colori davano delizia al cuore degli uomini.
Ma ancora ignota era la più bella Rosa. Ella era già fiorente a Dio nel secreto dell’alvo materno,
poiché mia Madre amò da quando fu concepita, ma solo quando la vite dà il suo sangue
per farne vino, e l’odor dei mosti, zuccherino e forte, empie le aie e le nari, Ella avrebbe sorriso
prima a Dio e poi al mondo, dicendo col suo superinnocente sorriso: “Ecco, la Vite che vi darà il
Grappolo da esser premuto nello strettoio per divenire Medicina eterna al vostro male, è fra
voi”.
Ho detto: “Maria amò da quando fu concepita”. Cosa è che dà allo spirito luce e conoscenza?
La Grazia. Cosa è che leva la Grazia? Il peccato d’origine e il peccato mortale. Maria, la Senza
Macchia, non fu mai priva del ricordo di Dio, della sua vicinanza, del suo amore, della sua luce,
della sua sapienza. Ella poté perciò comprendere e amare quando non era che una carne che si
condensava intorno ad un’anima immacolata che continuava ad amare.
7Più avanti ti farò contemplare mentalmente la profondità delle verginità in Maria. Ne avrai
una vertigine celeste come quando ti ho fatto considerare la nostra eternità. Intanto considera
come il portare in seno una creatura esente dalla Macchia, che priva di Dio, dia alla madre, che
pure l’ha concepita naturalmente, umanamente, una intelligenza superiore e ne faccia un profeta.
Il profeta della figlia sua, che ella chiama: “Figlia di Dio”.
E pensa cosa sarebbe stato se dai Primi genitori innocenti fossero nati innocenti figli, come
Dio voleva. Questo, o uomini che dite di avviarvi al “superuomo”, e coi vostri vizi vi avviate
unicamente al superdemone, sarebbe stato il mezzo per portare al superuomo”.
Saper rimanere senza contaminazione di Satana per lasciare a Dio l’amministrazione della
vita, della conoscenza, del bene, non desiderando più di quanto – ed era poco meno che infinito
– Dio non vi avesse dato, per poter generare, in una continua evoluzione verso il perfetto,
dei figli che fossero uomini nel corpo e figli dell’Intelligenza nello spirito, ossia trionfatori, ossia
forti, ossia giganti su Satana, che sarebbe stato atterrato tante migliaia di secoli avanti l’ora in
cui lo sarà, e con lui tutto il suo male».

4. Nel suo seno è l’anima immacolata di Maria.
Poema: I, 5
24 agosto 1944.
1Rivedo la casa di Gioacchino ed Anna. Nulla è mutato nell’interno, se si toglie i molti rami
fioriti, messi in anfore qua e là, certo frutto delle potature fatte sugli alberi dell’orto che sono
tutti in fiore: una nuvola che svaria dal bianco neve al rosso di certi coralli. Anche il lavoro di
Anna è diverso. Su un telaio più piccolo dell’altro ella tesse delle belle tele di lino, e canta, ritmando
il moto del piede sul canto. Canta e sorride…
A chi? A se stessa, a qualche cosa che ella vede nel suo interno. Il canto, lento e pur lieto –
che ho scritto a parte per seguirlo, perché lo ripete più volte come beandosi di esso, e lo dice
sempre più forte e sicuro, come chi ha ritrovato un ritmo nel suo cuore e prima lo mormora in
sordina e poi, sicuro, va più spedito e alto di tono – dice (e lo trascrivo perché, nella sua semplicità,
è tanto dolce):
«Gloria al Signore onnipotente che dei figli di Davide ebbe amore. Gloria al Signore!
La sua suprema grazia dal Ciel m’ha visitata.
La vecchia pianta ha messo nuovo ramo, ed io son beata.
Per la festa delle Luci gettò seme la speranza;
or di nisam la fragranza lo vede germogliar.
Come il mandorlo si infiora la mia carne a primavera.
Il suo frutto, sulla sera, essa sente di portar.
Su quel ramo sta una rosa, sta un pomo dei più dolci.
Sta una stella rilucente, sta un pargolo innocente.
Sta la gioia della casa, dello sposo e della sposa.
Lode a Dio, al mio Signore, che pietà ebbe di me.
Me lo disse la sua luce: “Una stella a te verrà”.
Gloria, gloria! Tuo sarà questo frutto della pianta,
primo e estremo, santo e puro come dono del Signor.
Tuo sarà, e per lui venga gioia e pace sulla terra.
Vola, o spola. Il filo serra per la tela dell’infante.
Egli nasce! A Dio osannante vada il canto del mio cuor».
2Entra Gioacchino quando ella sta per ripetere per la quarta volta il suo canto. «Sei felice,
Anna? Mi sembri un uccello che faccia primavera. Che canto è mai questo? Non l’ho mai udito
da nessuno. Da dove ci viene?».
«Dal mio cuore, Gioacchino». Anna si è alzata ed ora si dirige verso lo sposo, tutta ridente.
Pare più giovane e più bella.
«Non ti sapevo poeta» dice il marito, guardandola con palese ammirazione. Non sembrano
due sposi attempati. Nei loro sguardi è una tenerezza da giovani sposi. «Sono venuto dal fondo
dell’orto udendoti cantare. Erano anni che non sentivo la tua voce di tortora innamorata. Vuoi
ripetermi quel canto?».
«Te lo ripeterei anche se tu non lo chiedessi. I figli di Israele hanno sempre affidato al canto
i gridi più veri delle loro speranze, e gioie, e dolori. Io ho affidato al canto la cura di dirmi e di
dirti una grande gioia. Sì, anche di dirmela, perché è cosa così grande che, per quanto ne sia
certa, ormai, mi sembra ancora non vera…» e ricomincia il canto, ma arrivata al punto: «su
quel ramo sta una rosa, sta un pomo dei più dolci, sta una stella…» la sua ben tonata voce di
contralto si fa prima tremula e poi si spezza, e con un singhiozzo di gioia ella guarda Gioacchino
e, alzando le braccia, grida: «Sono madre, mio diletto!» e gli si rifugia sul cuore, fra le
braccia che egli ha tese e che ora ha rinserrate intorno alla sua sposa felice. Il più casto e felice
abbraccio che io abbia visto da quando sono al mondo. Casto e ardente nella sua castità. Il
dolce rimprovero fra i capelli bianco-neri di Anna: «E non me lo dicevi?».
«Perché volevo esserne certa. Vecchia come sono… sapermi madre… Non lo potevo credere
vero… e non volevo darti una delusione più amara di tutte. E’ dalla fine del dicembre che io
sento farsi nuove le mie viscere profonde e mettere, come dico, un nuovo ramo. Ma ora su
quel ramo è sicuro il frutto… Vedi? Quella tela è già per quello che verrà».
«Non è il lino che hai comperato a Gerusalemme in ottobre?».
«Sì. L’ho poi filato mentre attendevo… e speravo. 3Speravo perché l’ultimo giorno, mentre
pregavo nel Tempio, il più possibile che sia per una donna presso la Casa di Dio, ed era già se9
ra… ricordi che dicevo: “Ancora, ancora un poco”. Non sapevo staccarmi di là senza aver avuto
grazia! Ebbene, nell’ombra che già scendeva, dall’interno del luogo sacro, che io guardavo con
attrazione d’anima per strappare un assenso dal Dio presente, ho visto partire una luce, una
scintilla di luce bellissima. Era candida come luna, eppure aveva in sé tutte le luci di tutte le
perle e gemme che sono sulla terra. Pareva che una delle stelle preziose del Velo, le stelle poste
sotto ai piedi dei cherubini, si staccasse e divenisse splendida di una luce soprannaturale…
pareva che da oltre il Velo sacro, dalla Gloria stessa, partisse un fuoco e venisse a me veloce,
e nel tagliare l’aria cantasse con voce celeste dicendo: “Ciò che hai chiesto ti venga”. E’ per
quello che io canto: “Una stella a te verrà”. Che figlio sarà mai il nostro, che si manifesta come
luce di stella nel Tempio e che dice: “Io sono “nella festa delle Luci? Che tu abbia visto giusto
pensandomi una nuova Anna d’Elcana? 4Come la chiameremo la creatura nostra, che dolce
come canto d’acque sento parlarmi in seno col suo piccolo cuore che batte e batte come quello
di una tortorina presa fra il cavo delle mani?».
«Se sarà maschio, la chiameremo Samuele. Se femmina, Stella. La parola che ha fermato il
tuo canto per darmi questa gioia di sapermi padre. La forma che ha preso per manifestarsi fra
la sacra ombra del Tempio».
«Stella. La nostra stella, perché, non so, penso, penso sia una bambina. Mi pare che carezze
così dolci non possano venire che da una dolcissima figlia. Perché io non la porto, non ne ho
sofferenza. E’ lei che porta me su un sentiero azzurro e fiorito, come se io fossi sorretta da angeli
santi e la terra fosse già lontana… Ho sempre sentito dalle donne dire che il concepire e il
portare è dolore. Ma io non ho dolore. Mi sento forte, giovane, fresca più di quando ti donai la
mia verginità nella giovinezza lontana. Figlia di Dio – poiché è di Dio più che nostra questa che
nasce da un tronco inaridito – alla sua mamma non dà pena. Ma solo le porta pace e benedizione:
i frutti di Dio, suo vero Padre».
«Maria allora la chiameremo. Stella del nostro mare, perla, felicità. Il nome della prima
grande donna d’Israele. Ma questa non peccherà mai contro il Signore, e a Lui solo darà il suo
canto perché a Lui è offerta, ostia prima di nascere».
«A Lui è offerta, sì. Maschio o femmina che sia, dopo aver giubilato per tre anni sulla nostra
creatura noi la daremo al Signore. Ostie noi pure con essa, per la gloria di Dio».
Non vedo né odo altro.
Poema: I, 6
5Dice Gesù:
«La Sapienza, dopo averli illuminati coi sogni della notte, scese, Essa, “vapore delle virtù di
Dio, certa emanazione della gloria dell’Onnipotente”, e divenne Parola per la sterile. Colui che
ormai vedeva prossimo il suo tempo di redimere, Io, il Cristo, nipote di Anna, quasi cinquant’
anni dopo, mediante la Parola, opererò miracoli sulle sterili e le malate, sulle ossesse, sulle desolate,
su tutte le miserie della terra. Ma intanto, per la gioia di avere una Madre, ecco che
mormoro arcana Parola nell’ombra del Tempio che conteneva le speranze d’Israele, del Tempio
ormai al limitare della sua vita, perché nuovo e vero Tempio, non più contenente speranze di
un popolo, ma certezza di Paradiso per il popolo di tutta la terra, e per i secoli dei secoli sino
alla fine del mondo, sta per essere sulla terra.
E questa Parola opera il miracolo di render fecondo ciò che infecondo era. E di darmi una
Madre, la quale non ebbe soltanto ottimo naturale, come era sorte lo avesse nascendo da due
santi; e, non avendo soltanto un’anima buona come molti ancor l’hanno, non avendo soltanto
continuo accrescimento di questa bontà per il suo buon volere, non avendo soltanto un corpo
immacolato, ebbe, unica fra le creature, immacolato lo spirito.
6Tu hai visto la generazione continua delle anime da Dio. Ora pensa quale dovette esser la
bellezza di quest’anima che il Padre aveva vagheggiata da prima che il tempo fosse, di quest’anima
che costituiva le delizie della Trinità, la quale Trinità ardeva di ornarla dei suoi doni
per farne dono a Se stessa. O Tutta Santa, che Dio creò per Sé e poi per salute agli uomini!
Portatrice del Salvatore, la prima salvezza tu fosti. Vivente Paradiso, hai col tuo sorriso cominciato
a santificare la terra.
L’anima creata per esser anima della Madre di Dio! Quando, da un più vivo palpito del Trino
Amore, scaturì questa scintilla vitale, ne giubilarono gli angeli, ché luce più viva mai aveva visto
il Paradiso. Come petalo di empirea rosa, un petalo immateriale e prezioso che era gemma
e fiamma, che era alito di Dio che scendeva ad animare una carne ben diversamente che per le
altre, che scendeva tanto potente nel suo fuoco che la Colpa non poté contaminarla, essa valicò
gli spazi e si chiuse in un seno santo.
10
La terra aveva, e non lo sapeva ancora, il suo Fiore. Il vero, unico Fiore che fiorisce eterno:
giglio e rosa, mammola e gelsomino, elianto e ciclamino insieme fusi, e con essi tutti i fiori della
terra in un Fiore solo, Maria, nella quale ogni virtù e grazia si aduna. Nell’aprile la terra di
Palestina pareva un enorme giardino, e fragranze e colori davano delizia al cuore degli uomini.
Ma ancora ignota era la più bella Rosa. Ella era già fiorente a Dio nel secreto dell’alvo materno,
poiché mia Madre amò da quando fu concepita, ma solo quando la vite dà il suo sangue
per farne vino, e l’odor dei mosti, zuccherino e forte, empie le aie e le nari, Ella avrebbe sorriso
prima a Dio e poi al mondo, dicendo col suo superinnocente sorriso: “Ecco, la Vite che vi darà il
Grappolo da esser premuto nello strettoio per divenire Medicina eterna al vostro male, è fra
voi”.
Ho detto: “Maria amò da quando fu concepita”. Cosa è che dà allo spirito luce e conoscenza?
La Grazia. Cosa è che leva la Grazia? Il peccato d’origine e il peccato mortale. Maria, la Senza
Macchia, non fu mai priva del ricordo di Dio, della sua vicinanza, del suo amore, della sua luce,
della sua sapienza. Ella poté perciò comprendere e amare quando non era che una carne che si
condensava intorno ad un’anima immacolata che continuava ad amare.
7Più avanti ti farò contemplare mentalmente la profondità delle verginità in Maria. Ne avrai
una vertigine celeste come quando ti ho fatto considerare la nostra eternità. Intanto considera
come il portare in seno una creatura esente dalla Macchia, che priva di Dio, dia alla madre, che
pure l’ha concepita naturalmente, umanamente, una intelligenza superiore e ne faccia un profeta.
Il profeta della figlia sua, che ella chiama: “Figlia di Dio”.
E pensa cosa sarebbe stato se dai Primi genitori innocenti fossero nati innocenti figli, come
Dio voleva. Questo, o uomini che dite di avviarvi al “superuomo”, e coi vostri vizi vi avviate
unicamente al superdemone, sarebbe stato il mezzo per portare al superuomo”.
Saper rimanere senza contaminazione di Satana per lasciare a Dio l’amministrazione della
vita, della conoscenza, del bene, non desiderando più di quanto – ed era poco meno che infinito
– Dio non vi avesse dato, per poter generare, in una continua evoluzione verso il perfetto,
dei figli che fossero uomini nel corpo e figli dell’Intelligenza nello spirito, ossia trionfatori, ossia
forti, ossia giganti su Satana, che sarebbe stato atterrato tante migliaia di secoli avanti l’ora in
cui lo sarà, e con lui tutto il suo male».

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