Archivio della categoria: Vita dei Santi

Sessione dedicata alla conoscenza e all’approfondimento della vita dei Santi della Santa Chiesa Cattolica

San Pasquale Baylon

San Pasquale Baylon – religioso francescano

Torre Hermosa (Aragona), 16 maggio 1540 – Villa Real (Valenza), 17 maggio 1592

San Pasquale Baylon

San Pasquale Baylon

San Pasquale Baylon – Nacque il 16 maggio 1540, nel giorno di Pentecoste, a Torre Hermosa, in Aragona. Di umili origini, sin da piccolo venne avviato al pascolo delle greggi. Durante il lavoro si isolava spesso per pregare. A 18 anni chiese di essere ammesso nel convento dei francescani Alcantarini di Santa Maria di Loreto, da cui venne respinto, forse per la giovane età. Tuttavia non si perse d’animo, venendo ammesso al noviziato il 2 febbraio 1564. L’anno successivo, emise la solenne professione come «fratello laico» non sentendosi degno del sacerdozio. Nel 1576 il ministro provinciale gli affidò il compito, estremamente pericoloso, di portare documenti importanti a Parigi, rischiando di essere ucciso dai calvinisti. L’impegno venne comunque assolto in modo proficuo. Tutta la sua vita fu caratterizzata da un profondo amore per l’Eucaristia che gli valse il titolo di «teologo dell’Eucaristia». Fu anche autore di un libro sulla reale presenza di Cristo nel pane e nel vino. Morì nel convento di Villa Real, presso Valencia il 17 maggio 1592, domenica di Pentecoste. Fu canonizzato da Alessandro VIII nel 1690. Nel 1897 Leone XIII lo proclamò patrono dei Congressi eucaristici. (Avvenire)

Patronato: Patrono dei Congressi Eucaristici (Leone XIII)

Etimologia: Pasquale = in onore della festa cristiana

Martirologio Romano: A Villa Real presso Valencia in Spagna, san Pasquale Baylon, religioso dell’Ordine dei Frati Minori, che, mostrandosi sempre premuroso e benevolo verso tutti, venerò costantemente con fervido amore il mistero della Santissima Eucaristia.

Cominciamo col dire che il nome Pasquale è di origine cristiana ed è molto usato anche nel femminile Pasqualina; veniva dato ai bambini nati il giorno di Pasqua, ma le sue lontane origini sono ebraiche (Pesah = passaggio) volendo indicare il passaggio del popolo ebraico del Mar Rosso e il passaggio dell’angelo di Iahweh che salvò, segnandone le case con il sangue sacro dell’agnello, i primogeniti ebrei per distinguerli da quelli egiziani destinati alla morte nell’ultima piaga d’Egitto.
Il nostro Pasquale Baylon fu un concentrato di testimonianza di quanto la Provvidenza può operare nella vita dei singoli uomini e Pasquale passò da illetterato a teologo, dalla povertà assoluta alla ricchezza degli straordinari doni dello Spirito Santo, fra cui quello della sapienza infusa, da umile portinaio e fratello laico alla santità.
Nacque il 16 maggio 1540, giorno di Pentecoste, a Torre Hermosa in Aragona, Spagna, da Martino Baylon e da Isabella Jubera; fin da bambino dimostrò una spiccata devozione verso l’Eucaristia, che sarà poi la caratteristica di tutta la sua vita religiosa.
Fu pastore prima del gregge della famiglia poi a servizio di altri padroni, la solitudine dei campi favorì la meditazione, il suo desiderio di spiritualità, la continua preghiera; prese anche a mortificare il suo giovane corpo con lunghi digiuni e flagellazioni dolorose.
A 18 anni Pasquale Baylon chiese di essere accolto nel convento di S. Maria di Loreto, dei Francescani Riformati detti Alcantarini, da s. Pietro d’Alcantara loro ispiratore, non fu accettato forse per la giovane età.
Pasquale pur di rimanere nei dintorni del convento, si occupò sempre come pastore, al servizio del ricchissimo possidente Martino García, il quale ammirato di questo suo giovane dipendente, gli propose di adottarlo così da poter diventare suo erede universale, ma Pasquale diede un deciso rifiuto, perché più che mai era deciso ad entrare tra i frati di s. Francesco.
Sebbene così giovane, si acquistò una certa fama di santità per le virtù cristiane e morali, ma anche per fatti prodigiosi di cui fu l’artefice.
Dopo due anni nel 1560, venne ammesso nel convento di S. Maria di Loreto, dove fece la sua professione religiosa il 2 febbraio 1564; non volle mai ascendere al sacerdozio, nonostante il parere favorevole dei superiori, perché non si sentiva degno e nella sua umiltà si contentò di rimanere sempre un semplice fratello laico.
Fu per anni addetto ai vari servizi del convento, specialmente come portinaio, compito che espletò sempre con grande bontà, anche nei conventi di Jatíva e Valenza.
Fu davvero ‘pentecostale’, cioè favorito dagli straordinari doni dello Spirito Santo, tra cui quello della sapienza infusa, benché illetterato era costantemente richiesto per consiglio da tanti illustri personaggi.
Anche il Padre Provinciale degli Alcantarini di Spagna nel 1576, dovendo comunicare con urgenza col Padre Generale risiedente a Parigi, pensò di mandare con la missiva frate Pasquale, ben sapendo le gravi difficoltà del viaggio per l’attraversamento di alcune province francesi, che in quell’epoca erano dominate dai calvinisti.
Infatti fra’ Pasquale fu fatto oggetto di continue derisioni, insulti, percosse e ad Orléans fu anche in pericolo di morte per lapidazione, dopo aver tenuto una serrata disputa sull’Eucaristia, tenendo testa agli oppositori e rintuzzando le loro false argomentazioni.
Al ritorno della sua delicata e pericolosa missione, Pasquale Baylon compose un piccolo libro di definizioni e sentenze sulla reale presenza di Gesù nell’Eucaristia e sul potere divino trasmesso al pontefice romano.
Per il suo desiderio di maggiore perfezione, si sottoponeva a continue pesanti mortificazioni e penitenze sempre più numerose, al punto che la sua salute era ormai ridotta male.
Aveva solo 52 anni appena compiuti, quando fu sorpreso dalla morte il 17 maggio 1592 nel convento del Rosario a Villa Real (Valenza), era il giorno di Pentecoste, così come fu per la nascita.
I funerali videro la partecipazione di una folla di fedeli, che volle fare omaggio di una sentita venerazione alla salma dell’umile fratello laico francescano, la cui santità per i miracoli che avvennero, fu conosciuta in tutto il mondo cattolico.
Particolarmente venerato fu a Napoli, soggetta alla dominazione spagnola e il cui culto si concentrò in due grandi e celebri conventi francescani alcantarini ancora esistenti, S. Pasquale a Chiaia e S. Pasquale al Granatello, piccolo porto di Portici; il suo nome fu dato a generazioni di bambini, come del resto in tutto il Sud Italia.
Viene chiamato il “Serafino dell’Eucaristia”, di questa grande devozione ci sono pervenuti i suoi pensieri personali e preghiere, che aggiungeva alle raccolte di scritti su temi eucaristici che meditava.
Fu beatificato 26 anni dopo la morte, il 29 ottobre 1618 da papa Paolo V e proclamato santo il 16 ottobre 1690 da papa Alessandro VIII; papa Leone XIII il 28 novembre 1897 lo proclamò patrono delle opere eucaristiche e dei congressi eucaristici.
I suoi resti che si veneravano con grande devozione a Villa Real, furono profanati e dispersi durante la famigerata Guerra Civile Spagnola (1936-39); una parte furono successivamente recuperati e restituiti alla città nel 1952.
La sua appassionata devozione per l’Eucaristia, ha ispirato nei secoli i tanti artisti che l’hanno raffigurato, infatti egli compare sempre nell’atto di adorare l’ostensorio, come del resto compare nelle immaginette devozionali.
È considerato patrono dei cuochi e dei pasticcieri, secondo la tradizione sarebbe l’inventore dello zabaione; è patrono anche delle nubili in cerca di marito e popolarmente delle donne in generale, secondo un detto con la rima “San Pasquale Baylonne, protettore delle donne”.
La sua festa si celebra il 17 maggio.


Autore: 
Antonio Borrelli

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San Gaetano Thiene

San Gaetano Thiene – sacerdote

7 Agosto  – memoria facoltativa

Vicenza, ottobre 1480 – Napoli 7 Agosto 1547.

San Gaetano Thiene

San Gaetano Thiene

San Gaetano Thiene – Nacque a Vicenza dalla nobile famiglia dei Thiene nel 1480, e fu battezzato con il nome di Gaetano, in ricordo di un suo celebre zio, il quale si chiamava così perché era nato a Gaeta.Protontario apostolico di Giulio II, lasciò sotto Leone X la corte pontificia maturando, specie nell’Oratorio del Divino Amore, l’esperienza congiunta di preghiera e di servizio ai poveri e agli esclusi. È restauratore della vita sacerdotale e religiosa, ispirata al discorso della montagna e al modello della Chiesa apostolica. Devoto del presepe e della passione del signore, fondò (1524) con Gian Pietro Carafa, vescovo di Chieti (Teate), poi Paolo IV (1555-1559), i Chierici Regolari Teatini. Per la sua illimitata fiducia in Dio è venerato come il santo della provvidenza. (Avvenire)

Etimologia: Gaetano = nativo di Gaeta, dal latino

Martirologio Romano: San Gaetano da Thiene, sacerdote, che a Napoli si dedicò a pie opere di carità, in particolare adoperandosi per i malati incurabili, promosse associazioni per la formazione religiosa dei laici e istituì i Chierici regolari per il rinnovamento della Chiesa, rimettendo ai suoi discepoli il dovere di osservare l’antico stile di vita degli Apostoli.

Nacque a Vicenza dalla nobile famiglia dei Thiene nel 1480, e fu battezzato con il nome di Gaetano, in ricordo di un suo celebre zio, il quale si chiamava così perché era nato a Gaeta.
Laureatosi a Padova in materie giuridiche a soli 24 anni, si dedicò allo stato ecclesiastico, senza però farsi ordinare sacerdote, perché non si sentiva degno; fondando nel contempo nella tenuta di famiglia a Rampazzo, una chiesa dedicata a S. Maria Maddalena, che è ancora oggi la parrocchia del luogo.
Trasferitosi a Roma nel 1506, divenne subito segretario particolare di papa Giulio II, ed ebbe l’incarico di scrittore delle lettere pontificie, ufficio questo che gli diede l’opportunità di conoscere e collaborare con tante persone importanti.
Siamo nel periodo dello splendore rinascimentale, che vede concentrati a Roma grandi artisti, intenti a realizzare quanto di più bello l’arte era in grado di offrire, e che ancora oggi il Vaticano e Roma offrono all’ammirazione del mondo; nel contempo però la vita morale della curia papale, del popolo e del clero, a Roma come altrove, non brillava certo per santità di costumi.
Gaetano non si lasciò abbagliare dallo splendore della corte pontificia, né si scoraggiò per la miseria morale che vedeva; egli ripeteva: “Roma un tempo santa, ora è una Babilonia”; invece di fuggire e ritirarsi in un eremo, da uomo intelligente e concreto, passò all’azione riformatrice, cominciando da sé stesso; incoraggiato da una suora agostiniana bresciana Laura Mignani, che godeva di fama di santità.
Prese ad assistere gli ammalati dell’ospedale di San Giacomo, si iscrisse all’Oratorio del Divino Amore, associazione che si riprometteva di riformare la Chiesa partendo dalla base, il tutto alternandolo con il lavoro in Curia; anche in queste attività conobbe altre personalità, che avevano lo stesso ideale riformista.
Nel settembre 1516 a 36 anni, accettò di essere ordinato sacerdote, ma solo a Natale di quell’anno, volle celebrare la prima Messa nella Basilica di S. Maria Maggiore. In una lettera scritta a suor Laura Mignani a cui era legato da filiale devozione, Gaetano confidò che durante la celebrazione della Messa, gli apparve la Madonna che gli depose tra le braccia il Bambino Gesù; per questo egli è raffigurato nell’arte e nelle immagini devozionali con Gesù Bambino tra le braccia.
Ritornato nel Veneto, nel 1520 fondò alla Giudecca in Venezia l’Ospedale degli Incurabili. Instancabile nel suo ardore di apostolato e di aiuto verso gli altri, ritornò a Roma e nel 1523 insieme ad altri tre compagni: Bonifacio Colli, Paolo Consiglieri, Giampiero Carafa (vescovo di Chieti, diventerà poi papa con il nome di Paolo IV), chiese ed ottenne dal papa Clemente VII, l’autorizzazione a fondare la “Congregazione dei Chierici Regolari” detti poi Teatini, con il compito specifico della vita in comune e al servizio di Dio verso gli altri fratelli.
Il nome Teatini deriva dall’antico nome di Chieti (Teate), di cui uno dei fondatori il Carafa, ne era vescovo. L’ispirazione che egli sentiva impellente, era di formare e donare alla Chiesa sacerdoti che vivessero la primitiva norma della vita apostolica, perciò non ebbe fretta a stendere una Regola, perché questa doveva essere il santo Vangelo, letto e meditato ogni mese, per potersi specchiare in esso.
Le costituzioni dell’Ordine furono infatti emanate solo nel 1604. I suoi chierici non devono possedere niente e non possono neanche chiedere l’elemosina, devono accontentarsi di ciò che i fedeli spontaneamente offrono e di quanto la Provvidenza manda ai suoi figli; con le parole di Gesù sempre presenti: “Cercate prima il regno di Dio e la sua giustizia e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta”.
Nel 1527 avvenne il feroce ‘Sacco di Roma’ da parte dei mercenari Lanzichenecchi, il papa Clemente VII della famiglia fiorentina de’ Medici, fu costretto a rifugiarsi in Castel S. Angelo difeso dal Corpo delle Guardie Svizzere, che subì pesanti perdite negli scontri.
Anche s. Gaetano da Thiene, come tanti altri religiosi, fu seviziato dai Lanzichenecchi e imprigionato nella Torre dell’Orologio in Vaticano; riuscito a liberarsi si rifugiò a Venezia con i compagni dell’Istituzione.
Rimase nel Veneto fino al 1531, fondando, assistendo e consolidando tutte le Case del nuovo Ordine con le annesse opere assistenziali; accolse l’invito del celebre tipografo veneziano Paganino Paganini, affinché i Padri Teatini si istruissero nella nuova e rivoluzionaria arte della stampa tipografica, inventata nel 1438 dal tedesco Giovanni Gutenberg.
Nel 1533 per volere del papa Clemente VII, si trasferì insieme al suo collaboratore il beato Giovanni Marinoni, nel Vicereame di Napoli, stabilendosi prima all’Ospedale degli Incurabili, fondato in quel tempo dalla nobile spagnola Maria Lorenza Longo, insieme ad un convento di suore di clausura, dette ‘le Trentatrè’, istituzioni ancora oggi felicemente funzionanti; e poi nella Basilica di S. Paolo Maggiore posta nel cuore del centro storico di Napoli, nella città greco-romana.
La sua attività multiforme si esplicherà a Napoli fino alla morte; fondò ospizi per anziani, potenziò l’Ospedale degli Incurabili, fondò i Monti di Pietà, da cui nel 1539 sorse il Banco di Napoli, il più grande Istituto bancario del Mezzogiorno; suscitò nel popolo la frequenza assidua dei sacramenti, stette loro vicino durante le carestie e le ricorrenti epidemie come il colera, che flagellarono la città in quel periodo, peraltro agitata da sanguinosi tumulti.
Per ironia della sorte, fu proprio il teatino cofondatore Giampiero Carafa, divenuto papa Paolo IV a permettere che nell’Inquisizione, imperante in quei tempi, si usassero metodi diametralmente opposti allo spirito della Congregazione teatina, essenzialmente mite, permissiva, rispettosa delle altre idee.
E quando le autorità civili vollero instaurare nel Viceregno di Napoli, il tribunale dell’Inquisizione, il popolo napoletano (unico a farlo nella storia triste dell’Inquisizione in Europa) si ribellò; la repressione spagnola fu violenta e ben 250 napoletani vennero uccisi, per difendere un principio di libertà.
Gaetano in quel triste momento, fece di tutto per evitare il massacro e quando si accorse che la sua voce non era ascoltata, offrì a Dio la sua vita in cambio della pace; morì a Napoli il 7 agosto 1547 a 66 anni, consumato dagli stenti e preoccupazioni e due mesi dopo la pace ritornò nella città partenopea.
L’opera che più l’aveva assillato nella sua vita, era senza dubbio la riforma della Chiesa, al contrario del contemporaneo Martin Lutero, operò la sua riforma dal basso verso l’alto, formando il clero e dedicandosi all’apostolato fra i poveri, i diseredati e gli ammalati, specie se abbandonati.
A quanti gli facevano notare che i napoletani non potevano essere così generosi negli aiuti, come i ricchi veneziani, rispondeva: “E sia, ma il Dio di Venezia è anche il Dio di Napoli”.
Il popolo napoletano non ha mai dimenticato questo vicentino di Thiene, venuto a donarsi a loro fino a morirne per la stanchezza e gli strapazzi, in un’assistenza senza risparmio e continua. La piazza antistante la Basilica di S. Paolo Maggiore è a lui intitolata, ma la stessa basilica, per secoli sede dell’Ordine, è ormai da tutti chiamata di S. Gaetano; il suo corpo insieme a quello del beato Marinoni, del beato Paolo Burali e altri venerabili teatini è deposto nella cripta monumentale, che ha un accesso diretto sulla piazza, ed è meta di continua devozione del popolo dello storico e popoloso rione.
Nella piazza, come in altre zone di Napoli, vi è una grande statua che lo raffigura; da secoli è stato nominato compatrono di Napoli. Il suo è uno dei nomi più usati da imporre ai figli dei napoletani e di tutta la provincia. Egli venne beatificato il 23 novembre 1624 da papa Urbano VIII e canonizzato il 12 aprile 1671 da papa Clemente X.
San Gaetano da Thiene è la testimonianza di quanto la Chiesa nei secoli, attraverso i suoi figli, sia stata sempre all’avanguardia e con molto anticipo sul potere laico, nel realizzare, inventare e gestire opere di assistenza in tutte le sue forme per il popolo, specie dove c’è sofferenza. Ecco così i Monti di Pietà per giusti prestiti ed elargizioni, l’istituzione degli ospedali, orfanotrofi, ospizi, lebbrosari, ecc. a cui ieri come oggi i governanti più avveduti e non ostili, hanno dato il loro consenso o il prosieguo, anche se a distanza a volte di molto tempo.


Autore: 
Antonio Borrelli

 

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Alla festa dei tabernacoli

3. Alla festa dei Tabernacoli.
Gioacchino e Anna possedevano la Sapienza.

Poema: I, 3
23 agosto 1944.
1Prima che venga il seguito, faccio una nota.
La casa non mi è parsa quella ben nota, di Nazaret. Almeno l’ambiente è molto diverso. Anche l’ortogiardino
è più vasto, e oltre si vedono i campi. Non molti, ma insomma ci sono. Dopo, quando Maria è
sposa, vi è solo l’orto, vasto ma limitato a orto, e questa stanza, che ho visto, non l’ho vista mai nelle altre
visioni. Non so se pensare che per motivi pecuniari i genitori di Maria si disfecero di parte del loro
avere o se Maria, uscendo dal Tempio, passò in un’altra casa, forse datale da Giuseppe. Non ricordo se
nelle passate visioni e lezioni ebbi mai accenno sicuro che la casa di Nazareth era la casa natìa. La mia
testa è molto stanca. E poi, soprattutto per i dettati, io ne dimentico subito le parole, pur rimanendomene
incisi i comandi e nell’anima la luce. Ma i particolari dileguano immediatamente. Se dopo un’ora dovessi
ripetere quel che udii, tolto una o due frasi principali, non saprei più niente. Mentre le visioni restano vive
alla mente, perché le ho dovute osservare da me. I dettati li ricevo. Quelle invece le devo percepire. Restano
perciò vive nel pensiero, che ha faticato a notarle nelle loro fasi.
Speravo ci fosse un dettato sulla visione di ieri. Invece niente.
2Comincio a vedere e scrivo.
Fuori delle mura di Gerusalemme, sui colli e fra gli ulivi, vi è gran folla. Pare un enorme
mercato. Ma non ci sono banchi e baracconi. Non vocìo di ciarlatani e venditori. Non giuochi. Vi
sono tante tende di lana ruvida, certo impermeabili all’acqua, stese su pioli confitti al suolo, e
legate ai pioli sono frasche verdi che fanno ornamento e frescura. Altre, invece, sono tutte di
frasche confitte al suolo e legate così Δ che fanno come delle piccole gallerie verdi. Sotto
ognuna, gente di ogni età e condizione, e un parlare pacato e raccolto, rotto solo da qualche
strillo di bambino.
Scende la sera e già le luci di lucernette a olio splendono qua e là per l’accampamento strano.
Intorno alle luci qualche famiglia consuma la cena stando seduta per terra, le madri coi più
piccoli in grembo, e molti di questi, stanchi, si addormentano con ancora il pezzo di pane nelle
ditine rosee e cadono col capino sul petto materno come pulcini sotto la chioccia, e le madri finiscono
di mangiare come possono, con una sola mano libera, mentre l’altra tiene contro il
cuore il figliolino. Altre famiglie, invece, non sono ancora a cena e parlano nel semibuio del
crepuscolo, attendendo che il cibo sia pronto. Dei focherelli sono accesi qua e là, e intorno ad
essi si affannano le donne.
Qualche ninna nanna lenta lenta, direi quasi lamentosa, culla un infante che stenta ad addormentarsi.
In alto un bel cielo sereno, che diviene sempre più azzurro cupo sino a parere un
enorme velario di velluto pastoso d’un nero azzurro, su cui, piano piano, invisibili artefici e decoratori
appuntino gemme e lumini, quali isolati, quali in bizzarre linee geometriche, fra le quali
primeggia l’Orsa maggiore e minore con la sua forma di carro dalla stanga appoggiata al suolo,
poi che i buoi furono staccati dal giogo. La stella polare ride con tutti i suoi bagliori. Comprendo
che è ottobre perché una grossa voce d’uomo lo dice: «Bello questo ottobre come pochi
ci furono!».
3Ecco Anna che viene da un fuoco con delle cose fra le mani, stese sul pane che è largo e
piatto come una focaccia delle nostre e fa anche da vassoio. Alle gonnelle ha Alfeo, che ciaramella
con la sua vocetta. Gioacchino, che sulla soglia della sua piccola capanna tutta di frasche
parla con un uomo sui trent’anni – che Alfeo da lontano saluta con uno stridetto dicendo: «Papà
» – quando vede avanzarsi Anna si affretta ad accendere la lucernetta. Anna passa con il suo
incedere regale fra le file delle capanne. Regale e pure umile. Non è altèra con nessuno. Rialza
il piccino di una povera, molto povera donna, che le è caduto, inciampando nella sua corsa
sbarazzina, proprio ai piedi e, posto che si è impiastricciato il visetto di terra e piange, ella lo
pulisce e consola e lo rende alla madre accorsa, che si scusa, dicendo: «Oh! non è nulla! Sono
contenta che non si sia fatto male. E’ un bel bambino. Quanto ha?». «Tre anni. E’ il penultimo
e fra poco ne avrò un altro. Ho sei maschi. Ora vorrei una bambina… Per la mamma è molto
una bambina…».
«L’Altissimo ti ha molto consolata, donna!» Anna sospira. E l’altra: «Sì. Sono povera, ma i
figli sono la nostra gioia e già i più grandicelli aiutano al lavoro. E tu, signora (che Anna sia di più
elevata condizione tutto lo mostra, e la donna l’ha visto) quanti bambini hai?».
«Nessuno».
«Nessuno?! Non è tuo questo?».
«No, di una vicina molto buona. E’ il mio conforto… »
6
«Ti sono morti o… »
«Non ne ho mai avuti».
«Oh!». La povera donna la guarda con pietà. Anna la saluta con un sospirone e và alla sua
capanna.
«Ti ho fatto attendere, Gioacchino. Mi ha trattenuta una povera donna madre di sei maschi,
pensa!, e fra poco avrà un altro figlio».
Gioacchino sospira. Il padre d’Alfeo chiama il suo bimbo, ma questo risponde: «Con Anna
resto io. L’aiuto». Ridono tutti.
«Lascialo. Non dà noia. Ancora non è tenuto alla Legge. Qui o lì non è che un uccellino che
mangia» dice Anna e siede col bimbo in grembo a cui dà focaccia e, mi pare, pesce arrostito.
Vedo che lavora prima di darlo, forse gli leva la spina. Prima ha servito il marito. Ultima mangia
lei.
4La notte è sempre più gremita di stelle e i lumi sempre più numerosi nel campo. Poi piano
piano molti lumi si spengono. Sono di quelli che hanno cenato per primi e che ora si mettono a
dormire. Anche il brusio diminuisce lentamente. Voci di bimbo non se ne odono più. Solo qualche
lattante fa sentire la sua vocina di agnellino che cerca il latte della mamma. La notte soffia
il suo alito sulle cose e le persone, e annulla pene e ricordi, speranze e rancori. Anzi, forse
questi due sopravvivono, per quanto attutiti, anche nel sonno, nel sogno. Anna lo dice al marito,
mentre culla Alfeo che comincia a dormirle fra le braccia:
«Questa notte ho sognato che il prossimo anno io verrò alla Città Santa per due feste invece
che per una sola. E una sarà l’offerta al Tempio della mia creatura… Oh! Gioacchino!… »
«Spera, spera, Anna. Altro non hai sentito? Il Signore nulla ti ha mormorato al cuore?»
«Nulla. Un sogno soltanto…»
«Domani è l’ultimo giorno di preghiera. Già tutte le offerte sono state fatte. Ma le rinnoveremo
domani ancora, solennemente. Vinceremo Dio col nostro fedele amore. Io penso sempre
che ti abbia ad accadere come ad Anna d’Elcana».
«Lo voglia Dio… e avessi subito chi mi dice: “Va’ in pace. Il Dio d’Israele ti ha concesso la
grazia che chiedi!”
«Se la grazia verrà, il tuo bambino te lo dirà rivoltandosi per la prima volta nel tuo seno, e
sarà voce di innocente, perciò voce di Dio».
Ora il campo tace nel buio. Anche Anna riporta Alfeo alla capanna contigua e lo pone da sé
sul giaciglio di fieno presso ai fratellini, che dormono già. E poi si corica a fianco di Gioacchino,
e anche la loro lampadetta si spegne. Una delle ultime stelline della terra. Restano più belle le
stelle del firmamento a vegliare su tutti i dormenti.
Poema: I, 4
5Dice Gesù:
I giusti sono sempre dei sapienti perché, essendo amici di Dio, vivono in sua compagnia e
sono da Lui istruiti; da Lui, Infinita Sapienza. I miei nonni erano giusti e possedevano perciò la
sapienza. Potevano dire con verità quanto dice il Libro, cantando le lodi della Sapienza nel libro
(Sap. 8,2) di essa: “Io l’ho amata e ricercata fin dalla giovinezza e procurai di prenderla in sposa”.
Anna d’Aronne era la donna forte di cui parla l’Avo nostro (Proverbi 31,10-31). E Gioacchino,
stirpe di re Davide, non aveva cercato tanto avvenenza e ricchezza quanto virtù. Anna possedeva
una grande virtù. Tutte le virtù unite come mazzo fragrante di fiori per divenire
un’unica bellissima cosa, che era la Virtù. Una virtù reale, degna di stare davanti al trono di
Dio.
Gioacchino aveva dunque sposato due volte la sapienza “amandola più d’ogni altra donna”:
la sapienza di Dio chiusa nel cuore della donna giusta. Anna d’Aronne altro non aveva cercato
che di unire la sua vita a quella di un uomo retto, certa che nella rettezza è la gioia delle famiglie.
6E ad esser l’emblema della “donna forte” non le mancava che la corona dei figli, gloria
della donna sposata, giustificazione del coniugio, di cui parla Salomone, come alla sua felicità
non mancavano che questi figli, fiori dell’albero che ha fatto un sol uno con l’albero vicino e ne
ottiene dovizia di nuovi frutti, in cui le due bontà si fondono in una, perché, per conto dello
sposo, mai nessuna delusione le era venuta.
7Ella, ormai volgente a vecchiezza, moglie da più e più lustri a Gioacchino, era sempre per
lui “la sposa della sua giovinezza, la sua gioia, la cerva carissima, la graziosa gazzella”, le cui
carezze avevano sempre il fresco incanto della prima sera nuziale e affascinavano dolcemente
il suo amore, tenendolo fresco come fiore che una rugiada irrora e ardente come fuoco che
7
sempre una mano alimenta. Perciò, nella loro afflizione di senza figli, l’un l’altro si dicevano
“parole di consolazione nei pensieri e negli affanni”.
8E su loro la Sapienza eterna, quando fu l’ora, dopo averli istruiti nella vita, li illuminò con i
sogni della notte, diana del poema di gloria che doveva da essi venire e che era Maria SS., la
Madre mia.
Se la loro umiltà non pensò a questo, il loro cuore però trepidò nella speranza al primo
squillo della promessa di Dio. Già è certezza nelle parole di Gioacchino: “Spera, spera… Vinceremo
Dio col nostro fedele amore”. Sognavano un figlio: ebbero la Madre di Dio.
9Le parole del libro della Sapienza (8, 13) paiono scritte per loro: “Per lei acquisterò gloria
davanti al popolo… per essa otterrò l’immortalità e lascerò eterna memoria di me a quelli che
dopo me verranno” Ma, per ottenere tutto questo, dovettero farsi re di una virtù verace e duratura
che nessun evento lese. Virtù di fede. Virtù di carità. Virtù di speranza. Virtù di castità.
La castità degli sposi! Essi l’ebbero, ché non occorre esser vergini per esser casti. E i talami casti
hanno a loro custodi gli angeli e ad essi scendono figli buoni, che della virtù dei genitori
fanno la norma della loro vita.
10Ma ora dove sono? Ora non si vogliono figli, ma non si vuole però neppure castità. Onde
Io dico che l’amore e il talamo sono profanati».

Dio volle un seno senza macchia. di Maria Valtorta

Dio volle un seno senza macchia.

Poema: I, 1
“Dio mi possedette all’inizio delle sue opere” (Salomone, Proverbi cap. 8 v. 22.)
22 agosto 1944.
1Gesù mi ordina: «Prendi un quaderno tutto nuovo. Copia sul primo foglio il dettato del giorno 16 agosto. In questo
libro si parlerà di Lei». Ubbidisco e copio. 16 agosto 1944.
2Dice Gesù: «Oggi scrivi questo solo. La purezza ha un valore tale che un seno di creatura
poté contenere l’Incontenibile, perché possedeva la massima purezza che potesse avere una
creatura di Dio.
La SS. Trinità scese con le sue perfezioni, abitò con le sue Tre Persone, chiuse il suo Infinito
in piccolo spazio – né si diminuì per questo, perché l’amore della Vergine e il volere di Dio dilatarono
questo spazio sino a renderlo un Cielo – si manifestò con le sue caratteristiche:
il Padre, essendo Creatore nuovamente della Creatura come al sesto giorno ed avendo una
“figlia” vera, degna, a sua perfetta somiglianza.
L’impronta di Dio era stampata in Maria così netta che solo nel Primogenito del Padre le era
superiore. Maria può essere chiamata la “secondogenita” del Padre perché, per perfezione data
e saputa conservare, e per dignità di Sposa e Madre di Dio e di Regina del Cielo, viene seconda
dopo il Figlio del Padre e seconda nel suo eterno Pensiero, che ab aeterno in Lei si compiacque;
il Figlio, essendo anche per Lei “il Figlio” e insegnandole, per mistero di grazia, la sua verità e
Sapienza quando ancora non era che un Germe che le cresceva in seno; lo Spirito Santo, apparendo
fra gli uomini per una anticipata Pentecoste, per una prolungata Pentecoste, Amore in
“Colei che amò”. Consolazione agli uomini per il frutto del suo seno, Santificazione per la maternità
del Santo.
3Dio, per manifestarsi agli uomini nella forma nuova e completa che inizia l’èra della Redenzione,
non scelse a suo trono un astro del cielo, non la reggia di un potente. Non volle neppure
le ali degli angeli per base al suo piede. Volle un seno senza macchia. Anche Eva era stata
creata senza macchia. Ma spontaneamente volle corrompersi. Maria, vissuta in un mondo corrotto
– Eva era invece in un mondo puro – non volle ledere il suo candore neppure con un pensiero
volto al peccato. Conobbe che il peccato esiste. Ne vide i volti diversi e orribili. Tutti li vide.
Anche il più orrendo: il deicidio. Ma li conobbe per espiarli e per essere, in eterno, Colei che
ha pietà dei peccatori e prega per la loro redenzione.

2. Gioacchino e Anna fanno voto al Signore.
Poema: I, 2
22 agosto 1944.
1Vedo un interno di casa. In essa è seduta ad un telaio una donna di età. Direi, nel vederla
coi capelli un tempo certo neri, ora brizzolati, e nel volto non rugoso ma già pieno di quella serietà
che viene con gli anni, che ella possa avere dai cinquanta ai cinquantacinque anni. Non
più.
Nell’indicare queste età femminili prendo per base il volto di mia madre, la cui effigie ho più che mai
presente in questi giorni che mi ricordano i suoi ultimi giorni presso il mio letto… Dopodomani è un anno
che non la vedo più… Mia mamma era molto fresca nel volto, sotto i capelli precocemente incanutiti. A
cinquant’anni era bianca e nera come al termine della vita. Ma, tolta la maturità dello sguardo, nulla denunciava
i suoi anni. Potrei perciò errare anche nel dare alle donne attempate un certo numero di anni.

casa di Anna e Gioacchino

casa di Anna e Gioacchino

Questa che vedo tessere, in una stanza tutta chiara di luce, che penetra dalla porta spalancata
su un vasto orto-giardino – un poderetto, direi, perché si prolunga a sali e scendi su un
dolce altalenare di verde pendio – è bella nei tratti decisamente ebrei. Occhio nero e profondo
che, non so perché, mi ricorda quello del Battista. Ma questo, pur essendo fiero come di regina,
è anche dolce. Come se sul suo balenare di aquila fosse steso un velo d’azzurro. Dolce e un
poco appena mesto, come di chi pensa, e rimpiange, a cose perdute. La tinta del volto è bruna,
ma non eccessivamente. La bocca, lievemente larga, è ben disegnata, e sta ferma in una
mossa austera che non è però dura. Il naso è lungo e sottile, lievemente piovente in basso. Un
naso aquilino che sta bene con quegli occhi. E’ robusta ma non grassa. Ben proporzionata e
credo alta, a giudicare da come appare seduta.
Mi pare stia tessendo una tenda o un tappeto. Le spole multicolori vanno rapide sulla trama
che è marrone scuro, e il già fatto mostra un vago intreccio di greche e rosoni in cui verde,
giallo, rosso e azzurro cupo si intersecano e fondono come in un mosaico. La donna veste di un
abito semplicissimo e molto scuro. Un viola-rosso che pare copiato a certe viole del pensiero.
2Si alza sentendo bussare alla porta. E’ alta realmente. Apre. Una donna le chiede: «Anna,
vuoi darmi la tua anfora? L’empirò per te».
La donna ha con sé un frugolino di cinque anni che si attacca subito alla veste della nominata
Anna, che lo carezza mentre va in un altro ambiente e ne torna con una bell’anfora di rame,
che porge alla donna dicendo: «Sempre buona, tu, con la vecchia Anna. Dio te ne compensi in
questo e nei figli che hai e avrai, te beata!». Anna sospira.
3
La donna la guarda e non sa che dire per quel sospiro; per sviare la pena, che si comprende
esiste, dice: «Ti lascio Alfeo, se non ti dà noia, così faccio più presto e ti empirò molte brocche
e giare».
Alfeo è ben lieto di restare, e se ne spiega il motivo. Andata via la madre, Anna se lo prende
in collo e lo porta nell’orto, lo alza sino ad una pergola d’uva bionda come il topazio e dice:
«Mangia, mangia, che è buona» e se lo bacia sul visetto impiastricciato di succo d’uva, che il
bambino sgrana avidamente. Poi ride di gusto, e pare subito più giovane per la bella dentatura
che appare e per la giocondità che le copre il viso, cancellando gli anni, quando il bambino dice:
«E ora che mi dai?» e la guarda con due occhioni sgranati di un grigio azzurro cupo. Ride e
scherza chinandosi sui ginocchi e dicendo: «Che cosa mi dai se ti do… se ti do… indovina!». E
il bambino, battendo le manine, tutto ridente: «Baci, baci ti do, Anna bella, Anna buona, Anna
mamma!…»
Anna, sentendosi dire: «Anna mamma», ha un vero grido di affetto gioioso e si stringe contro
il piccolino, dicendo: «O gioia! Caro! Caro! Caro!». Ad ogni «caro» un bacio scende sulle
gotine rosee. E poi vanno ad una scansia, e da un piatto scendono focaccine di miele. «Le ho
fatte per te, bellezza della povera Anna, per te che mi vuoi bene. Ma, dimmi, quanto mi vuoi
bene?». E il bambino, pensando alla cosa che più l’ha colpito, dice: «Come al Tempio del Signore
». Anna lo bacia ancora sugli occhietti vispi, sulla boccuccia rossa, e il bambino le si strofina
contro come un gattino.
La madre va e viene con la brocca colma e ride senza dire nulla. Li lascia alle loro espansioni.
3Entra dall’orto un uomo anziano, un poco più basso di Anna, con un testa di folti capelli tutti
bianchi. Un viso chiaro, dalla barba tagliata in quadrato, con due occhi azzurri come turchesi
fra ciglia di un castano chiaro quasi biondo. E’ vestito di un marrone scuro. Anna non lo vede
perché volge le spalle all’uscio, e lui le viene alle spalle dicendo: «E a me nulla?».
Anna si volge e dice: «O Gioacchino! Hai finito il tuo lavoro?». Contemporaneamente il piccolo
Alfeo gli corre ai ginocchi dicendo: «Anche a te, anche a te», e quando il vecchiotto si curva
e lo bacia, il bambino gli si avvinghia al collo spettinandogli la barba con le manine e coi baci.
Anche Gioacchino ha il suo dono: leva da dietro alla schiena la mano sinistra e offre una
mela così bella che pare di ceramica, e dice ridendo al bambino che tende le manine avidamente:
«Aspetta che te la faccio a pezzi. Così non puoi. E’ più grossa di te», e con un coltelluccio
che ha alla cintola, un coltello da potatore, ne fa fette e fettine, e pare imbocchi un uccellino
nidiace tanta è la cura con cui mette i bocconi nella bocchina aperta, che sgrana e sgrana.
«Ma guarda che occhi, Gioacchino! Non sembrano due pezzettini del mar di Galilea quando il
vento della sera spinge un velo dì nube sul cielo?». Anna parla tenendo appoggiata una mano
sulla spalla del marito e appoggiandovisi lievemente anche lei, una mossa che rivela un profondo
amore di sposa, un amore intatto dopo i molti anni di coniugio. E Gioacchino la guarda
con amore e annuisce dicendo: «Bellissimi! E quei ricciolini? Non hanno il colore delle biade che
il sole ha seccato? Guarda: e dentro c’è misto oro e rame». «Ah! se avessimo avuto un bambino
lo avrei voluto così, con questi occhi e questi capelli…».
Anna si è chinata, inginocchiata anzi, e bacia con un sospirone i due occhioni azzurro-grigi.
Gioacchino sospira anche lui. Ma la vuol consolare. Le pone la mano sui capelli cresputi e canuti
e le dice: «Ancora occorre sperare. Tutto può Dio. Finché si è vivi, il miracolo può avvenire,
specie quando lo si ama e ci si ama». Gioacchino calca molto sulle ultime parole. Ma Anna tace,
avvilita, e sta a capo chino per non mostrare due lacrime che scendono e che vede solo il
piccolo Alfeo, il quale, stupito e addolorato che la sua grande amica pianga come fa lui qualche
volta, alza la manina e asciuga quel pianto. Non piangere, Anna! Siamo felici lo stesso. Io, almeno,
lo sono perché ho te».
«Anche io per te. Ma non ti ho dato un figlio… Penso aver spiaciuto al Signore, poiché mi ha
inaridito le viscere… «O moglie mia! In che vuoi avergli spiaciuto tu, santa? Senti. Andiamo
ancora una volta al Tempio. Per questo. Non solo per i Tabernacoli. Facciamo lunga preghiera…
Forse ti avverrà come a Sara… come ad Anna di Elcana. Molto attesero e si credevano riprovate
perché sterili. Invece per loro, nei cieli di Dio, si maturava un figlio santo.
Sorridi, mia sposa. Il tuo pianto mi è più dolore che l’esser senza prole… Porteremo Alfeo
con noi. Lo faremo pregare, lui che è innocente… e Dio prenderà la sua e nostra preghiera insieme
e ci esaudirà». «Si. Facciamo voto al Signore. Suo sarà il nato. Purché ce lo conceda…
Oh! sentirmi chiamare “mamma”!». E Alfeo, spettatore stupito e innocente: «Io ti ci chiamo!».
«Sì, gioia cara… ma ce l’hai la mamma tu, e io… io non ho bambino… »
La visione cessa qui.
4
4Comprendo che si è iniziato il ciclo della nascita di Maria. E ne sono molto contenta, perché lo desideravo
tanto. Penso e sarà contento anche lei. Prima che io iniziassi a scrivere, ho sentito la Mamma dirmi:
«Figlia, scrivi dunque di me. Ogni tua pena verrà consolata». E, mentre diceva questo, mi posava la mano
sul capo in una carezza soave. Poi è venuta la visione. Ma sul principio, ossia finché non sentii chiamare
la cinquantenne a nome, non compresi d’esser di fronte alla madre della Mamma e per ciò alla grazia
della sua nascita.

Tratto dagli scritti di Maria Valtorta in l’Evangelo così come mi è stato rivelato. Solo una nota mi permetto di aggiungere, a coloro che pensano di avere i diritti su questi scritti, e dico loro: la Parola di Dio non si vende, la Parola di Dio è pane di vita per tutti, e voi, come gli scribi e i rabbì del Tempio al tempo del mio Signore Gesù, siete coloro che chiudono le porte al paradiso, quelli che Gesù dice “invitati non entraste ne lasciaste entrare”, ipocriti e speculatori. Chi oserà alzare un dito contro chi propaga in verità la Parola…. meglio per lui non fosse mai nato.

Contro la mia volontà

Contro la mia volontà

contro la mia volontà

contro la mia volontà

Contro la mia volontà – Oggi voglio raccontarvi cosa mi è accaduto la settimana prima della festa dell’Immacolata di quest’anno. Ecco, da ormai un anno a questa parte, mi è presa la passione per la montagna, e in particolar modo mi è presa la passione per la neve e per le piste da scì. Ma non è tutto, mi è capita una persona che non so neanche come sia successo, ma, questa persona amica di un mio cognato, mi ha prestato una tavola da snowboard, e un bel giorno siamo andati io e la mia famiglia, appunto in montagna con gli slittini a divertirci un po sulla neve, e appena arrivati, ci siamo messi a salire a piedi su una parte di pendio libero da impianti di risalita e quindi gratis, i ragazzi, Christian e Fabio rispettivamente dodici e sei anni, potete immaginare, si sono incominciati a divertire con gli slittini e dopo le prime volte con la guida mia e di mia moglie, hanno voluto cominciare a scendere da soli, a quel punto, mentre tutti ormai si divertivano, ho deciso di provare questa tavola da snowboard, mi sono infilato gli scarponi adatti, mi sono seduto per terra, attaccato la tavola ai piedi, ma, senza avere la ben che minima idea di come si andasse su quell’affare. E infatti, provandoci, sarò caduto almeno un centinaio di volte, era praticamente più il tempo che impiagavo per rimettermi in piedi che quello in cui riuscivo a stare dritto sulla tavola, quelli che mi vedevano, ridevano di gusto e d’allegria notando la mia caparbietà, mia moglie a tratti rideva a tratti si vergognava di me, mentre i miei ragazzi non se ne curavano più di tanto, forse perchè ero uno di loro, anche io un ragazzino che si divertiva. Ecco, il mio corpo era tutto pieno di lividi e di dolori, ma mai mi sono divertito così tanto. Quindi poi nel corso della scorsa stagione ho imparato a fare snowboard, certo ancora sono un principiante, ma ormai riesco a non cadere più. Ma da quel primo giorno, quello sport mi è entrato nel sangue, forse perchè assomigliava tanto alla mia vita. Sono caduto tante volte, ma grazie a Dio, mio Signore e Creatore, sempre mi sono rialzato, i lividi sul mio corpo li porto tutt’ora, ma sono in piedi, e ho la forza di inginocchiarmi a pregare. Ora ritornando alla settimana prima della festa dell’Immacolata, avevo tanto desiderio di tornare a fare snowboard sulle piste da scì, e guarda caso la stagione quest’anno si è aperta con una settimana di anticipo, e io allora il venerdì prima della festa dell’Immacolata, mi sono concesso una feria e sono andato a Piancavallo, e un po per fretta un po per la sciocchezza che hanno i bambini quando hanno voglia di giocare al più presto col loro giocattolo preferito, non ho guardato nè previsioni meteo, ne quali impianti erano aperti, semplicemente mi sono alzato presto, ho messo tutto in macchina e sono partito, ma aimè, all’arrivo su in montagna, trovo con mio enorme dispiacere che tutte, ma proprio tutte le piste e gli impianti sono chiusi. Allora chiedo allo sportello dell’info-point, se per caso, ci fosse qualche pista aperta nei paraggi, e la signora mi dice che sulle alpi carniche a Ravascletto, le piste sullo Zoncolan sono aperte, non tutte, ma comunque si può sciare. Ora da Piancavallo fino a Ravascletto ci sono circa 150 Km, il navigatore mi dice che potrei essere li per le dodici o dodici e mezzo,e io penso che fino alle sedici e trenta che chiudono gli impianti, avrei potuto comunque fare snow per almeno tre ore buone, cerco di convincermi che si può fare, mi convinco, ecco che parto, scendo da questa montagna e mi dirigo verso Ravascletto, conto di essere li per mezzogiorno più o meno, per strada quindi la radio in macchina fa i capricci, non riceve bene il segnale, questo dovuto al fatto che mentre si scende o si sale una montagna i segnali radio non sono facilmente raggiungibili, a questo punto decido di ascoltare un CD per evitare di stare a sentire sto fruscio che mi disturba i timpani. Ma anche questo CD molto presto mi scoccia, ma nel frattempo sono arrivato a valle e quindi posso ascoltare la radio, e provo a mettere su Radio Maria, che è la radio più seria, più discreta e più Santa che secondo me esiste al mondo. Ma tante volte capita che ci siano argomenti che non catturano la mia attenzione, ma in questo caso non fu così. C’era un signore alla radio che parlava con tanto affetto e con tanta cura dei dettagli di una persona, e questo programma è andato avanti per tutto il tempo che io sono stato in macchina, fino a quando finalmente sono arrivato a Ravascletto e quindi si è fatto mezzogiorno inoltrato. Parcheggio, spengo il motore dell’auto e scendo con l’intento di andare a chiedere se mi confermavano l’apertura degli impianti in quel posto. La signora dell’info-point mi dice queste parole: mi spiace signore, ma da sabato, cioè da domani incominceremo a essere aperti tutti i giorni, oggi gli impianti sono chiusi”. Saluto e vado via, ritorno in macchina, quasi non mi interessa più, ho fatto una bella passeggiata, pazienza, in Signore non aveva predestinato questo per me quel giorno. Rientro in macchina e decido di ritornare a casa, ed ecco, la radio trasmette ancora su Radio Maria e parla ancora quel signore, che sicuramente sarà stato un sacerdote, e parla ancora di quella persona, che non è tanto conosciuta al mondo, ma che è una grande mistica, tale Maria Valtorta. Questo sacerdote, parla tanto di questo personaggio, che un poco me ne innamoro, e per non dimenticarmi quel nome, decido di fermarmi e di prendere nota di quel nominativo, e me ne torno a casa. Così termina la mia prima giornata sulla neve di questa ultima stagione. Maria Valtorta… contro la mia volontà il Signore mi guida su sentieri sicuri, mi fa conoscere persone fidate, e mi circonda di Santità.

Maria Valtorta

Maria Valtorta

L’ENIGMA MARIA VALTORTA
di Jean-François Lavère

Più di sessant’anni fa, immobilizzata nel suo letto da un’infermità cronica, Maria Valtorta scrisse di proprio pugno, in appena quattro anni, migliaia di pagine manoscritte che sono già diffuse in più di venti lingue.
Trattandosi di una “Vita di Gesù”, quest’opera non lascia nessuno indifferente e suscita sempre appassionate reazioni. L’opera è così eccezionale che merita di essere annoverata tra i capolavori della letteratura universale. Offre la materia per una inesauribile enciclopedia della vita di Gesù. Infatti quest’opera non solo integra la totalità dei quattro Vangeli, ma ne ricostruisce tutto il contesto socioculturale.
Quelli che conoscono l’opera classica Gesù nel suo tempo sono sorpresi, leggendo Maria Valtorta, nel constatare che la realizzazione del disegno di Henri Daniel-Rops vi è di gran lunga superata. Maria Valtorta mostra una tale capacità nel far rivivere i personaggi e gli avvenimenti che molti la paragonano al genio di uno Shakespeare. Questo si nota soprattutto nel realismo psicologico riguardante innumerevoli personaggi: agendo ognuno, per tutta l’opera, secondo l’età, il sesso, la professione, la sua situazione familiare e sociale, la sua formazione, le sue attitudini…
I più grandi autori si sforzano di raggiungere questo scopo, ma tutt’al più non vi pervengono che per il personaggio che rappresenta sé stessi e per qualcuno vicino. È così che l’eroe del romanzo David Copperfield rappresenta di fatto l’autore Charles Dickens, così come Tom Sawyer ci restituisce interamente l’infanzia di Mark Twain.
Inoltre, la successione degli avvenimenti riportati da Maria Valtorta trova molto naturalmente il suo posto nel quadro storico del primo secolo. Lo storico Elian Cuvillier, rendendosi conto che venti secoli di ricerche incessanti sulla cronologia della vita di Gesù sono apparsi poco fruttuosi, scrisse: “Lo storico ormai sa che è impossibile ricostruire con precisione la vita di Gesù nel dettaglio… Quanto a collocare questa o quella parola nel quadro della sua esistenza terrena, ciò è definitivamente impossibile”. Il lettore della vita di Gesù di Maria Valtorta ha la folgorante impressione di una cronologia coerente, completa e senza eguali: il puzzle è completato! È un miraggio?
Per quanto concerne i testi sacri Maria Valtorta ne manifesta una conoscenza così approfondita che l’eminente biblista Gabriele Allegra (autore della prima traduzione integrale della Bibbia in cinese) si confessò stupefatto per “la sua sorprendente cultura scritturistica”, lei che “si serviva di una semplice versione popolare della Bibbia” (relazione scritta a Macao nel giugno 1970).
Quanto alla geografia, per fissare le carte della Palestina ai tempi di Gesù gli eruditi (e specialmente i ricercatori ebrei) hanno dovuto consultare un cumulo di documenti tra i quali il Talmud, Giuseppe Flavio, le iscrizioni, le tradizioni, fonti archeologiche, ecc. Maria Valtorta nomina centinaia di luoghi e descrive con esattezza e forza dettagli di panorami, strade, corsi d’acqua, rilievi, monumenti, pur non disponendo praticamente di alcuna documentazione specializzata.
Il più sorprendente è che Maria Valtorta, pur avendo una viva intelligenza ed una eccellente memoria, non aveva neppure terminato i suoi studi secondari.

 

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Santa Caterina Siena

Santa Caterina Siena

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Santa Caterina Siena : Adriana Odasso (studiosa della Santa) nel 1999 scrive a Roma in “Un amore ardente a Cristo e alla Chiesa”:
La proclamazione di santa Caterina da Siena Compatrona d’Europa (1 Ottobre 1999), da parte del Papa, ha suscitato in me profonda emozione: è infatti da quasi sessant’anni che scrivo su questa straordinaria santa,  evidenziandone la statura europea che, sopratutto nella sua epoca, il XIV secolo, costituiva un fatto del tutto straordinario. Già durante il breve arco della sua vita terrena, Caterina attraeva e stupiva i suoi contemporanei che ne divulgarono rapidamente l’immagine e gli insegnamenti in tutta Europa. Anche oggi la santa attrae e stupisce, risplendendo di vivida luce. “Caterina da Siena santa europea”: sotto questo titolo ho raccolto alcuni miei scritti in un volume, edito nel 1984, che mi permisi di offrire a Sua Santità, che aveva manifestato particolare  ammirazione per la santa, affermando che essa “è una grande opera di Dio”.
Giovanni Paolo II ha conseguentemente incoraggiato i caterinati, i quali a Lui hanno inviato e fatto inviare, da quanti condividevano la devozione alla santa, migliaia di suppliche in cui, dopo aver evidenziato come Caterina da Siena, obbediente al desiderio del Signore che la voleva sua apostola nel mondo, avesse pregato ed agito instancabilmente per indurre alla pace ed all’unione i popoli europei del secolo XIV, chiedevano la proclamazione della santa Compatrona d’Europa, tenuto conto che proprio il Papa, nella “Mulieris dignitatem”, aveva posto in evidenza le doti e la missione della donna che Caterina aveva esercitato in una straordinaria missione politica ed
ecclesiale.
La riconosciuta missione europea di santa Caterina da Siena è stata particolarmente sentita dai caterinati belgi, i quali hanno eretto un piccolo santuario, inaugurato nel 1968 ad Astened, in prossimità del confine di tre stati: Belgio, Germania, Olanda. E’ un luogo che invita a pregare santa Caterina che tanto aveva fatto per la pace e l’unione europea. Nel settembre del 1975 il Vescovo di Siena, monsignor Mario Ismaele Castellano, e il Vescovo di Liegi, nel corso di una solenne concelebrazione, hanno deposto nel santuario cateriniano una preziosa reliquia della santa, donata dal capitolo della cattedrale di Siena. Attualmente il santuario, una piccola cappella affacciata su un romantico laghetto, rimane aperto 24 ore su 24 e non si contano gli “ex-voto” e le candele accese dai pellegrini. La venerazione alla nostra santa è dunque diffusa a livelli internazionali e, fra i diversi  movimenti  esistenti, la “Via Catharinae al Giubileo del 2000”, sorta per opera di un comitato, composto da enti religiosi e laici, fra cui l’Associazione Internazionale dei Caterinati e il Centro Nazionale di Studi Cateriniani, sta svolgendo una feconda attività di preghiera e di apostolato finalizzata sopratutto alla preparazione dei pellegrini ad entrare, con Santa Caterina, senza paura nel Terzo Millennio attraverso il Grande Giubileo del 2000.
Caterina era di origini popolane: nata a Siena nel lontano 1347, era figlia di un modesto tintore, insieme con altri ben venticinque fra fratelli e sorelle. Del tutto priva di istruzione, al punto di non saper né leggere né scrivere, Caterina fu in grado di svolgere un’azione incisiva fino alle più alte autorità della politica e delle istituzioni civili ed ecclesiastiche di allora, come riporta la ricca bibliografia ed iconografia su di lei, al fine di riportare la concordia e la pace fra i popoli. Caterina inoltre non era certo favorita dal suo stato femminile, in un’epoca dove le donne non erano per nulla considerate (solo sei secoli dopo sarebbe comparsa la parola “femminismo”). Eppure questa giovane di così modeste condizioni raggiunse, nei brevi trentatre anni di vita terrena che le furono concessi, vertici che ancora oggi ci sorprendono: toccò le vette della perfezione spirituale, fu chiamata maestra da un numero considerevole di discepoli fra cui si annoverano illustri teologi, docenti universitari, nobili di elevata cultura. Fu ricevuta ed ascoltata da Papi, Cardinali, sovrani e capi di stato dell’intera Europa. Riuscì ad ottenere il trasferimento della sede papale in Roma, dopo settant’anni di esilio avignonese. Riuscì a rappacificare Firenze con lo Stato Pontificio, da tempo in guerra fra loro, gettò le basi per la riforma della Chiesa, difese efficacemente il pontificato nel Grande Scisma d’Occidente, esortò l’Europa, lacerata da guerre fratricide, ad unirsi nel nome di Cristo. È un fatto “miracoloso” che una donna, di origini plebee, potesse nel lontano secolo XIV intrattenere  una corrispondenza politica con i potentati del tempo, ai quali si rivolgeva con tono di fermo comando, pur senza nulla perdere della sua abituale umiltà: la sua eloquenza era visibilmente dettata da quell’Amore che rende accettabili perfino le più concitate invettive.
Le sue opere: le famose “Lettere”, delle quali ben 381 sono giunte fino a noi, le”Preghiere” ed il “Dialogo della divina provvidenza”, che questa indotta analfabeta dettava ai suoi scrivani, sono uno dei migliori esempi della prosa italiana del Trecento: gli studi di lei, della sua opera, sulla sua spiritualità, sono continuati incessantemente nel corso dei secoli, fino ai nostri giorni.
La Chiesa l’ha proclamata santa, il Pontificato Romano, riconoscente per l’opera da lei svolta in sua difesa, la ha nominata Compatrona di Roma e, per la carità nella cura degli ammalati, Compatrona delle infermiere; la sua azione pacificatrice fra gli statarelli della nostra penisola la fa venerare Patrona d’Italia; la sua dottrina, acquisita per divina ispirazione e per le sue doti eccezionali di intelligenza, volontà, santità, che ha nutrito generazioni di persone avide di raggiungere quella perfezione spirituale alla quale tutti siamo chiamati, è stata riconosciuta esatta, valida, ortodossa dalla Chiesa, che l’ha nominata Dottore il 4 ottobre 1970. Mai una donna, nei quasi due millenni di cristianesimo, era stata insignita di tale titolo: Caterina da Siena e Teresa d’Avila sono le prime che hanno aperto la via per l’ottenimento di un tale titolo alle donne. In aggiunta Caterina, come terziaria, era pur sempre laica e quindi la prima laica fra i Dottori, tutti appartenenti alla gerarchia ecclesiastica. Soprattutto nel nostro tempo, ancora contrassegnato da sanguinose lotte fratricide, la grande santa senese appare portatrice dell’accorato messaggio di pace e concordia fra i popoli e di un esempio di cui gli uomini di oggi hanno particolare bisogno: amore e fedeltà a Dio e alla Chiesa.
Oggi l’esempio della nostra santa è sempre ricco di insegnamenti: l’obbedienza alla Chiesa è ispirata dalla fede, perché è a Dio che si obbedisce nella persona che da Dio deriva l’autorità di comandare.  L’obbedienza tuttavia non deve essere sinonimo di ottusa cecità, ma va inquadrata quale atto responsabile di consapevole collaborazione con l’autorità: una delle cause dell’attuale disorientamento, anche all’interno della Chiesa, è da ricercarsi proprio nella crisi dell’obbedire, che è crisi di carità e non può essere curata senza un ritorno all’Amore.
L’ardente amore di Caterina per Cristo è autentico amore per la Verità, che s’identifica in Cristo ed ha conseguentemente per sua guida suprema il magistero della Chiesa.

IL CULTO DI SANTA CATERINA “FOCUS” PER SIENA, L’ITALIA E L’EUROPA
(da La Patrona d’Italia e d’Europa n.3 lug/set. 2008)

     Il professor Gerald Parsons è un illustre accademico, docente alla Open University (United Kingdom), presso la Facoltà di Studi Religiosi. Egli ha recentemente pubblicato un libro, ovviamente in lingua inglese, avente per titolo: “The Cult of Saint Catherine of Siena-A study in Civil Religion” per i tipi della Ashgate Publishing Limited.

Questo libro analizza il culto di Santa Caterina da Siena attraverso sei secoli, non sotto la veste agiografica, ma sotto l’aspetto storico. Il lavoro di ricerca di Parsons è molto preciso e di indubbia valenza scientifica, diciassette pagine di citazioni di fonti, tra articoli di giornale, libri, materiale attinto dall’Archivio arcivescovile di Siena, dall’Archivio della Nobile Contrada dell’Oca, dall’Archivio di Stato di Siena, dall’Archivio dell’Associazione Internazionale dei Caterinati e fonti Internet.

     Il culto nei riguardi di Caterina è visto nella sua evoluzione da Santa tipicamente senese, nata nel popolare rione di Fontebranda, e poi, man mano che Ella veniva studiata e conosciuta, con una sua dimensione che diveniva sempre più grande fino ad  essere proposta come Patrona d’Italia. Le iniziative che portarono Caterina a diventare Patrona d’Italia, cominciarono prima dell’avvento del regime fascista, anche se non possiamo escludere che durante questo periodo alcuni autori cercavano di valorizzare gli aspetti che piacevano all’ideologia dell’epoca; nel libro si fa l’esempio del Misciattelli che esaltava la “romanità” di Caterina. Nella sua opera, Parsons pubblica anche una fotografia, tratta dall’Archivio dell’Associazione Internazionale dei Caterinati, scattata in occasione delle prime feste in onore di Santa Caterina Patrona d’Italia (1940), in cui si vedono le Autorità dell’epoca fare il saluto fascista al passaggio della reliquia della Sacra Testa. Anche questa è storia e non si può cancellare. Del resto anche durante le Feste del dopoguerra, con al governo della città Sindaci espressione di maggioranze di sinistra, questi non hanno perso occasione, nei loro discorsi, per rendere doverosi omaggi al pensiero della Santa, esaltando le sue parole riguardo al bene comune, all’arte del buon governare e alla giustizia sociale. Un concetto espresso nel libro è proprio quello che il culto in onore della Santa, espresso principalmente in occasione dalle Feste annuali, è sempre stato osservato “devotamente” dagli amministratori cittadini, sia di prima della guerra che del periodo dopo guerra.

     A partire dagli anni Sessanta, del culto in onore di Caterina, si tende a valorizzare la responsabilità di chi governa e la coesistenza costruttiva con i Paesi dell’emergente Comunità europea, ed ecco che il messaggio della Santa ben si presta per la sua proclamazione a Patrona d’Europa.

Il libro di Parsons ha una propria originalità nel modo di proporre il culto di Santa Caterina, un culto nato in Siena, fino ad estendersi all’Italia e infine all’Europa. Letto in questa chiave, il libro diventa quasi un’analisi sociologica del rapporto fra una mistica e le vicende storiche legate alla sua città, Siena, alla penisola italica, e all’Europa a lei contemporanee. Successivamente questa analisi sociologica chiarisce come l’Italia e l’Europa, attraverso il culto della Santa, in un intreccio tra religione e vita civile, si sono legate alla figura, al pensiero e al messaggio di questa grande contemplativa, donna vissuta nel XIV secolo, ma ancora oggi “viva” compagna di viaggio di senesi, italiani ed europei. L’originalità dello studio di Parsons sta nell’esaminare il significato del culto di Santa Caterina da Siena, di solito essenzialmente agiografico, in una prospettiva di religione civile e di storia sociale della religione.                                                                                                                                                    ( Franca Piccini)

IL MATRIMONIO MISTICO DI SANTA CATERINA DA SIENA
Nel vecchio testamento

Nella Sacra Scrittura si paragona con frequenza l’unione tra Dio e il suo popolo, all’unione matrimoniale tra l’uomo e la donna. L’esperienza coniugale del Profeta Osea ( 1-3 ) per l’appunto, rivela il mistero dei rapporti tra l’amore di Dio, che si allea a un popolo, e il tradimento di quest’ultimo. L’alleanza viene ad assumere, così, un carattere nuziale, di conseguenza l’idolatria viene considerata sia come una prostituzione che come un adulterio. Il disegno divino appare in tutta la sua chiarezza in Osea: Ti farò mia sposa per sempre, ti farò mia sposa nella giustizia e nel diritto, nella benevolenza e nell’amore.
Nel nuovo testamento
Nel nuovo Testamento con la nuova ed eterna alleanza, Gesù designa se stesso come lo sposo: Possono forse gli invitati a nozze essere in lutto mentre lo sposo è con loro? ( Mt. 9,15 ) In altri passi, Gesù paragona il regno dei cieli a un banchetto organizzato da un re per le nozze del figlio ( Mt. 22,2 ) a delle vergini che vanno incontro allo sposo ( Mt. 26, 1-13 ) a dei servi che attendono il padrone di ritorno dalle nozze ( Lc. 12,36 ). In questi testi non si fa menzione della sposa, mentre l’attenzione è rivolta solo allo sposo Gesù. L’unione matrimoniale, però, si realizza nella persona del Cristo, identificata all’alleanza che unisce Dio e il popolo. Nella lettera agli Efesini ( 5,21-33 ) Paolo usa l’immagine sposo – sposa per caratterizzare il rapporto Cristo- Chiesa, intrecciando, in un originale trama, quello che rappresenta un’istituzione sui rapporti coniugali fra marito e moglie e la riflessione sul mistero di Cristo e della Chiesa.
Nei Padri della Chiesa
Questo mistero, viene ripreso dai Padri e scrittori ecclesiastici. Tertulliano  per esempio scrive che “ Quando l’anima viene alla fede, è ricevuta dallo Spirito Santo; la carne accompagna l’anima alle nozze con lo Spirito. PerOrigene “ Cristo è lo Sposo, cui l’anima si unisce giungendo alla fede”.
San Cirillo di Gerusalemme, invece, precisa, che dopo il battesimo, colei che prima era serva, riceve ora il Signore come Sposo. Anche Didimo il cieco, asserisce che: “ Chi ha creato la nostra anima la prende in sposa nella piscina battesimale”, e come Teodoreto, presenta l’Eucaristia quale unione nuziale tra Cristo e l’anima. DopoSan Gregorio di Nissa; il Cantico dei Cantici è il testo comunemente commentato per esprimere questa unione d’amore tra Dio e l’anima sotto il simbolo di un matrimonio. San Bernardo, pone la questione sul piano dell’amore: “ Tra l’anima cristiana e il Verbo vi è piena conformità e questa unisce maritalmente l’anima al Verbo” , però avverte che l’anima è sposa del Verbo in virtù e in dipendenza dell’unione fondamentale di cristo con la chiesa. Diversi altri autori hanno interpretato il cantico dei Cantici, in senso sponsale per descrivere le relazioni tra cristo e la chiesa, tra Cristo e l’anima del cristiano. Nei Santi, molte esperienze di Dio, si manifestano durante l’estasi mistica; che bisogna dire non rientra tra le grazie gratis datae ( perché l’estasi è la conseguenza della contemplazione giunta a un grado di intensità elevatissimo per cui, il fenomeno estatico si produce come conseguenza naturale e inevitabile). Pertanto si può dire che a differenza delle grazie gratis datae, l’estasi è altamente santificante per chi la riceve. In mezzo a queste estasi ha luogo il fidanzamento spirituale che altro non è che la promessa di Dio di portare l’anima fino all’unione trasformante o al matrimonio spirituale.
È l’ultimo grado di orazione classificato dai mistici. È  quello dell’unione trasformante con Dio, conosciuto appunto come matrimonio spirituale. Costituisce per dirla con un altro grande Dottore della Chiesa Santa Teresa D’Avila, che ha classificato bene tutto ciò, la settima mansione del Suo “ Castello interiore “ e si designa altresìcoi nomi di unione consumata e deificazione dell’anima.
È Pertanto questo l’ultimo grado di perfezione classificabile che si può raggiungere in questa vita e costituisce un preludio e una immediata preparazione alla beata vita della gloria. Non possiamo iniziare a parlare di Caterina da Siena senza citare ( l’archetipo per così dire ) del matrimonio mistico: Santa Caterina D’alessandria : A parte le più antiche passiones greche e latine, composte nei lontani secoli VII-VIII, una fonte interessante per il culto e la leggenda di Caterina D’Alessandria è un sermone della prima metà del secolo XIII recentemente pubblicato. Appartiene a Stephen Langton , un maestro in teologia nello studio di Parigi, dal 1207 al 1228 arcivescovo di Canterbury. Famoso predicatore, denominato “ Stephanus de Lingua-Tonante”, pronuncia un sermone che ha come fonte la passione di Caterina, esaltata come esempio da imitare. Pur non essendo presente il racconto dellaconversio, la parte finale del sermone richiama insistentemente il motivo del matrimonio mistico tra Cristo e l’anima, dando spazio alla citazione del testo sacro che è all’origine della metafora matrimoniale ( Ct 2, 10,12 ).(Cfr: Gabriella Zarri Recinti Ed. il mulino 2000 )

      Veniamo a Santa Caterina da Siena.
Santa Caterina, ricevette da Dio molti doni, ma è fuor d’ogni dubbio che il più grande di tutti fu il dono della fede, che infatti possedette e fu per lei la pietra fondamentale della sua santificazione. Ormai la nostra Mantellata era giunta a venti anni ed era sempre più tesa a chiedere al Signore la perfezione della fede. Finchè un giorno insistendo nella preghiera, su tale argomento, si sentì rispondere dal Signore: Io ti sposerò a me nella fede perfetta”.
Era l’ultimo giorno di carnevale del 1367. Le apparve il Signore che le disse : “ Poiché tu hai voluto rinunciare a qualunque diletto del corpo, in cui quasi tutta la città è coinvolta, e hai preferito rivolgere a me tutto il tuo affetto, proprio in questo momento voglio sposare l’anima tua, che resterà così sempre unita a me con fede sincera, come già ti promisi, e ciò voglio fare in modo solenne. Allora vide la Regina del cielo Maria S.S. con San Paolo, San Giovanni Evangelista, con San Domenico e il Re David con in mano la cetra. Mentre il Re David suonava, MariaS.S. prese la mano di Caterina e stendendo le dita verso Gesù, lo pregò, secondo la sua promessa, di sposarlanelle fede perfetta. Allora Gesù,accogliendo la sua domanda, la sposò mettendole al dito anulare un bellissimo anello d’oro con quattro perle e nel mezzo un diamante, e disse: ecco io ti sposo a me nella fede perfetta, la quale sempre dovrai conservare intatta e incontaminata fino alle tue nozze celesti, che si celebreranno con grande letizia e gloria.Intanto tu figliola mia, d’ora in avanti farai tutte quelle cose, che la mia provvidenza ti affiderà. Ormai, munita di fede invitta, come sei, potrai affrontare vittoriosamente tutti i tuoi avversari.Il fenomeno mistico della nostra Santa, ci invita ad andare oltre il simbolo sponsale. La realtà significata è il livello stabile di unione di amore e di pensiero. Il diamante infatti, simboleggia la fede forte, perfetta, le quattro perle, simboleggiano la purezza d’intenzione, di pensiero, di parola e di azione. Ma diamo uno sguardo ai personaggi o meglio ai testimoni che assistono al matrimonio mistico della Santa.
Maria S.S.
Maria S.S.è amata da Santa Caterina, perché si è perfettamente conformata in tutto alla volontà del Padre.Maria rimarrà per Caterina il perfetto esemplare della piena conformità e dell’umile attuazione del progetto di Dio.
Il Re Davide
Il Re Davide, è figura di spicco nell’ambito del matrimonio mistico, in quantochè è il cantore ispirato di melodie dolcissime e canta l’amore di Dio per gli uomini, o l’amore di Dio col popolo d’Israele come l’amore dello sposo per la sua sposa.
San Giovanni evangelista
Per Santa Caterina, San Giovanni, è il teologo dell’amore, è colui che aiuta la nostra Santa a penetrare il più possibile, il mistero di Dio amore infinito.
San Paolo
L’ottimo Paolo, come lo chiama confidenzialmente la nostra Santa, il Dottore, l’Apostolo delle genti, è molto amato, perché innamorato come Lei, di cristo stesso. Paolo si è conformato a cristo e a cristo crocifisso.
San Domenico
Il dolce Spagnolo, come amava definirlo, è il Padre suo, è altresì amante della verità contemplata, offerta e donata ai fratelli per la loro salvezza, perché l’uomo creatura fatta d’amore, ha sete di verità come bisogno d’amore!
Ma cosa voleva significare per Caterina essere sposa del Signore! Era, come lei ben capì, un invito unitivo, prima che operativo, che comprendeva pensieri e affetti simili ai sentimenti interiori che legano gli sposi reciprocamente anche quando sono lontani.Prima del matrimonio mistico, il Signore aveva detto a caterina: “ Figliola, pensa a me; se lo farai, Io subito penserò a Te”. Quel “ pensa a me “ si rivolge a un’attività interiore, del mondo dello spirito, dove si può attuare nel modo genuino l’incontro e la risposta di Dio che è puro Spirito. L’iopenserò a Te, viene dopo, come conseguenza, sul piano operativo. LA risposta all’implorazione che esprime il bisogno o il desiderio della giovane sposa. Tale attenzione al pensiero dello Sposo era un programma fatto apposta per Caterina, ma l’invito del Signore era a salire ancora in alto, quindi crescita spirituale da portare avanti fino allo sviluppo completo. Fino al matrimonio mistico, dunque fino all’unione trasformante.
Cosa che accadde pienamente alla nostra Santa. La stimmatizzazione, avvenuta il 1° aprile 1375, durante la Messa , dopo aver ricevuto la Santa comunione; conclude o compie l’itinerario di perfezione cristiana o di unione trasformante in cristo. Al punto che Santa Caterina potrà fare sue le parole di San Paolo: “ Non sono più io chevivo, ma cristo vive in me”. (P.Alfredo Scarciglia o.p, da La Patrona d’Italia e d’Europa, apr/giu 2009)

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San Giovanni Bosco

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San Giovanni Bosco – Castelnuovo d’Asti, 16 agosto 1815 – Torino, 31 gennaio 1888

San Giovanni Bosco

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San Giovanni Bosco : Grande apostolo dei giovani, fu loro padre e guida alla salvezza con il metodo della persuasione, della religiosità autentica, dell’amore teso sempre a prevenire anziché a reprimere. Sul modello di san Francesco di Sales il suo metodo educativo e apostolico si ispira ad un umanesimo cristiano che attinge motivazioni ed energie alle fonti della sapienza evangelica. Fondò i Salesiani, la Pia Unione dei cooperatori salesiani e, insieme a santa Maria Mazzarello, le Figlie di Maria Ausiliatrice. Tra i più bei frutti della sua pedagogia, san Domenico Savio, quindicenne, che aveva capito la sua lezione: “Noi, qui, alla scuola di Don Bosco, facciamo consistere la santità nello stare molto allegri e nell’adempimento perfetto dei nostri doveri”. Giovanni Bosco fu proclamato Santo alla chiusura dell’anno della Redenzione, il giorno di Pasqua del 1934. Il 31 gennaio 1988 Giovanni Paolo II lo dichiarò Padre e Maestro della gioventù, “stabilendo che con tale titolo egli sia onorato e invocato, specialmente da quanti si riconoscono suoi figli spirituali”.

Martirologio Romano: Memoria di san Giovanni Bosco, sacerdote: dopo una dura fanciullezza, ordinato sacerdote, dedicò tutte le sue forze all’educazione degli adolescenti, fondando la Società Salesiana e, con la collaborazione di santa Maria Domenica Mazzarello, l’Istituto delle Figlie di Maria Ausiliatrice, per la formazione della gioventù al lavoro e alla vita cristiana. In questo giorno a Torino, dopo aver compiuto molte opere, passò piamente al banchetto eterno.

Giovanni Bosco nasce il 16 agosto 1815 in una modesta cascina nella frazione collinare “I Becchi” di Castelnuovo d’Asti (oggi Castelnuovo Don Bosco): è figlio dei contadini Francesco Bosco (1784-1817) e Margherita Occhiena (1788-1856).
Quando Giovanni aveva due anni, il padre contrasse una grave polmonite che lo condusse alla morte il 12 maggio 1817, a soli 33 anni. Francesco Bosco lasciò la moglie vedova a 29 anni, con tre figli da crescere: Antonio (1808-1849, figlio della prima moglie), Giuseppe (1813-1862) e Giovanni; inoltre la madre dovette provvedere al mantenimento e all’assistenza della suocera: Margherita Zucca (1752-1826), anziana e inferma.
Erano anni di carestia e “Mamma Margherita”, come sarà sempre chiamata dai Salesiani, dovette lottare e lavorare i campi con grande sacrificio per assicurare il sostentamento alla famiglia e anche per assecondare i talenti scolastici di Giovanni, malvisto dal fratellastro Antonio, il quale considerava tempo e denaro gettati quell’occuparsi di libri, mentre lui era costretto a zappare la terra.
A nove anni il piccolo Giovanni fece un sogno e da allora, fino alla fine dei suoi giorni, continuerà ad essere visitato da sogni-rivelazioni che gli indicheranno la sua strada e lo faranno portavoce di profezie dirette ai singoli, alle società, ai suoi amati giovani, alla Congregazione salesiana, alla Chiesa. Lui stesso definì “profetico” quello dei nove anni e che più volte raccontò ai ragazzi del suo Oratorio: gli pareva di essere vicino a casa, in un cortile molto vasto, dove si divertiva una gran quantità di ragazzi. Alcuni ridevano, altri giocavano, non pochi bestemmiavano. Al sentire le bestemmie, egli si lanciò in mezzo a loro, cercando di arrestarli usando pugni e parole. Ma in quel momento apparve un uomo maestoso, nobilmente vestito: il suo viso era così luminoso che egli non riusciva a guardarlo. Lo chiamò per nome e gli ordinò di mettersi a capo di tutti quei ragazzi. Giovanni gli chiese chi fosse colui che gli comandava cose impossibili: “Io sono il figlio di colei che tua madre ti insegnò a salutare tre volte al giorno”. In quel momento apparve, vicino a lui, una donna maestosa, e in quell’istante, al posto dei giovani, c’era una moltitudine di capretti, cani, gatti, orsi e parecchi altri animali. La Madonna gli disse: “Ecco il tuo campo, ecco dove devi lavorare. Cresci umile, forte e robusto, e ciò che adesso vedrai succedere a questi animali, tu lo dovrai fare per i miei figli”. Fu così che, al posto di animali feroci, comparvero altrettanti agnelli mansueti, che saltellavano, correvano, belavano, facevano festa.
Proprio dopo questo sogno (i sogni, come don Bosco li chiamava, possono definirsi anche “visioni”, come ha dichiarato il suo primo biografo, Giovanni Battista Lemoyne S.D.B., 1839-1916), nel giovane Bosco si accese la vocazione.
Per avvicinare i ragazzini alla preghiera e all’ascolto della Santa Messa imparò i giochi di prestigio e le acrobazie dei saltimbanchi, attirando in tal modo coetanei e contadini, i quali venivano da lui invitati a recitare il Santo Rosario e alla lettura del Vangelo. Il 26 marzo 1826 Giovanni prese la Prima Comunione.
Divenuta insostenibile la convivenza con Antonio Bosco, Margherita fu costretta ad allontanare il figlio dai Becchi, mandandolo a vivere, come garzone, a Moncucco Torinese, presso la cascina dei coniugi Luigi e Dorotea Moglia, dove rimase dal febbraio 1827 al novembre 1829. Nel settembre di quello stesso 1829 era arrivato a Morialdo il cappellano don Giovanni Melchiorre Calosso (1759-1830), sacerdote settantenne, il quale, dopo aver constatato quanto intelligente e desideroso di studiare fosse il giovane, decise di accoglierlo nella propria casa per insegnargli la grammatica latina e prepararlo così alla vita sacerdotale. Un anno dopo, precisamente il 21 novembre del 1830, don Calosso fu colpito da apoplessia e, moribondo, diede al giovane amico la chiave della sua cassaforte, dove erano conservate 6000 mila lire, che avrebbero permesso a Giovanni di studiare ed entrare in Seminario. Ma il giovane preferì non accettare il regalo del maestro e consegnò l’eredità ai parenti del defunto.
Quando il 21 marzo 1831 il fratellastro si sposò, la madre decise di dividere l’asse patrimoniale affinché Giovanni potesse  tornare a casa e riprendere da settembre gli studi a Castelnuovo, con la possibilità di una semi-pensione presso Giovanni Roberto, sarto e musicista del paese, dal quale apprese tali arti. Imparò anche altri mestieri, come quello del falegname e del fabbro, e con queste abilità riuscirà a fondare diversi laboratori artigianali per i ragazzi dell’Oratorio di Valdocco.
Per continuare a studiare a Chieri lavorò come garzone, cameriere, addetto alla stalla. Alla scuola chierese fondò la “Società dell’Allegria”, attraverso la quale, in compagnia di alcuni bravi giovani, tentava di far avvicinare alla preghiera i coetanei, divertendoli con i suoi giochi di prestigio e i suoi numeri acrobatici.
In quegli anni strinse forte amicizia con Luigi Comollo (1817-1839), nipote del parroco di Cinzano. Il giovane era sovente oggetto, per bontà e innocenza, dei maltrattamenti dei compagni: veniva insultato e picchiato, ma egli accettava con un sorriso o una parola di perdono queste sofferenze. Il giovane Bosco, dal canto suo, non sopportava di vedere l’amico subire in questo modo, perciò con la sua notevole forza fisica, lo difendeva, azzuffandosi con gli aggressori. L’amicizia d’anima che si stabilì fra Luigi e Giovanni divenne fondamentale per la santità di quest’ultimo. Don Bosco stesso affermerà nelle sue Memorie: «Posso dire che da lui ho cominciato a imparare a vivere da cristiano» e comprese quanto fosse essenziale la salvezza dell’anima, tanto che il suo programma di vita, ispirato a Gn. 14,21, fu sempre: «Da mihi animas, coetera tolle» (“Dammi le anime, prenditi tutto il resto”) e questo motto era scritto a grossi caratteri su un cartello che teneva nella sua camera a Valdocco.
Nell’autunno del 1832 iniziò la terza Grammatica. Nei due anni seguenti frequentò le classi di Umanità (1833-34) e Retorica (1834-35), dimostrandosi un allievo eccellente, di sorprendente memoria e appassionato di libri. Nel marzo 1834, mentre si avviava a terminare l’anno di Umanità, presentò ai Francescani la domanda per essere accettato nel loro ordine, ma cambiò idea prima di andare in convento, seguendo sia un sogno, contrario a questa scelta,  sia il consiglio di don Giuseppe Cafasso (1811-1860); perciò il 30 ottobre 1835 si presentò nel Seminario di Chieri. dove rimase fino al 1841, studiando Dogmatica (lo studio delle verità cristiane), Morale (la legge che il cristiano deve osservare), Sacra Scrittura (la parola di Dio), Storia ecclesiastica (storia della Chiesa dalle origini del Cristianesimo all’età contemporanea).
In Seminario Giovanni Bosco incontrò nuovamente il carissimo amico Comollo, ma questi, il 2 aprile del 1837, già debole fisicamente, si spense a soli 22 anni. Nella notte fra il 3 e il 4 aprile, secondo una testimonianza diretta di Giovanni Bosco e dei suoi venti compagni di camera, alunni del corso teologico, l’amico apparve, come un rombo di tuono e sotto forma di una luce che, per tre volte consecutive, disse: “Bosco! Bosco! Bosco! Io sono salvo!”. Il giovane chierico, profondamente scosso e turbato, da quel momento in poi decise di porre la salvezza eterna al di sopra di tutto.
Il 29 marzo 1841 ricevette l’ordine del diaconato e il 5 giugno 1841 venne ordinato sacerdote nella Cappella dell’Arcivescovado di Torino. Don Bosco, dopo aver rifiutato una serie di incarichi, su invito di colui che continuerà ad essere suo stimato e amato direttore spirituale, don Cafasso, decise di entrare, i primi di novembre del 1841, nel Convitto Ecclesiastico di San Francesco d’Assisi di Torino, fondato nel 1817 da don Luigi Guala (1775-1848) e dal venerabile Pio Brunone Lanteri (1759-1830), perché, constatando gli errori seminati fra il clero dal Giansenismo e il vuoto formativo in cui erano lasciati i neo-sacerdoti, essi desideravano offrire una sana formazione ecclesiastica. La linea teologica adottata da Lanteri e da Guala era di stampo ignaziano ed alfonsiano, più benigna, misericordiosa e positiva rispetto a quella rigorista insegnata alla Facoltà teologica dell’Università di Torino. Gli allievi del Convitto, nel quale don Cafasso entrò nel 1834, venivano anche avviati all’attività pastorale con diverse esperienze nelle parrocchie della città. Si curavano poi, in modo particolare, la vita spirituale e la preghiera.
Nella terra subalpina prendono vita i moti risorgimentali e la Chiesa, duramente perseguitata sotto Napoleone (1769-1821), ora si appresta, dopo il Regno del cattolico Carlo Alberto (1798-1849), salito al trono nel 1831 (molto attento alla riforma del clero, avendo stabilito un fecondo accordo con Papa Gregorio XVI, 1798-1849) a ricevere feroci attacchi dal governo liberale e massonico.
In seguito alla tragica guerra dichiarata dall’Illuminismo e dalla Rivoluzione Francese alla Chiesa, sorse un’energica risposta di ricristianizzazione: l’Amicizia Cristiana, fondata dallo svizzero Nikolaus Joseph Albert von Diessbach (1732-1798), un militare al servizio di Casa Savoia che, dopo la conversione dal Calvinismo, entrò nella Compagnia di Gesù. L’Amicizia Cristiana, iniziativa che, seppur segreta, ebbe ampia risonanza in tutta Europa, sorse fra il 1779 e il 1780 a Torino. L’eredità di padre Diessbach venne raccolta da Brunone Lanteri, fondatore degli Oblati di Maria, il quale, contro i seminatori della menzogna e dell’eresia, fece sorgere l’Amicizia Cattolica (1817). Con lui altri amici, devoti del Sacro Cuore di Gesù, sostennero la Chiesa e lo fecero leggendo e studiando testi di sant’Ignazio di Loyola (1491-1556), sant’Alfonso Maria de’ Liguori (1696-1787), san Francesco di Sales (1567-1622), santa Teresa d’Avila (1515-1582).
La preparazione di don Giovanni Bosco nel Convitto durò tre anni. Proprio in quel tempo avvenne il fatto che gli aprì la strada alla missione che fin da bambino desiderava realizzare: essere sacerdote fra i giovani e insegnare loro a conoscere la dottrina cattolica, ad amare il Signore e la Madonna, indicando la strada per la salvezza dell’anima.
Bartolomeo Garelli, muratore di 16 anni, arrivato da Asti, orfano, analfabeta, povero, indifeso, si presentò, l’8 dicembre 1841, nella sacrestia della Chiesa di San Francesco d’Assisi e fu il primo ad essere istruito da don Bosco: egli è il prototipo di tutti i giovani, di tutte le famiglie e di tutti i popoli che san Giovanni Bosco ha evangelizzato. Proprio con Garelli nacque l’Oratorio di San Francesco di Sales e, dopo pochi giorni, giunsero con lui sei ragazzini e altri si aggiunsero, mandati da don Cafasso. Qual era lo scopo dell’Oratorio fondato da don Bosco? Si dice che don Bosco si occupò della gioventù povera per sollevarla dalla miseria e dall’ignoranza, offrendo anche la possibilità di qualificarsi con un lavoro per mantenersi dignitosamente nella vita. Ma, in realtà, l’unico vero fine dell’azione “sociale” di don Bosco fu quello di portare il maggior numero di anime in Paradiso, partendo proprio da quelle che la Provvidenza gli affidava.
[…] Don Bosco, come tutti i santi, era animato da un fuoco di carità, vale a dire dall’amore adorante verso Dio e, per amorosa obbedienza all’Onnipotente, da un fuoco d’amore verso il prossimo; tutto ciò che fece per gli altri fu unicamente riflesso del suo amore verso la Trinità e il suo amore verso il prossimo ebbe sempre un unico intento, salvare le anime, di cui tutto il resto fu strumento.
Il fondatore dei Salesiani insegnava, prima di tutto, a trattare con il mondo senza farsi schiavi del mondo ed è proprio questa libertà che respirarono e vissero i suoi giovani, i quali, attraverso gli occhi e le amabili parole di don Bosco, compresero davvero il significato delle parole Paradiso ed Inferno.
Nel corso dell’inverno 1841-1842 egli si adoperò a consolidare il piccolo Oratorio, ospitato nel Convitto, dove si teneva il catechismo festivo con il consenso dell’Arcivescovo di Torino, Monsignor Luigi Fransoni (1789-1862).
Don Bosco cercava, per le vie della capitale subalpina, i bambini e i ragazzi che vivevano di espedienti e di delinquenza: si recava a Porta Palazzo e in piazza San Carlo, catturando questa povera gioventù con la sua santità e la sua simpatia: scalpellini, muratori, stuccatori, selciatori, quadratori… immigrati dalle campagne in cerca di un’occupazione in città e, non conoscendo nessuno, erano come degli orfani, esposti a mille pericoli. Molto buoni ed onesti erano, invece, i piccoli spazzacamini, che il fondatore dei Salesiani difendeva dagli abusi di chi era più prepotente di loro.
Insieme a don Cafasso iniziò a visitare anche le carceri e inorridì di fronte al degrado nel quale vivevano giovani dai 12 ai 18 anni, rosicchiati dagli insetti e desiderosi di mangiare anche un misero tozzo di pane. Dopo diversi giorni i carcerati decisero di avvicinarsi al sacerdote, raccontandogli le loro vite e i loro tormenti. Don Bosco sapeva che quei ragazzi sarebbero andati alla rovina senza una guida e quindi si fece promettere che, non appena fossero usciti di galera, lo raggiungessero alla Chiesa di San Francesco.
La seconda domenica di ottobre del 1844 diede l’annuncio ai suoi giovani che l’Oratorio si sarebbe trasferito da San Francesco d’Assisi al Rifugio, fondato dalla marchesa Giulia Colbert Falletti di Barolo (1786-1864) a favore delle ragazze a rischio prostituzione. Qui don Bosco divenne cappellano dell’Ospedaletto di Santa Filomena, un’istituzione sanitaria per le bambine povere e disabili, anch’essa fondata dalla marchesa di Barolo.
Coadiuvato dal teologo don Giovanni Borel (1801-1873), riuscì a proseguire l’Oratorio festivo, la cui vita, però, non era semplice in quanto la Marchesa lamentava la presenza dei tanti ragazzi di don Bosco in una realtà che era prettamente femminile e, per di più, pericolante. Inoltre la salute del sacerdote, anche a motivo del suo indefesso lavoro, era molto provata: sputava sangue.
Dopo un periodo trascorso all’aperto, finalmente, il 12 aprile 1846, giorno di Pasqua, don Bosco trovò un posto per i suoi ragazzi, una tettoia con un pezzo di prato: la tettoia Pinardi a Valdocco. Qui, oltre all’Oratorio festivo, presero avvio la realtà educativa, le scuole serali, la scuola di musica-canto, i laboratori per dare una professione ai suoi amati figli e nel 1854 don Bosco diede inizio alla Società Salesiana, con la quale assicurò la stabilità delle sue opere. Dieci anni dopo porrà, come aveva visto in sogno, la prima pietra del santuario di Maria Ausiliatrice: ancora oggi è visibile, nella cappella delle reliquie della basilica, il punto preciso dove la Madonna indicò il sito dove sarebbe sorta.
Nel 1872, con santa Maria Domenica Mazzarello (1837-1881), fondò l’Istituto delle Figlie di Maria Ausiliatrice, con lo scopo di educare, con il medesimo spirito salesiano, la gioventù femminile.
Il metodo educativo di don Bosco, che si prefiggeva di formare degli «onesti cittadini e dei buoni cristiani», e la sua attività ispirata dall’autentica carità cristiana hanno raggiunto tutto il mondo, arrivando anche nei Paesi di tradizione non cristiana. Il perdurare e il moltiplicarsi delle sue opere lo hanno fatto conoscere e studiare, tanto che oggi disponiamo di un’abbondante bibliografia sulla sua persona e sul suo stile educativo. Meno noti, invece, i suoi scritti, nonostante la sua predilezione per questo genere di apostolato, necessario per la cresciuta alfabetizzazione fra il popolo, per la mancanza di libri idonei alle persone semplici e per l’aumento della stampa anticattolica e anticlericale. Per lui, che aveva chiesto nella sua prima Santa Messa l’efficacia della parola, un mezzo più adatto non poteva esistere.
Sono da ricordare le diverse collane pubblicate per molti anni, che hanno avuto un grande successo: Letture Cattoliche, Biblioteca della Gioventù Italiana, Selecta ex Latinis Scriptoribus, Latini Christiani Scriptores, “Bollettino Salesiano”, Letture Ascetiche, Letture Drammatiche, Letture Amene, Bibliotechina dell’Operaio. Don Giovanni Bosco condivideva l’opinione del cardinale Louis-Edouard Pie (1815-1880), modello e punto di riferimento di san Pio X (1835-1914): «Quando tutta una popolazione, fosse anche la più devota e assidua alla Chiesa e alle prediche, non leggesse che giornali cattivi in meno di trent’anni diventerebbe un popolo di empi e di rivoltosi. Umanamente parlando non vi è predicazione di sorta che valga contro la forza della stampa cattiva».
Per confutare i protestanti si servì sempre della roccia della Tradizione, attingendo particolarmente alle fonti dei Padri e Dottori della Chiesa. L’autore sosteneva che i protestanti facevano ogni sforzo per imitare gli gnostici nel muovere guerra agli insegnamenti della Chiesa Cattolica. Don Bosco combatté tenacemente contro le idee protestanti e contro i disegni liberali e massonici del Risorgimento; avvertì e ammonì lo stesso Vittorio Emanuele II (il sovrano che tradì la cattolicità di Casa Savoia, apparentandosi alle leggi massoniche): con una profezia gli annunciò che, se avesse firmato la legge Rattazzi (approvata il 2 marzo 1855), per la soppressione degli Ordini religiosi e l’incameramento dei loro beni da parte dello Stato, ci sarebbero stati “grandi funerali a corte” e che “La famiglia di chi ruba a Dio è tribolata e non giunge alla quarta generazione”: si avverarono entrambi i vaticini.
Egli rientra, a pieno titolo, fra i protagonisti della storia della Chiesa militante. Attraverso libri e articoli, omelie e conferenze lottò, divenendo anche oggetto di vilipendi e di attentati (si salvò sempre grazie all’intervento celeste e al “Grigio”, il misterioso e grosso cane grigio che compariva al bisogno per poi sparire nel nulla), per difendere la Fede, Santa Romana Chiesa, il Sommo Pontefice, diventando anche confidente di Pio IX (1792-1878), il quale chiese a lui consiglio per la nomina dei nuovi vescovi da collocare nelle diocesi vacanti, dove era passata la persecuzione liberal-massonica.
Tre furono i suoi “Amori bianchi”: l’Eucarista, la Madonna, il Papa. Celebre il cosiddetto “Sogno delle due colonne”, considerato profetico per il futuro della Chiesa: il sogno, raccontato dal santo la sera del 30 maggio 1862, descrive una terribile battaglia sul mare, scatenata da una moltitudine di imbarcazioni contro un’unica grande nave, che simboleggia la Chiesa con il suo comandante, il Sommo Pontefice. La nave, colpita ripetutamente, viene guidata dal Papa ad ancorarsi, sicura e vittoriosa, fra due alte colonne emerse dal mare: quella dell’Eucaristia, simboleggiata da una grande Ostia con la scritta “Salus credentium”, e quella della Madonna, simboleggiata da una statua dell’Immacolata, con la scritta “Auxilium Christianorum”.
Specialissima la sua devozione per Maria Vergine, in particolare per Maria Ausiliatrice e per Maria Immacolata. Dopo san Pio V (1504-1572), con la vittoria dei Cristiani nella Battaglia di Lepanto del 1571, Innocenzo XI (1611-1689), con la liberazione di Vienna dall’assedio dei Turchi (1683), e Pio VII (1742-1823), che stabilì la festa di Maria Ausiliatrice il 24 maggio 1815, in ringraziamento a Maria Santissima per la sua liberazione dalla ormai quinquennale prigionia napoleonica, il grande diffusore della devozione a Maria Auxilium Christianorum, alla quale la Chiesa attribuisce la sconfitta di tutte le eresie, è stato proprio san Giovanni Bosco.
Con una solenne celebrazione, nella basilica di Maria Ausiliatrice di Torino, l’11 novembre 1875 si diede a battesimo la prima spedizione missionaria salesiana, diretta in Argentina e preconizzata da don Bosco. Guidati da don Giovanni Cagliero (1838-1926), che diventerà il primo vescovo e il primo cardinale salesiano, i missionari si imbarcarono dal porto di Genova il 14 novembre.
San Giovanni Bosco morì all’alba del 31 gennaio 1888 e venne sepolto nell’Istituto salesiano “Valsalice”, sulla precollina torinese, per venire poi, con la beatificazione, traslato nel santuario di Maria Ausiliatrice. Il 2 giugno 1929 Pio XI lo beatificò, dichiarandolo santo il 1º aprile 1934, giorno di Pasqua.
[…]
Don Bosco indica al cattolico, allora come oggi, la strada da percorrere per vivere in sancta laetitia su questa terra e per godere la beatitudine eterna dopo la morte.
Tutta la sua esistenza, di profonda umiltà, si dipana fra gli arcani del cielo e le realizzazioni dei progetti divini in terra: l’anima autentica di questo uomo di Dio, orgoglioso della sua divisa di ministro dell’altare, è imbevuta di misticismo. Il sogno, la visione e il realismo nell’esistenza di questo padre e maestro dei giovani si sorreggono a vicenda, nutrendosi reciprocamente. Con la Croce di Cristo, pronto a condividerla con le mortificazioni e le penitenze che non lesinava, ha redento migliaia e migliaia di persone. Un santo sacerdote che ha sperimentato ciò che può realizzare la Grazia e che fu in grado di infondere nei suoi figli il segreto dell’esistenza: «Tutto passa: ciò che non è eterno è niente!».
Il demonio veniva spesso a fargli visita nelle ore notturne, per non farlo riposare ed egli accettava, al fine di distrarre il maligno dalle anime dei suoi ragazzi. Scrutatore dei cuori, taumaturgo (moltiplicava ostie, pane, castagne; resuscitò anche un morto), profezie, sogni, visioni, miracoli, bilocazioni «di cui Dio aveva arricchito il suo Servo, resero universale l’opinione che, per provvidentissima disposizione divina, allo scopo di promuovere la restaurazione cristiana dell’umana società, deviata dal sentiero della verità, Dio avesse appunto inviato Giovanni Bosco, l’uomo cioè che, di umili natali, ignoto e povero, senza alcuna ambizione e cupidigia, ma sospinto dalla sola carità verso Dio e verso il prossimo, zelantissimo della gloria di Dio, benemerentissimo della civiltà e della religione, riempì il mondo del suo nome» (Lettera decretale di Pio XI Geminata Laetitia che proclama Santo Giovanni Bosco. Roma, San Pietro 1° aprile 1934).
Come nel Medioevo, dopo le orde barbariche, i monaci avevano gettato le fondamenta di una civiltà cristiana, culturalmente, artisticamente, scientificamente ed economicamente solida, così don Bosco, contemporaneamente alla nefasta azione delle orde rivoluzionarie, lanciò contro di essa una sfida difensiva e offensiva di travolgente dimensione, puntando sul centro nevralgico e strategicamente decisivo per la costruzione di una società, ovvero l’educazione della gioventù, la quale avrebbe dovuto seguire tre linee (pedagogia preventiva): la ragione, la religione, l’amorevolezza.

San Giovanni Bosco è indubbiamente il più celebre santo piemontese di tutti i tempi, nonché su scala mondiale il più famoso tra i santi dell’epoca contemporanea: la sua popolarità è infatti ormai giunta in tutti i continenti, ove si è diffusa la fiorente Famiglia Salesiana da lui fondata, portatrice del suo carisma e della sua operosità, che ad oggi è la congregazione religiosa più diffusa tra quelle di recente fondazione.
Don Bosco fu l’allievo che diede maggior lustro al suo grande maestro di vita sacerdotale, nonché suo compaesano, San Giuseppe Cafasso: queste due perle di santità sbocciarono nel Convitto Ecclesiastico di San Francesco d’Assisi in Torino.
Giovanni Bosco nacque presso Castelnuovo d’Asti (oggi Castelnuovo Don Bosco) in regione Becchi, il 16 agosto 1815, frutto del matrimonio tra Francesco e la Serva di Dio Margherita Occhiena. Cresciuto nella sua modesta famiglia, dalla santa madre fu educato alla fede ed alla pratica coerente del messaggio evangelico. A soli nove anni un sogno gli rivelò la sua futura missione volta all’educazione della gioventù. Ragazzo dinamico e concreto, fondò fra i coetanei la “società dell’allegria”, basata sulla “guerra al peccato”.
Entrò poi nel seminario teologico di Chieri e ricevette l’ordinazione presbiterale nel 1841. Iniziò dunque il triennio di teologia morale pratica presso il suddetto convitto, alla scuola del teologo Luigi Guala e del santo Cafasso. Questo periodo si rivelò occasione propizia per porre solide basi alla sua futura opera educativa tra i giovani, grazie a tre provvidenziali fattori: l’incontro con un eccezionale educatore che capì le sue doti e stimolo le sue potenzialità, l’impatto con la situazione sociale torinese e la sua straordinaria genialità, volta a trovare risposte sempre nuove ai numerosi problemi sociali ed educativi sempre emergenti.
Come succede abitualmente per ogni congregazione, anche la grande opera salesiana ebbe inizi alquanto modesti: l’8 dicembre 1841, dopo l’incontro con il giovane Bartolomeo Garelli, il giovane Don Bosco iniziò a radunare ragazzi e giovani presso il Convitto di San Francesco per il catechismo. Torino era a quel tempo una città in forte espansione su vari aspetti, a causa della forte immigrazione dalle campagne piemontesi, ed il mondo giovanile era in preda a gravi problematiche: analfabetismo, disoccupazione, degrado morale e mancata assistenza religiosa. Fu infatti un grande merito donboschiano l’intuizione del disagio sociale e spirituale insito negli adolescenti, che subivano il passaggio dal mondo agricolo a quello preindustriale, in cui si rivelava solitamente inadeguata la pastorale tradizionale.
Strada facendo, Don Bosco capì con altri giovani sacerdoti che l’oratorio potesse costituire un’adeguata risposta a tale critica situazione. Il primo tentativo in tal senso fu compiuto dal vulcanico Don Giovanni Cocchi, che nel 1840 aveva aperto in zona Vanchiglia l’oratorio dell’Angelo Custode. Don Bosco intitolò invece il suo primo oratorio a San Francesco di Sales, ospite dell’Ospedaletto e del Rifugio della Serva di Dio Giulia Colbert, marchesa di Barolo, ove dal 1841 collaborò con il teologo Giovanni Battista Borel. Quattro anni dopo trasferì l’oratorio nella vicina Casa Pinardi, dalla quale si sviluppò poi la grandiosa struttura odierna di Valdocco, nome indelebilmente legato all’opera salesiana.
Pietro Stella, suo miglior biografo, così descrisse il giovane sacerdote: “Prete simpatico e fattivo, bonario e popolano, all’occorrenza atleta e giocoliere, ma già allora noto come prete straordinario che ardiva fare profezie di morti che poi si avveravano, che aveva già un discreto alone di venerazione perché aveva in sé qualcosa di singolare da parte del Signore, che sapeva i segreti delle coscienze, alternava facezie e confidenze sconvolgenti e portava a sentire i problemi dell’anima e della salvezza eterna”.
Spinto dal suo innato zelo pastorale, nel 1847 Don Bosco avviò l’oratorio di San Luigi presso la stazione ferroviaria di Porta Nuova. Nel frattempo il cosiddetto Risorgimento italiano, con le sue articolate vicende politiche, provocò anche un chiarimento nell’esperienza degli oratori torinesi, evidenziando due differenti linee seguite dai preti loro responsabili: quella apertamente politicizzata di cui era fautore Don Cocchi, che nel 1849 aveva tentato di coinvolgere i suoi giovani nella battaglia di Novara, e quella più religiosa invece sostenuta da Don Bosco, che prevalse quando nel 1852 l’arcivescovo mons. Luigi Fransoni lo nominò responsabile dell’Opera degli Oratori, affidando così alle sue cure anche quello dell’Angelo Custode.
La principale preoccupazione di Don Bosco, concependo l’oratorio come luogo di formazione cristiana, era infatti sostanzialmente di tipo religioso-morale, volta a salvare le anime della gioventù. Il santo sacerdote però non si accontentò mai di accogliere quei ragazzi che spontaneamente si presentavano da lui, ma si organizzò al fine di raggiungerli ed incontrarli ove vivevano.
Se la salvezza dell’anima era l’obiettivo finale, la formazione di “buoni cristiani ed onesti cittadini” era invece quello immediato, come Don Bosco soleva ripetere. In tale ottica concepì gli oratori quali luoghi di aggregazione, di ricreazione, di evangelizzazione, di catechesi e di promozione sociale, con l’istituzione di scuole professionali.
L’amorevolezza costituì il supremo principio pedagogico adottato da Don Bosco, che faceva notare come non bastasse però amare i giovani, ma occorreva che essi percepissero di essere amati. Ma della sua pedagogia un grande frutto fu il cosiddetto “metodo preventivo”, nonché l’invito alla vera felicità insito nel detto: “State allegri, ma non fate peccati”.
Don Bosco, sempre attento ai segni dei tempi, individuò nei collegi un valido strumento educativo, in particolare dopo che nel 1849 furono regolamentati da un’opportuna legislazione: fu così che nel 1863 fu aperto un piccolo seminario presso Mirabello, nella diocesi di Casale Monferrato.
Altra svolta decisiva nell’opera salesiana avvenne quando Don Bosco si sentì coinvolto dalla nuova sensibilità missionaria propugnata dal Concilio Ecumenico Vaticano I e, sostenuto dal pontefice Beato Pio IX e da vari vescovi, nel 1875 inviò i suoi primi salesiani in America Latina, capeggiati dal Cardinale Giovanni Cagliero, con il principale compito di apostolato tra gli emigrati italiani. Ben presto però i missionari estesero la loro attività dedicandosi all’evangelizzazione delle popolazioni indigene, culminata con il battesimo conferito da Padre Domenico Milanesio al Venerabile Zeffirino Namuncurà, figlio dell’ultimo grande cacico delle tribù indios araucane.
Uomo versatile e dotato di un’intelligenza eccezionale, con il suo fiuto imprenditoriale Don Bosco considerò la stampa un fondamentale strumento di divulgazione culturale, pedagogica e cristiana. Scrittore ed editore, tra le principali sue opere si annoverano la “Storia d’Italia”, “Il sistema metrico decimale” e la collana “Letture Cattoliche”. Non mancarono alcune biografie,tra le quali spicca quella del più bel frutto della sua pedagogia, il quindicenne San Domenico Savio, che aveva ben compreso la sua lezione: “Noi, qui, alla scuola di Don Bosco, facciamo consistere la santità nello stare molto allegri e nell’adempimento perfetto dei nostri doveri”. Scrisse inoltre le vite di altri due ragazzi del suo oratorio, Francesco Besucco e Michele Magone, nonché quella di un suo indimenticabile compagno di scuola, Luigi Comollo.
Pur essendo straordinariamente attivo, Don Bosco non avrebbe comunque potuto realizzare personalmente dal nulla tutta questa immane opera ed infatti sin dall’inizio godette del prezioso ausilio di numerosi sacerdoti e laici, uomini e donne. Al fine di garantire però una certa continuità e stabilità a ciò che aveva iniziato, fondò a Torino la Società di San Francesco di Sales (detti “Salesiani”), congregazione composta di sacerdoti, e nel 1872 a Mornese con Santa Maria Domenica Mazzarello le Figlie di Maria Ausiliatrice.
L’opinione pubblica contemporanea apprezzò molto la preziosa opera di promozione sociale da lui svolta, anche se la stampa laica gli fu sempre avversa, tanto che alla sua morte la Gazzetta del Popolo si limitò a citarne cognome, nome ed età nell’elenco dei defunti, mentre la Gazzetta Piemontese (l’odierna “La Stampa”) gli riservò l’articolo redazionale dosando accuratamente meriti e demeriti del celebre sacerdote: “Il nome di Don Bosco è quello di un uomo superiore che lascia e suscita dietro di sé un vivo contrasto di apprezzamenti e opposti giudizi e quasi due opposte fame: quello di benefattore insigne, geniale, e quello di prete avveduto e procacciate”.
Personalità forte ed intraprendente, bisognosa di particolare autonomia nella sua azione a tutto campo, non lasciava affatto indifferenti coloro che gli erano per svariati motivi a contatto. Ciò costituisce inoltre una spiegazione ai ripetuti scontri che ebbe con ben due arcivescovi torinesi: Ottaviano Riccardi di Netro e soprattutto Lorenzo Gastaldi. Lo apprezzò e lo appoggiò invece costantemente e senza riserve papa Pio IX, che con la sua potente intercessione permise all’opera salesiana di espandersi non solo a livello locale, sorte invece subita da numerosissime altre minute congregazioni.
Giovanni Bosco morì in Torino il 31 gennaio 1888, giorno in cui è ricordato dal Martyrologium Romanum e la Chiesa latina ne celebra la Memoria liturgica. Alla guida della congregazione gli succedette il Beato Michele Rua, uno dei suoi primi fedeli discepoli. La sua salma fu in un primo tempo sepolta nella chiesa dell’istituto salesiano di Valsalice, per poi essere trasferita nella basilica di Maria Ausiliatrice, da lui fatta edificare. Il pontefice Pio XI, suo grande ammiratore, beatificò Don Bosco il 2 giugno 1929 e lo canonizzò il 1° aprile 1934. La città di Torino ha dedicato alla memoria del santo una strada, una scuola ed un grande ospedale. Nel centenario della morte, nel 1988 Giovanni Paolo II, recatosi in visita ai luoghi donboschiani, lo dichiarò Padre e Maestro della gioventù, “stabilendo che con tale titolo egli sia onorato e invocato, specialmente da quanti si riconoscono suoi figli spirituali”.
La venerazione che Don Bosco ebbe, in vita ed in morte, per sua madre fu trasmessa alla congregazione, che negli anni ’90 del XX secolo ha pensato di introdurre finalmente la causa di beatificazione di Mamma Margherita. Merita infine ricordare la prolifica stirpe di santità generata da Don Bosco, tanto che allo stato attuale delle cause, la Famiglia Salesiana può contare ben 5 santi, 51 beati, 8 venerabili ed 88 servi di Dio.

DALLE “LETTERE” DI SAN GIOVANNI BOSCO
Se vogliamo farci vedere amici del vero bene dei nostri allievi, e obbligarli a fare il loro dovere, bisogna che voi non dimentichiate mai che rappresentate i genitori di questa cara gioventù, che fu sempre tenero oggetto delle mie occupazioni, dei miei studi, del mio ministero sacerdotale, e della nostra Congregazione salesiana. Se perciò sarete veri padri dei vostri allievi, bisogna che voi ne abbiate anche il cuore; e non veniate mai alla repressione o punizione senza ragione e senza giustizia, e solo alla maniera di chi vi si adatta per forza e per compiere un dovere.
Quante volte, miei cari figliuoli, nella mia lunga carriera ho dovuto persuadermi di questa grande verità! E’ certo più facile irritarsi che pazientare: minacciare un fanciullo che persuaderlo: direi ancora che è più comodo alla nostra impazienza e alla nostra superbia castigare quelli che resistono, che correggerli col sopportarli con fermezza e con benignità. La carità che vi raccomando è quella che adoperava san Paolo verso i fedeli di fresco convertiti alla religione del Signore, e che sovente lo facevano piangere e supplicare quando se li vedeva meno docili e corrispondenti al suo zelo.
Difficilmente quando si castiga si conserva quella calma, che è necessaria per allontanare ogni dubbio che si opera per far sentire la propria autorità, o sfogare la propria passione.
Riguardiamo come nostri figli quelli sui quali abbiamo da esercitare qualche potere. Mettiamoci quasi al loro servizio, come Gesù che venne a ubbidire e non a comandare, vergognandoci di ciò che potesse aver l’aria in noi di dominatori; e non dominiamoli che per servirli con maggior piacere. Così faceva Gesù con i suoi apostoli, tollerandoli nella loro ignoranza e rozzezza, nella loro poca fedeltà, e col trattare i peccatori con una dimestichezza e familiarità da produrre in alcuni lo stupore, in altri quasi scandalo, e in molti la Santa speranza di ottenere il perdono da Dio. Egli ci disse perciò di imparare da lui ad essere mansueti e umili di cuore (4r.Mt 11,29).
Dal momento che sono i nostri figli, allontaniamo ogni collera quando dobbiamo reprimere i loro falli, o almeno moderiamola in maniera che sembri soffocata del tutto. Non agitazione dell’animo, non disprezzo negli occhi, non ingiuria sul labbro; ma sentiamo la compassione per il momento, la speranza per l’avvenire, e allora voi sarete i veri padri e farete una vera correzione.
In certi momenti molto gravi, giova più una raccomandazione a Dio, un atto di umiltà a lui, che una tempesta di parole, le quali, se da una parte non producono che male in chi le sente, dall’altra parte non arrecano vantaggio a chi le merita.
Ricordatevi che l’educazione è cosa del cuore, e che Dio solo ne è il padrone, e noi non potremo riuscire a cosa alcuna, se Dio non ce ne insegna l’arte, e non ce ne mette in mano le chiavi.
Studiamoci di farci amare, di insinuare il sentimento del dovere, del santo timore di Dio, e vedremo con mirabile facilità aprirsi le porte di tanti cuori e unirsi a noi per cantare le lodi e le benedizioni di colui, che volle farsi nostro modello, nostra via, nostro esempio in tutto, ma particolarmente nell’educazione della gioventù.

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San Domenico Savio

San Domenico Savio

San Domenico Savio

San Domenico Savio

 San Domenico Savio : Riva di Chieri, Torino, 2 aprile 1842 – Mondonio, Asti, 9 marzo 1857

Ancora bambino decise quale sarebbe stato il suo progetto di vita: vivere da vero cristiano. Tale desiderio venne accentuato dall’ascolto di una predica di don Bosco, dopo la quale decise di divenire santo. Da questo momento, infatti la sua esistenza fu piena d’amore e carità verso il prossimo, cercando in occasione di dare l’esempio. Nel 1856 fondò la Compagnia dell’Immacolata e poco più tardi morì, lasciando un valido e bel ricordo della sua persona ai giovani cristiani.

Qualcuno ha affermato che è un santino “latte e miele” e ha pensato di non parlarne più ai ragazzi d’oggi. Eppure, a guardarlo bene, appare un piccolo eroe, un elegante e distinto giovane della santità. È nato a Riva di Chieri (TO) il 2 aprile 1842, dove il padre Carlo con la mamma Brigida, si è trasferito da Murialdo di Castelnuovo d’Asti, per guadagnarsi il pane con la sua piccola officina di fabbro.

Il cuore a Gesù solo

Quando il bimbo non conta che due anni, i Savio tornano a Murialdo, continuando il loro lavoro. Domenico è un marmocchio di pochi anni e quando il papà ritorna stanco alla sera, Domenico l’attende per dirgli: “Sei stanco papà? Io sono buono a poco, ma prego il buon Dio per te”. La mamma lo porta alla Messa tutte le domeniche. Gli altri bambini, mentre aspettano il prete, fanno schiamazzi. Lui si inginocchia per terra e prega. Quando a casa viene un tale che si mette a mangiare senza neppure fare il segno di Croce, Domenico si rifiuta di venire a tavola, perché “non posso mangiare con uno che divora tutto come le bestie”. A sette anni è ammesso alla prima Comunione, cosa rarissima ai suoi tempi. Con il cuore in festa fissa quattro propositi come quattro rampe da atleta
per salire alle vette di Dio, da rocciatore di sesto grado:
“Mi confesserò e comunicherò sovente;
voglio santificare le feste;
i miei amici saranno Gesù e Maria;
la morte ma non peccati”.
Gesù dunque è per lui l’amico, l’Amico per eccellenza, l’Amico che gli riscalda il cuore, lo innamora, lo spinge al sacrificio, fino alla morte se Lui lo vuole. È come dire: “Quanto ho di più caro al mondo è Gesù Cristo”. Il suo cuore e la sua vita, Domenico li dona a Gesù solo. Va a scuola a costo di fatica: una quindicina di chilometri ogni giorno, a piedi, per strade insicure. Gli domandano se non ha paura. Risponde: “Macché paura! Io non sono solo. Ho l’Angelo custode che mi accompagna”. Una mattina d’inverno a scuola, mentre si attende il maestro (un buon prete di nome Don Cugliero), i compagni riempiono la stufa di sassi e di neve. Al maestro irato, i ragazzini dicono: “È stato Domenico”. Lui non si scolpa e il maestro lo punisce severamente, mentre gli altri sghignazzano. All’indomani però, la verità si viene a sapere e l’insegnante gli domanda: “Perché non mi hai detto che eri innocente?”. Risponde Domenico: “Quel tale, già colpevole di altre mancanze, sarebbe stato cacciato da scuola. Io pensavo di essere perdonato. E poi pensavo a Gesù… anche Lui è stato castigato ingiustamente…”.

Alla scuola di Don Bosco

Don Cugliero presenta questo ragazzo al suo amico, Don Bosco. Il 12 ottobre 1854, papà Carlo accompagna Domenico nell’aia della casa dei Becchi, dove Don Bosco è venuto con i suoi ragazzi. Il santo educatore lo trova intelligente, carico di doti, e se lo porta a Torino, all’oratorio di Valdocco. Nell’ufficio di Don Bosco c’è una scritta in latino che dice: “Dammi le anime, Signore, e prenditi il resto”. Domenico legge, comprende e commenta: “Qui si fa commercio non di denaro, ma di anime”. Qualche giorno dopo, Don Bosco durante una buona notte dice ai suoi ragazzi: “È volontà di Dio che ci facciamo santi. Dio ci prepara un grande premio in cielo se ci facciamo santi”. Domenico avvicina Don Bosco a quattr’occhi e gli domanda: “Come devo fare?”. Don Bosco gli risponde: “Servi il Signore nella gioia”.
Da quel giorno, Domenico diventa l’intimo amico di Gesù. Ogni otto giorni la Confessione, tutti i giorni la Messa con la Comunione. Con la gioia nel cuore, mosso dallo spirito di sacrificio che il Crocifisso gli ispira, si butta nei comuni doveri della vita, compiendoli con perfezione e amore di Dio per conquistare i suoi compagni a Gesù, tanto nella scuola, come nel gioco.
Anche se ancora ragazzo, sente il bisogno di fare apostolato, di annunciare Gesù in mezzo ai compagni e le occasioni non gli mancano. Tra i ragazzi di Valdocco c’è uno che ha portato giornali osceni: Domenico glieli fa a pezzi, anche se rischia di prendersele. Alla porta dell’Oratorio, c’è un protestante che viene a fare propaganda: lui lo manda via e allontana i compagni che lo ascoltano. Sulla strada c’è un carrettiere che bestemmia: lui lo richiama dolcemente a cambiar modo di parlare. Passa un sacerdote che porta l’Eucaristia a un moribondo: Domenico si inginocchia nel fango della strada e fa inginocchiare anche un ufficiale impettito nella sua divisa, stendendogli il suo fazzoletto per terra. Due compagni fanno a sassate fino a spaccarsi la testa: lui, in nome del Crocifisso, fa da paciere, rischiando di avere la testa rotta al loro posto.
Nelle vacanze a Mondonio, il paese dove i suoi si sono sistemati, anima i giochi degli amici e insegna il Catechismo. Autorevole per bontà e letizia, tutti lo ascoltano e ne sono interiormente cambiati. All’Oratorio di Don Bosco, brucia di passione per essere simile a Gesù Crocifisso: tra le lenzuola nasconde alcuni sassolini per fare penitenza per la conversione dei ragazzi lontani da Dio. Una mattina di gennaio, Don Bosco lo trova tutto intirizzito con una sola coperta. “Perché – spiega Domenico – Gesù sulla Croce era più povero di me”.
Dopo che Pio IX ha proclamato il dogma dell’Immacolata Concezione di Maria (8 dicembre 1854), Domenico Savio vuole fare qualcosa di grande per la Madonna. Raduna i suoi amici migliori e dice: “Uniamoci, fondiamo una compagnia per aiutare Don Bosco a salvare molte anime”. La Confessione e la Comunione frequenti, la preghiera e l’istruzione religiosa, l’impegno tenace per portare a Dio i compagni più difficili, sono i cardini della ormai nata Compagnia dell’Immacolata. Don Bosco è la sua guida in tutto, ma qualche volta è Domenico che guida Don Bosco in opere straordinarie di bene.

Promosso sul campo

All’inizio del 1857, Domenico è diventato assai fragile. Rientra nella sua casetta a Mondonio e sa che Gesù lo chiama all’incontro definitivo con Lui. Si prepara festante. Saluta il papà e la mamma. La sera del 9 marzo, mentre il papà gli legge la preghiera della buona morte, Domenico si colora in volto e con voce vivace dice: “Addio, caro papà… Oh che bella cosa io vedo mai…”. È la Madonna che viene a prenderlo per introdurlo nella vita che non muore. Lo dirà lui stesso in sogno a Don Bosco: “È stata Maria Santissima la mia più grande consolazione in vita e in morte. Lo dica ai suoi figli che non dimentichino mai di pregarla”.
La fama di santità di Domenico dilagò in tutta la Chiesa e nel mondo intero. Vennero i miracoli a confermare la sua santità. E il 12 giugno 1954, nella Basilica di San Pietro a Roma, il papa Pio XII lo proclamò santo davanti a migliaia di giovani. Poi il grande Pontefice si inginocchiò davanti a quel ragazzo, per rendergli venerazione e invocarne l’intercessione per tutta la Chiesa.
Come aveva già iniziato nella sua breve esistenza, San Domenico Savio sarà un trascinatore di altri ragazzi a Gesù su tutte le vie della terra. Un capitano di 15 anni, promosso sul campo di battaglia più sublime, quello della santità. Tutt’altro che un santino latte e miele, ma un vero atleta, un principe di Dio.

Autore: Paolo Risso

 


 

Domenico Savio, soprannominato in piemontese “Minòt”, nacque il 2 aprile 1842 a San Giovanni, frazione di Riva presso Chieri, agli estremi confini della provincia e della diocesi torinese. Fu il secondo di ben dieci fratelli, figli di Carlo, che svolge l’attività di fabbro, e di Brigida Gaiato, sarta. Il piccolo Domenico venne battezzato nella chiesa dell’Assunta in Riva il giorno stesso. Alla fine del 1843 la famiglia si trasferì a Murialdo, frazione di Castelnuovo d’Asti, odierna Castelnuovo Don Bosco. Qui nel 1848 Domenico iniziò le scuole e nella chiesa parrocchiale del paese ricevette la prima Comunione l’8 aprile 1849. Proprio in tale occasione, all’età di appena sette anni, tracciò il suo progetto di vita che sintetizzò in quattro propositi ben precisi: “Mi confesserò molto sovente e farò la Comunione tutte le volte che il confessore me ne darà il permesso. Voglio santificare i giorni festivi. I miei amici saranno Gesù e Maria. La morte ma non peccati”.
Nel mese di febbraio del 1853 i Savio si trasferirono nuovamente, questa volta a Mondonio, altra frazione di Castelnuovo. Il 2 ottobre dell’anno successivo Domenico, ormai dodicenne, incontrò Don Bosco ai Becchi. Il santo educatore rimase sbalordito da questo ragazzo: “Conobbi in quel giovane un animo tutto secondo lo spirito del Signore e rimasi non poco stupito considerando i lavori che la grazia di Dio aveva operato in così tenera età”. Con la sua innata schiettezza il ragazzo gli disse: “Io sono la stoffa, lei ne sia il sarto: faccia un bell’abito per il Signore!”. Nel giro di soli venti giorni poté così fare il suo ingresso nell’oratorio di Valdocco a Torino. Si mise dunque a camminare veloce sulla strada che Don Bosco gli consigliò per “farsi santo”, il suo grande sogno: allegria, impegno nella preghiera e nello studio, far del bene agli altri, devozione a Maria. Scelse il santo come confessore e, affinché questi potesse formarsi un giusto giudizio della sua coscienza, volle praticare la confessione generale. Iniziò a confessarsi ogni quindici giorni, poi addirittura ogni otto.
Domenico imparò presto a dimenticare se stesso, i suoi capricci ed a diventare sempre più attento alle necessità del prossimo. Sempre mite, sereno e gioioso, metteva grande impegno nei suoi doveri di studente e nel servire i compagni in vari modi: insegnando loro il Catechismo, assistendo i malati, pacificando i litigi.
Una volta, in pieno inverno, due compagni di Domenico ebbero la brillante idea di gettare della neve nella stufa dell’aula scolastica. Non appena entrò il maestro, dalla stufa spenta colava un rigagnolo d’acqua. Alla domanda “Chi è stato?”, nessuno fiatò. Si alzarono i due colpevoli per indicare Domenico. Nessuno purtroppo intervenne per dire la verità, così il maestro punì il santo bambino. Uscendo dalla scuola, però, qualcuno vinse la paura ed indicò al maestro i veri colpevoli. Chiamò allora Domenico per chiedergli: “Perché sei stato zitto? Così ho compiuto un’ingiustizia davanti a tutta la classe!”. Domenico replicò tranquillo: “Anche Gesù fu accusato ingiustamente e rimase in silenzio”.
Un giorno due suoi compagni di scuola si insultarono e si pestarono. Lanciarono poi una sfida a duello. Domenico, che passava di lì diretto all’Oratorio, vide la scene e si rese immediatamente conto del pericolo. Toltosi dal collo il piccolo crocifisso che portava sempre con se, si avvicinò ai due sfidanti. Gridò loro con fermezza: “Guardate Gesù! Egli è morto perdonando e voi volete vendicarvi, a costo di mettere in pericolo la vita?”.
Un giorno spiegò ad un ragazzo appena arrivato all’Oratorio: “Sappi che noi qui facciamo consistere la santità nello stare molto allegri. Facciamo soltanto in modo di evitare il peccato, come un grande nemico che ci ruba la grazia di Dio e la pace del cuore, di adempiere esattamente i nostri doveri”.
Questi sono solo i più salienti aneddoti della vita di Domenico Savio, il cui più grande biografo fu San Giovanni Bosco.
L’8 dicembre 1854, quando il beato papa Pio IX proclamò il dogma dell’Immacolata Concezione di Maria, Domenico si recò dinnanzi all’altare dedicato alla Madonna per recitarle questa preghiera da lui composta: “Maria, ti dono il mio cuore. fa’ che sia sempre tuo. Fammi morire piuttosto che commettere un solo peccato. Gesù e Maria, siate voi sempre i miei amici”. Due anni dopo fondò con un gruppo di amici la “Compagnia dell’Immacolata”: gli iscritti si impegnavano a vivere una vita intensamente cristiana e ad aiutare i compagni a diventare migliori. L’amore a Gesù Eucaristia ed alla Vergine Imma¬colata, la purezza del cuore, la santificazione delle azio¬ni ordinarie e l’ansia di conquista di tutte le anime furono da quel momento il suo principale scopo di vita.
Un giorno mamma Margherita, che era scesa a Torino per aiutare il figlio Don Bosco, disse a quest’ultimo: “Tu hai molti giovani buoni, ma nessuno supera il bel cuore e la bell’anima di Savio Domenico. Lo vedo sempre pregare, restando in chiesa anche dopo gli altri; ogni giorno si toglie dalla ricreazione per far visita al Santissimo Sacramento. Sta in chiesa come un angelo che dimora in Paradiso”.Furono principalmente i genitori e Don Bosco, dopo Dio, gli artefici di questo modello di santità giovanile ancora oggi ammirato in tutto il mondo dai giovani.
Nell’estate del 1856 scoppiò il colera, malattia a quel tempo incurabile. Le famiglie ancora sane si barricarono in casa, rifiutando ogni minimo contatto con altre persone. I colpiti dal male morivano abbandonati. Don Bosco pensò di radunare i suoi cinquecento ragazzi, invitando i più coraggiosi ad uscire con lui. Quarantaquattro, tra i ragazzi più grandi, si offrirono subito volontari. Tra di essi in prima fila spiccava proprio Domenico Savio. Ammalatosi anch’egli, dovette fare ritorno in famiglia a Mondonio, dove il 9 marzo 1857 morì fra le braccia dei genitori, consolando la madre con queste parole: “Mamma non piangere, io vado in Paradiso”. Con gli occhi fissi come in una dolce visione, spirò esclamando: “Che bella cosa io vedo mai!”.
Pio XI lo definì “Piccolo, anzi grande gigante dello spirito”. Dichiarato eroe delle virtù cristiane il 9 luglio 1933, il venerabile pontefice Pio XII beatificò Domenico Savio il 5 marzo 1950 e, in seguito al riconoscimento di altri due miracoli avvenuti per sua intercessione, lo canonizzò il 12 giugno 1954. Domenico, quasi quindicenne, divenne così il più giovane santo cattolico non martire. I suoi resti mortali, collocati in un nuovo reliquiario realizzato in occasione del 50° anniversario della canonizzazione, sono venerati nella Basilica torinese di Maria Ausiliatrice. E’ patrono dei pueri cantores, nonché dei chierichetti, entrambe mansioni liturgiche che svolse attivamente. Altrettanto nota è la sua speciale protezione nei confronti delle gestanti, tramite il segno del cosiddetto “abitino”, in ricordo del miracolo con cui il santo salvò la vita di una sua sorellina che doveva nascere.
La memoria liturgica del santo è stata fissata per la Famiglia Salesiana e per le diocesi piemontesi al 6 maggio, in quanto l’anniversario della morte cadrebbe in Quaresima.

NOVENA
1. O San Domenico Savio che nei fervori eucaristici estasiavi il tuo spirito alle dolcezze della reale presenza dei Signore sì da esserne rapito, ottieni anche a noi la tua fede e il tuo amore al Santissimo Sacramento, affinché possiamo adorarlo con fervore e riceverlo degnamente nella Santa Comunione. – Gloria al Padre…
2. O San Domenico Savio che nella tua tenerissima devozione alla Immacolata Madre di Dio Le consacrasti per tempo il cuore innocente diffondendone il culto con pietà filiale, fa’ che anche noi le siamo figli devoti, per averla Ausiliatrice nei pericoli della vita e nell’ora della nostra morte. – Gloria al Padre…
3. O San Domenico Savio che nell’eroico proposito: “La morte, ma non peccati” serbasti illibata l’angelica purezza, ottieni anche a noi la grazia di imitarti nella fuga dai divertimenti cattivi e dalle occasioni di peccato per custodire questa bella virtù. – Gloria al Padre…
4. San Domenico Savio che per la gloria di Dio e per il bene delle anime sprezzando ogni rispetto umano impegnasti un ardito apostolato per combattere la bestemmia e l’offesa a Dio, ottieni anche a noi la vittoria sul rispetto umano e lo zelo per la difesa dei diritti di Dio e della Chiesa. – Gloria al Padre…
5. O San Domenico Savio che apprezzando il valore della mortificazione cristiana temprasti nel bene la tua volontà, aiuta anche noi a dominare le nostre passioni e a sostenere le prove e contrarietà della vita per amore di Dio. – Gloria al Padre…
6. O San Domenico Savio che raggiungesti la perfezione dell’educazione cristiana attraverso una docile obbedienza ai tuoi genitori ed educatori, fa’ che anche noi corrispondiamo alla grazia di Dio e viviamo fedeli al magistero della Chiesa Cattolica. – Gloria al Padre…
7. O San Domenico Savio che non pagò di farti apostolo tra i compagni sospirasti il ritorno alla vera Chiesa dei fratelli separati ed erranti, ottieni anche a noi lo spirito missionario e rendici apostoli nel nostro ambiente e nel mondo. – Gloria al Padre…
8. O San Domenico Savio che nell’eroico compimento d’ogni tuo dovere fosti modello di operosità instancabile santificata dalla preghiera, concedi anche a noi che nell’osservanza dei nostri doveri ci impegniamo a vivere una vita di esemplare pietà. – Gloria al Padre…
9. O San Domenico Savio che col fermo proposito: “Voglio farmi santo” alla scuola di Don Bosco raggiungesti ancora giovane lo splendore della santità, ottieni anche a noi la perseveranza nei propositi di bene, per fare dell’anima nostra il tempio vivo dello Spirito Santo e meritare un giorno l’eterna beatitudine in Cielo. – Gloria al Padre…
Orazione: O Dio, che in San Domenico hai dato agli adolescenti un mirabile modello di pietà e di purezza, concedi propizio che per sua intercessione ed esempio possiamo servirti casti nel corpo e puri nel cuore. Per il Signore nostro Gesù Cristo, tuo Figlio che è Dio e vive e regna con Te nell’unità dello Spirito Santo per tutti i secoli dei secoli.

 

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Santa Chiara Assisi

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Santa Chiara Assisi : Assisi, 1193/1194 – Assisi, 11 agosto 1253

Ha appena dodici anni Chiara, nata nel 1194 dalla nobile e ricca famiglia degli Offreducci, quando Francesco d’Assisi compie il gesto di spogliarsi di tutti i vestiti per restituirli al padre Bernardone. Conquistata dall’esempio di Francesco, la giovane Chiara sette anni dopo fugge da casa per raggiungerlo alla Porziuncola. Il santo le taglia i capelli e le fa indossare il saio francescano, per poi condurla al monastero benedettino di S.Paolo, a Bastia Umbra, dove il padre tenta invano di persuaderla a ritornare a casa. Si rifugia allora nella Chiesa di San Damiano, in cui fonda l’Ordine femminile delle «povere recluse» (chiamate in seguito Clarisse) di cui è nominata badessa e dove Francesco detta una prima Regola. Chiara scrive successivamente la Regola definitiva chiedendo ed ottenendo da Gregorio IX il «privilegio della povertà». Per aver contemplato, in una Notte di Natale, sulle pareti della sua cella il presepe e i riti delle funzioni solenni che si svolgevano a Santa Maria degli Angeli, è scelta da Pio XII quale protettrice della televisione. Erede dello spirito francescano, si preoccupa di diffonderlo, distinguendosi per il culto verso il SS. Sacramento che salva il convento dai Saraceni nel 1243.

Martirologio Romano: Memoria di santa Chiara, vergine, che, primo virgulto delle Povere Signore dell’Ordine dei Minori, seguì san Francesco, conducendo ad Assisi in Umbria una vita aspra, ma ricca di opere di carità e di pietà; insigne amante della povertà, da essa mai, neppure nell’estrema indigenza e infermità, permise di essere separata.

La sera della domenica delle Palme (1211 o 1212) una bella ragazza diciottenne fugge dalla sua casa in Assisi e corre alla Porziuncola, dove l’attendono Francesco e il gruppo dei suoi frati minori. Le fanno indossare un saio da penitente, le tagliano i capelli e poi la ricoverano in due successivi monasteri benedettini, a Bastia e a Sant’Angelo.
Infine Chiara prende dimora nel piccolo fabbricato annesso alla chiesa di San Damiano, che era stata restaurata da Francesco. Qui Chiara è stata raggiunta dalla sorella Agnese; poi dall’altra, Beatrice, e da gruppi di ragazze e donne: saranno presto una cinquantina.
Così incomincia, sotto la spinta di Francesco d’Assisi, l’avventura di Chiara, figlia di nobili che si oppongono anche con la forza alla sua scelta di vita, ma invano. Anzi, dopo alcuni anni andrà con lei anche sua madre, Ortolana. Chiara però non è fuggita “per andare dalle monache”, ossia per entrare in una comunità nota e stabilita. Affascinata dalla predicazione e dall’esempio di Francesco, la ragazza vuole dare vita a una famiglia di claustrali radicalmente povere, come singole e come monastero, viventi del loro lavoro e di qualche aiuto dei frati minori, immerse nella preghiera per sé e per gli altri, al servizio di tutti, preoccupate per tutti. Chiamate popolarmente “Damianite” e da Francesco “Povere Dame”, saranno poi per sempre note come “Clarisse”.
Da Francesco, lei ottiene una prima regola fondata sulla povertà. Francesco consiglia, Francesco ispira sempre, fino alla morte (1226), ma lei è per parte sua una protagonista, anche se sarà faticoso farle accettare l’incarico di abbadessa. In un certo modo essa preannuncia la forte iniziativa femminile che il suo secolo e il successivo vedranno svilupparsi nella Chiesa.
Il cardinale Ugolino, vescovo di Ostia e protettore dei Minori, le dà una nuova regola che attenua la povertà, ma lei non accetta sconti: così Ugolino, diventato papa Gregorio IX (1227-41) le concede il “privilegio della povertà”, poi confermato da Innocenzo IV con una solenne bolla del 1253, presentata a Chiara pochi giorni prima della morte.
Austerità sempre. Però “non abbiamo un corpo di bronzo, né la nostra è la robustezza del granito”. Così dice una delle lettere (qui in traduzione moderna) ad Agnese di Praga, figlia del re di Boemia, severa badessa di un monastero ispirato all’ideale francescano.
Chiara le manda consigli affettuosi ed espliciti: “Ti supplico di moderarti con saggia discrezione nell’austerità quasi esagerata e impossibile, nella quale ho saputo che ti sei avviata”. Agnese dovrebbe vedere come Chiara sa rendere alle consorelle malate i servizi anche più umili e sgradevoli, senza perdere il sorriso e senza farlo perdere. A soli due anni dalla morte, papa Alessandro IV la proclama santa.
Chiara si distinse per il culto verso l’Eucarestia. Per due volte Assisi venne minacciata dall’esercito dell’imperatore Federico II che contava, tra i suoi soldati, anche saraceni. Chiara, in quel tempo malata, fu portata alle mura della città con in mano la pisside contenente il Santissimo Sacramento: i suoi biografi raccontano che l’esercito, a quella vista, si dette alla fuga.

 

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San Antonio Padova

San Antonio Padova :  Sacerdote e dottore della Chiesa

 

San Antonio Padova

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San Antonio Padova :  Lisbona, Portogallo, c. 1195 – Padova, 13 giugno 1231

Fernando di Buglione nasce a Lisbona. A 15 anni è novizio nel monastero di San Vincenzo, tra i Canonici Regolari di Sant’Agostino. Nel 1219, a 24 anni, viene ordinato prete. Nel 1220 giungono a Coimbra i corpi di cinque frati francescani decapitati in Marocco, dove si erano recati a predicare per ordine di Francesco d’Assisi. Ottenuto il permesso dal provinciale francescano di Spagna e dal priore agostiniano, Fernando entra nel romitorio dei Minori mutando il nome in Antonio. Invitato al Capitolo generale di Assisi, arriva con altri francescani a Santa Maria degli Angeli dove ha modo di ascoltare Francesco, ma non di conoscerlo personalmente. Per circa un anno e mezzo vive nell’eremo di Montepaolo. Su mandato dello stesso Francesco, inizierà poi a predicare in Romagna e poi nell’Italia settentrionale e in Francia. Nel 1227 diventa provinciale dell’Italia settentrionale proseguendo nell’opera di predicazione. Il 13 giugno 1231 si trova a Camposampiero e, sentendosi male, chiede di rientrare a Padova, dove vuole morire: spirerà nel convento dell’Arcella.

Martirologio Romano: Memoria di sant’Antonio, sacerdote e dottore della Chiesa, che, nato in Portogallo, già canonico regolare, entrò nell’Ordine dei Minori da poco fondato, per attendere alla diffusione della fede tra le popolazioni dell’Africa, ma esercitò con molto frutto il ministero della predicazione in Italia e in Francia, attirando molti alla vera dottrina; scrisse sermoni imbevuti di dottrina e di finezza di stile e su mandato di san Francesco insegnò la teologia ai suoi confratelli, finché a Padova fece ritorno al Signore.

Fernando di Buglione nasce a Lisbona da nobile famiglia portoghese discendente dal crociato Goffredo di Buglione.
A quindici anni è novizio nel monastero di San Vincenzo aLisbona, poi si trasferisce nel monastero di Santa Croce di Coimbra,il maggior centro culturale del Portogallo appartenente all’Ordine dei Canonici regolari di Sant’Agostino, dove studia scienze e teologia con ottimi maestri, preparandosi all’ordinazione sacerdotale che riceverà nel 1219, quando ha ventiquattro anni. Quando sembrava dover percorrere la carriera del teologo e del filosofo, decide di lasciare l’ordine dei Canonici Regolari di Sant’Agostino. Fernando, infatti, non sopporta i maneggi politici tra i canonici regolari agostiniani e re Alfonso II, in cuor suo anela ad una vita religiosamente più severa.Il suo desiderio si realizza allorché, nel 1220, giungono a Coimbra i corpi di cinque frati francescani decapitati in Marocco, dove si erano recati a predicare per ordine di Francesco d’Assisi.
Quando i frati del convento di monte Olivares arrivano per accogliere le spoglie dei martiri, Fernando confida loro la sua aspirazione di vivere nello spirito del Vangelo. Ottenuto il permesso dal provinciale francescano di Spagna e dal priore agostiniano, Fernando entra nel romitorio dei Minori e fa subito professione religiosa, mutando il nome in Antonio in onore dell’abate, eremita egiziano. Anelando al martirio, subito chiede ed ottiene di partire missionario in Marocco. È verso la fine del 1220 che s’imbarca su un veliero diretto in Africa, ma durante il viaggio è colpito da febbre malarica e costretto a letto. La malattia si protrae e in primavera i compagni lo convincono a rientrare in patria per curarsi.
Secondo altre versioni, Antonio non si fermò mai in Marocco: ammalatosi appena partito da Lisbona, la nave fu spinta da una tempesta direttamente a Messina, in Sicilia. Curato dai francescani della città, in due mesi guarisce. A Pentecoste è invitato al Capitolo generale di Assisi, arriva con altri francescani a Santa Maria degli Angeli dove ha modo di ascoltare Francesco, ma non di conoscerlo personalmente. Il ministro provinciale dell’ordine per l’Italia settentrionale gli propone di trasferirsi a Montepaolo, presso Forlì, dove serve un sacerdote che dica la messa per i sei frati residenti nell’eremo composto da una chiesolina, qualche cella e un orto. Per circa un anno e mezzo vive in contemplazione e penitenza, svolgendo per desiderio personalele mansioni più umili, finché deve scendere con i confratelli in città, per assistere nella chiesa di San Mercuriale all’ordinazione di nuovi sacerdoti dell’ordine e dove predica alla presenza di una vasta platea composta anche dai notabili. Ad Antonio è assegnato il ruolo di predicatore e insegnante dallo stesso Francesco, che gli scrive una lettera raccomandandogli, però, di non perdere lo spirito della santa orazione e della devozione. Comincia a predicare nella Romagna, prosegue nell’Italia settentrionale, usa la sua parola per combattere l’eresia (è chiamato anche il martello degli eretici), catara in Italia e albigese in Francia, dove arriverà nel 1225. Tra il 1223 e quest’ultima data pone le basi della scuolateologica francescana, insegnando nel convento bolognese di Santa Maria della Pugliola. Quando è in Francia, tra il 1225 e il 1227, assume un incarico di governo come custode di Limoges. Mentre si trova in visita ad Arles, si racconta gli sia apparso Francesco che aveva appena ricevuto le stigmate. Come custode partecipa nel 1227 al Capitolo generale di Assisi dove il nuovo ministro dell’Ordine, Francesco nel frattempo è morto, è Giovanni Parenti, quel provinciale di Spagna che lo accolse anni prima fra i Minori e che lo nomina provinciale dell’Italia settentrionale. Antonio apre nuove case, visita i conventi per conoscere personalmente tutti i frati, controlla le Clarisse e il Terz’ordine, va a Firenze, finché fissa la residenza a Padova e in due mesi scrive i Sermoni domenicali. A Padova ottiene la riforma del Codice statutario repubblicano grazie alla quale un debitore insolvente ma senza colpa, dopo averceduto tutti i beni non può essere anche incarcerato. Non solo, tiene testa ad Ezzelino da Romano, che era soprannominato il Feroce e che in un solo giorno fece massacrare undicimila padovani che gli erano ostili, perché liberi i capi guelfi incarcerati. Intanto scrive i Sermoni per le feste dei Santi, i suoi temi preferiti sono i precetti della fede, della morale e della virtù, l’amore di Dio e la pietà verso i poveri, la preghiera e l’umiltà, la mortificazione e si scaglia contro l’orgoglio e la lussuria, l’avarizia e l’usura di cui è acerrimo nemico.
E’ mariologo, convinto assertore dell’assunzione della Vergine, su richiesta di papa Gregorio IX nel 1228 tiene le prediche della settimana di Quaresima e da questo papa è definito “arca delTestamento”. Si racconta che le prediche furono tenute davanti ad una folla cosmopolita e che ognuno lo sentì parlare nella propria lingua. Per tre anni viaggia senza risparmio, è stanco, soffre d’asma ed è gonfio per l’idropisia, torna a Padova e memorabili sono le sue prediche per la quaresima del 1231. Per riposarsi si ritira a Camposampiero, vicino Padova, dove il conte Tiso, che aveva regalato un eremo ai frati, gli fa allestire una stanzetta tra i rami di un grande albero di noce. Da qui Antonio predica, ma scende anche a confessare e la sera torna alla sua cella arborea. Una notte che si era recato a controllare come stesse Antonio, il conte Tiso è attirato da una grande luce che esce dal suo rifugio e assiste alla visita che Gesù Bambino fa al Santo.
A mezzogiorno del 13 giugno, era un venerdì, Antonio si sente mancare e prega i confratelli di portarlo a Padova, dove vuole morire. Caricato su un carro trainato da buoi, alla periferia della città le sue condizioni si aggravano al punto che si decide di ricoverarlo nel vicino convento dell’Arcella dove muore in serata. Si racconta che mentre stava per spirare ebbe la visione del Signore e che al momento della sua morte, nella città di Padova frotte di bambini presero a correre e a gridare che il Santo era morto.
Nei giorni seguenti la sua morte, si scatenano “guerre intestine” tra il convento dove era morto che voleva conservarne le spoglie e quello di Santa Maria Mater Domini, il suo convento, dove avrebbe voluto morire. Durante la disputa si verificano persino disordini popolari, infine il padre provinciale decide che la salma sia portata a MaterDomini. Non appena il corpo giunge a destinazione iniziano i miracoli, alcuni documentati da testimoni. Anche in vita Antonio aveva operato miracoli quali esorcismi, profezie, guarigioni, compreso il riattaccare una gamba, o un piede, recisa, fece ritrovare il cuore di un avaro in uno scrigno, ad una donna riattaccò i capelli che il marito geloso le aveva strappato, rese innocui cibi avvelenati, predicò ai pesci, costrinse una mula ad inginocchiarsi davanti all’Ostia, fu visto in più luoghi contemporaneamente, da qualcuno anche con Gesù Bambino in braccio. Poiché un marito accusava la moglie di adulterio, fece parlare il neonato “frutto del peccato” secondo l’uomo per testimoniare l’innocenza della donna. I suoi miracoli in vita e dopo la morte hanno ispirato molti artisti fra cui Tiziano e Donatello.
Antonio fu canonizzato l’anno seguente la sua morte dal papa GregorioIX.
La grande Basilica a lui dedicata sorge vicino al convento di Santa Maria Mater Domini.
Trentadue anni dopo la sua morte, durante la traslazione delle sue spoglie, San Bonaventura da Bagnoregio trovò la lingua di Antonio incorrotta, ed è conservata nella cappella del Tesoro presso la basilica della città patavina di cui è patrono.
Nel 1946 Pio XII lo ha proclamato Dottore della Chiesa.

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