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Parola di Dio tramite il Vangelo e/o la Bibbia, seguita da un commento dell’amministratore del blog SacroCuore

La morte di Giuseppe.

La morte di Giuseppe.
Gesù è la pace di chi soffre e di chi muore.


Poema: I, 70
5 febbraio 1944, ore 13,30.
1(Prepotentemente, mentre sono dietro a correggere il fascicolo, e precisamente quel dettato sulle pseudo-religioni di ora,
entra in me questa visione. La scrivo mentre la vedo.)
Vedo un interno di laboratorio da falegname. Ma sembra che due delle pareti di esso siano
formate da pareti di roccia, come se si fosse approfittato di grotte naturali per formare vani di
casa. Qui sono precisamente i lati nord e ovest quelli che sono di roccia, mentre le altre due
pareti, sud e est, sono di intonaco come le nostre.
Nel lato nord, in un insenatura della roccia, è stato ricavato un focolare rudimentale, sul
quale è un pentolino con della vernice o colla, non capisco bene. Le legna, bruciate da anni in
quel posto, hanno tinto la parete che pare incatramata tanto è nera. Un buco nella parete,
sormontato da una specie di grosso tegolone ricurvo, vorrebbe fare da camino aspirante il fu-
mo delle legna. Ma deve aver fatto male il suo compito, perché anche le altre pareti sono mol-
to annerite dal fumo, e una nebbia fumosa è anche in questo momento sparsa nella stanza.
2Gesù lavora ad un tavolone da falegname. Sta piallando delle tavole che poi addossa al
muro dietro a Sé. Poi prende una specie di sgabello, stretto a due lati in una morsa, lo libera
dalla stessa, guarda se il lavoro è esatto, lo squadra in tutti i sensi, poi va al camino, prende il
pentolino e vi fruga dentro con un bastoncino o pennello, non so; io vedo solo la parte che
sporge e che è simile a un bastoncino.
Gesù è vestito di nocciola scuro e ha la tunica piuttosto corta, le maniche rimboccate oltre il
gomito e una specie di grembiule davanti, nel quale si sfrega le dita dopo aver toccato il pento-
lino. E’ solo. Lavora assiduamente ma con pacatezza. Nessuna mossa disordinata, impaziente.
E’ preciso e continuo nel suo lavoro. Non si infastidisce di nulla, né di un nodo nel legno che
non si lascia piallare, né di un cacciavite (mi pare) che gli cade due volte dal banco, né del fu-
mo sparso che gli deve andare negli occhi.
Ogni tanto alza il capo e guarda verso la parete sud, dove è una porta chiusa, come ascol-
tando. A un dato momento si affaccia, aprendo una porta che è nella parete est e che dà sulla
via. Vedo uno squarcio di viuzza polverosa. Sembra che attenda qualcuno. Poi torna al lavoro.
Non è triste, ma è serio. Rinchiude l’uscio e torna al lavoro.
3Mentre è occupato a fabbricare qualcosa che mi sembrano pezzi di cerchio di ruota, entra
la Mamma. Entra da una porta della parete meridionale. Entra affrettatamente e corre verso
Gesù. E’ vestita di azzurro cupo è senza nulla sul capo. Una semplice tunica, tenuta stretta alla
vita da un cordone d’uguale colore. Chiama con affanno il Figlio e gli si appoggia con ambo le
mani ad un braccio con mossa di supplica e di dolore. Gesù la carezza passandole il braccio
sulla spalla e la conforta, poi si avvia con Essa lasciando subito il lavoro e levandosi il grembiu-
le.
Penso che lei voglia sapere anche le parole dette.
Ben poche da parte di Maria: «Oh! Gesù! Vieni, vieni. Sta male!». Vengono dette con labbra
che tremano e con un luccichìo di pianto negli occhi arrossati e stanchi. Gesù non dice che:
«Mamma!» ma vi è tutto in quella parola.
Entrano nella stanza accanto, tutta ridente di sole che entra da una porta spalancata su un
orticello pieno di luce e di verde, nel quale svolazzano dei colombi fra uno sventolìo di panni
stesi ad asciugare. La stanza è povera ma ordinata. Vi è un giaciglio basso, coperto di mate-
rassini (dico materassini perché sono certe cose alte e morbide, ma non è un letto come il no-
stro). Su esso, appoggiato a molti cuscini, è Giuseppe. E’ morente. Lo dice chiaramente il volto
di un pallore livido, l’occhio spento, il petto anelante e l’abbandono di tutto il corpo.
4Maria si mette alla sua sinistra, gli prende la mano rugosa e livida nelle unghie, la strofina,
la carezza, la bacia, gli asciuga con un pannilino il sudore che fa righe lucide alle tempie inca-
vate, la lacrima che si invetra nell’angolo dell’occhio, gli bagna le labbra con un lino intinto in
un liquido che pare vino bianco.
Gesù si mette a destra. Solleva con sveltezza e cura il corpo che si affossa, lo raddrizza sui
cuscini che accomoda insieme a Maria. Carezza sulla fronte l’agonizzante e cerca di rianimarlo.
Maria piange piano, senza rumore, ma piange. I lacrimoni rotolano lungo le guance pallide
sino sulla veste azzurro cupo e sembrano zaffiri lucenti.
Giuseppe si rianima alquanto e guarda fisso Gesù, gli dà la mano come per dirgli qualcosa e
per avere, al contatto divino, forza nell’ultima prova. Gesù si china su quella mano e la bacia.
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Giuseppe sorride. Poi si volge a cercare con lo sguardo Maria e sorride anche a Lei. Maria si in-
ginocchia presso il letto cercando di sorridere. Ma le riesce male e curva il capo. Giuseppe le
mette la mano sul capo con una casta carezza che pare una benedizione.
Non si sente che lo svolazzìo e il tubare dei colombi, il frusciare delle foglie, un chioccolìo di
acqua e, nella stanza, il respiro del morente.
Gesù gira intorno al letto, prende uno sgabello e fa sedere Maria chiamandola ancora e uni-
camente: «Mamma». Poi torna al suo posto e riprende nelle sue la mano di Giuseppe. E’ così
vera la scena che io piango per la pena di Maria.
5Poi Gesù, curvandosi sul morente, gli mormora un salmo. So che è un salmo, ma ora non
posso dirle quale. Comincia così:  “Proteggimi, o Signore, perché in Te ho posto la mia speranza…  A pro dei santi che sono nella terra di lui ha compiuto mirabilmente tutti i miei desideri…  Benedirò il Signore che mi dà consiglio…
Io tengo sempre dinnanzi a me il Signore. Egli mi sta alla destra perché io non vacilli.
Per questo si rallegra il mio cuore ed esulta la mia lingua, anche il mio corpo riposerà nella
speranza.
Perché Tu non abbandonerai l’anima mia nel soggiorno dei morti, né permetterai che il tuo
santo veda la corruzione.
Mi farai conoscere le vie della vita, mi colmerai di gioia colla tua faccia”. (Salmo 15)
Giuseppe si rianima tutto e con uno sguardo più vivo sorride a Gesù e gli stringe le dita.
Gesù risponde con un sorriso al sorriso e con una carezza alla stretta, e continua dolcemen-
te, curvo sul suo padre putativo:
“Quanto sono amabili i tuoi Tabernacoli, o Signore.
L’anima mia si consuma di desiderio verso gli atrii del Signore.
Anche il passero si trova una casa e la tortorella un nido per i suoi nati.
Io desidero i tuoi altari, Signore. Beati coloro che abitano la tua casa… Beato l’uomo che
trova in Te la sua forza.
Egli ha disposte nel suo cuore le ascensioni dalla valle delle lacrime al luogo eletto.
O Signore, ascolta la mia preghiera…
O Dio, volgi il tuo sguardo e mira la faccia del tuo Cristo…”. (Salmo 83)
Giuseppe con un singhiozzo guarda Gesù e fa il moto di parlare come per benedirlo. Ma non
può. Si comprende che capisce, ma ha la parola impedita. E’ però felice e guarda con vivacità e
fiducia il suo Gesù.
«”O Signore” continua Gesù. (Salmo 84)
“Tu sei stato propizio alla tua terra, hai liberato dalla schiavitù Giacobbe…
Mostraci, o Signore, la tua misericordia e donaci il tuo Salvatore.
Voglio sentire quel che dice dentro di me il Signore Iddio.
Certo Egli parlerà di pace al suo popolo per i suoi santi e per chi di cuore torna a Lui.
Si, la tua salute è vicina… e la gloria abiterà sulla terra…
La bontà e la verità si sono incontrate, la giustizia e la pace si sono baciate. La verità è
spuntata dalla terra e la giustizia ha guardato dal Cielo.
Si, il Signore si mostrerà benigno e la nostra terra darà il suo frutto. La giustizia camminerà
dinnanzi a Lui e lascerà nella via le sue impronte”.
Tu l’hai vista quest’ora, padre, e per essa ti sei affaticato. Tu hai aiutato quest’ora a formar-
si, e il Signore te ne darà premio. Io te lo dico» aggiunge Gesù, asciugando una lacrima di
gioia che scende lenta sulla guancia di Giuseppe.
Poi riprende (Salmo 131):
“O Signore, ricordati di Davide e di tutta la sua mansuetudine.
Come egli giurò al Signore: io non entrerò dentro alla mia casa, non salirò sul letto del mio
riposo, non concederò sonno agli occhi miei, non riposo alle mie palpebre, non requie alle mie
tempie finché non ho trovato un posto al Signore, una dimora per il Dio di Giacobbe…
Sorgi, o Signore, e vieni al tuo riposo, Tu e l’Arca della tua santità (Maria comprende e ha uno
scoppio di pianto).
Sian rivestiti di giustizia i tuoi sacerdoti e faccian festa i tuoi santi.
Per amore di Davide tuo servo non negarci il volto del tuo Cristo.
Il Signore ha giurato a Davide la promessa e la manterrà: ‘Porrò sul tuo trono il frutto del
tuo seno’.
Il Signore l’ha scelta a sua dimora…
Io farò fiorire la potenza di Davide preparando una fiaccola accesa per il mio Cristo”.
6Grazie, padre mio, per Me e per la Madre. Tu mi sei stato padre giusto, e te ha posto l’E-
terno a custodia del suo Cristo e della sua Arca. Tu fosti la fiaccola accesa per Lui, e per il Frut-

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to del seno santo hai avuto viscere di carità. Va’ in pace, padre. La Vedova non sarà senza aiu-
to. Il Signore ha predisposto perché sola non sia. Vai sereno al tuo riposo. Io te lo dico».
Maria piange col volto curvo sulle coperte (sembrano mantelli) stese sul corpo di Giuseppe,
che si raffredda. Gesù affretta i suoi conforti, perché l’anelito si fa più affannoso e lo sguardo
torna a velarsi.
“Felice l’uomo che teme il Signore e pone nei suoi comandamenti ogni diletto…
La giustizia di lui rimane nei secoli dei secoli.
Fra gli uomini retti sorge fra le tenebre come luce il misericordioso, il benigno, il giusto…
Il giusto sarà ricordato in eterno… La sua giustizia è eterna, la sua potenza si alzerà fino al-
la gloria…” (Salmo 111)
Tu l’avrai questa gloria, padre. Presto verrò a trarti, coi Patriarchi che ti hanno preceduto,
alla gloria che ti attende. Esulti il tuo spirito nella mia parola.
“Chi riposa nell’aiuto dell’Altissimo vive sotto la protezione del Dio del Cielo”. (Salmo 90)
Tu vi sei, padre mio.
“Egli mi liberò dal laccio dei cacciatori e dalle aspre parole.
Ti coprirà colle sue ali e sotto alle sue penne troverai rifugio.
La sua verità ti circonderà come scudo, non temerai i notturni spaventi…
Non si avvicinerà a te il male… perché ai suoi angeli ha dato l’ordine di custodirti in tutte le
tue vie.
Ti porteranno sulle loro palme, affinché il tuo piede non urti nei sassi.
Camminerai sopra l’aspide e il basilisco e calpesterai il dragone e il leone.
Perché hai sperato nel Signore, Egli ti dice, o padre, che ti libererà e ti proteggerà.
Perché hai alzato a Lui la tua voce ti esaudirà, sarà teco nella tribolazione ultima, ti glorifi-
cherà dopo questa vita, facendoti vedere già da questa la sua Salvezza”, e nell’altra facendoti
entrare, per la Salvezza che ora ti conforta e che presto, oh!, presto verrà, te lo ripeto, a cin-
gerti di un abbraccio divino e a portarti Seco, alla testa di tutti i Patriarchi, là dove è preparata
la dimora del Giusto di Dio che mi fu padre benedetto.
Precedimi per dire ai Patriarchi che la Salvezza è nel mondo e il Regno dei Cieli presto sarà
a loro aperto. Va’, padre. La mia benedizione ti accompagni».
7La voce di Gesù si è elevata per giungere alla mente di Giuseppe, che sprofonda nelle neb-
bie della morte. La fine è imminente. Il vecchio ansima a fatica. Maria lo carezza, Gesù si siede
sulla sponda del lettuccio e cinge e attira a Sé il morente, che si accascia e si spegne senza
sussulti.
La scena è piena di una pace solenne. Gesù riadagia il Patriarca e abbraccia Maria, che in ul-
timo si era avvicinata a Gesù nello strazio che la angosciava.
Poema: I, 71
8Dice Gesù:
«A tutte le mogli che un dolore tortura, insegno ad imitare Maria nella sua vedovanza: unirsi
a Gesù.
Quelli che pensano che Maria non abbia sofferto per le pene del cuore, sono in errore. Mia
Madre ha sofferto. Sappiatelo. Santamente, perché tutto in Lei era santo, ma acutamente.
Coloro che pensano che Maria amasse di un amore tiepido lo sposo, poiché le era sposo di
spirito e non di carne, sono parimenti in errore. Maria amava intensamente il suo Giuseppe, al
quale aveva dedicato sei lustri di vita fedele. Giuseppe le era stato padre, sposo, fratello, ami-
co, protettore.
Ora Ella si sentiva sola come tralcio di vite al quale viene segato l’albero a cui si reggeva. La
sua casa era come colpita dal fulmine. Si divideva. Prima era una unità in cui i membri si so-
stenevano a vicenda. Ora veniva a mancare il muro maestro, primo dei colpi inferti a quella
Famiglia, segnacolo del prossimo abbandono del suo amato Gesù. La volontà dell’Eterno, che
l’aveva voluta sposa e Madre, ora le imponeva vedovanza e abbandono della sua Creatura. Ma-
ria dice fra le lacrime uno dei suoi sublimi “Si”. “Sì, Signore, si faccia di me secondo la tua pa-
rola”.
E, per aver forza in quell’ora, si stringe a Me. Sempre si è stretta a Dio, Maria, nelle ore più
gravi della sua vita. Nel Tempio chiamata alle nozze, a Nazareth chiamata alla Maternità, anco-
ra a Nazaret fra le lacrime della vedovanza, a Nazaret nel supplizio del distacco dal Figlio, sul
Calvario nella tortura del vedermi morire.
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9Imparate, voi che piangete. E imparate voi che morite. Imparate voi, che vivete per mori-
re. Cercate di meritare le parole che dissi a Giuseppe. Saranno la vostra pace nella lotta della
morte. Imparate, voi che morite, a meritare d’aver Gesù vicino, a vostro conforto. E, se anche
non l’avete meritato, osate ugualmente di chiamarmi vicino. Io verrò. Le mani piene di grazie e
di conforti, il cuore pieno di perdono e d’amore, le labbra piene di parole di assoluzione e di in-
coraggiamento.
La morte perde ogni asprezza se avviene fra le mie braccia. Credetelo. Non posso abolire la
morte, ma la rendo soave a chi muore fidando in Me.
Il Cristo l’ha detto per tutti voi, sulla sua Croce: ” Signore, confido a Te lo spirito mio”. L’ ha
detto pensando, nella sua, alle vostre agonie, ai vostri terrori, ai vostri errori, ai vostri timori,
ai vostri desideri di perdono. L’ ha detto col cuore spaccato di strazio, prima che per la lancia-
ta, e strazio spirituale più che fisico, perché le agonie di coloro che muoiono pensando a Lui
fossero addolcite dal Signore e lo spirito passasse dalla morte alla Vita, dal dolore al gaudio, in
eterno.
10Questa, piccolo Giovanni, la lezione di oggi. Sii buona e non temere. La mia pace rifluirà in te sem-
pre, attraverso la parola e attraverso la contemplazione. Vieni. Fa’ conto d’essere Giuseppe, che ha per
guanciale il petto di Gesù ed ha per infermiera Maria. Riposa fra noi come un bambino nella cuna».

Siamo tutti uguali

Siamo tutti uguali

Siamo tutti uguali

Siamo tutti uguali

Siamo tutti uguali – Gesù è salito su una cassa messa contro una parete. È perciò ben visibile a tutti. Il suo dolce saluto si è già sparso nell’aria ed è stato seguito dalle parole: «Figli di un unico Creatore, udite»; poi prosegue nel silenzio attento della gente.
«Il tempo della Grazia per tutti è venuto non solo ad Israele ma per tutto il mondo. Uomini ebrei, qui per ragioni diverse, proseliti, fenici, gentili, tutti, udite la Parola di Dio, comprendete la Giustizia, conoscete la Carità. Avendo Sapienza, Giustizia e Carità, avrete i mezzi di giungere al Regno di Dio, a quel Regno che non è esclusività dei figli di Israele, ma è di tutti coloro che ameranno d’ora in poi il vero, unico Dio, e crederanno nella parola del suo Verbo. Udite. Io sono venuto da tanto lontano non con mire di usurpatore né con violenza da conquistatore. Sono venuto solamente per essere il Salvatore delle anime vostre. I domìni, le
ricchezze, le cariche non mi seducono. Sono nulla per Me e non le guardo neppure. Ossia le guardo per commiserarle, perché mi fanno compassione, essendo tante catene per tenere prigioniero il vostro spirito impedendogli di venire al Signore eterno, unico, universale, santo e
benedetto. Le guardo e le avvicino come le più grandi miserie. E cerco di guarirle del loro affascinante e crudele inganno che seduce i figli dell’uomo, perché essi possano usarle con giustizia e santità, non come armi crudeli che feriscono e uccidono l’uomo, e per primo sempre lo
spirito di chi non santamente le usa. Ma, in verità vi dico, mi è più facile guarire un corpo deforme che un’anima deforme; mi è più facile dare luce alle pupille spente, sanità ad un corpo morente, che non luce agli spiriti e
salute alle anime malate. Perché ciò? Perché l’uomo ha perso di vista il vero fine della sua vita e si occupa di ciò che è transitorio. L’uomo non sa o non ricorda o, ricordando, non vuole ubbidire a questa santa ingiunzione del Signore e – dico anche per i gentili che mi ascoltano – del
fare il bene, che è bene in Roma come in Atene, in Gallia come in Africa, perché la legge morale esiste sotto ogni cielo e in ogni religione, in ogni retto cuore. E le religioni, da quella di Dio a quella della morale singola, dicono che la parte migliore di noi sopravvive, e a seconda di come
ha agito sulla Terra avrà sorte dall’altra parte. Fine dunque dell’uomo è la conquista della pace nell’altra vita, non la gozzoviglia, l’usura,
la prepotenza, il piacere, qui, per poco tempo, scontabili per una eternità con tormenti ben duri. Ebbene l’uomo non sa, o non ricorda, o non vuole ricordare questa verità. Se non la sa, è meno colpevole. Se non la ricorda, è colpevole alquanto, perché la verità deve essere tenuta
accesa come fiaccola santa nelle menti e nei cuori. Ma, se non la vuole ricordare, e quando essa fiammeggia egli chiude gli occhi per non vederla, avendola odiosa come la voce di un retore pedante, allora la sua colpa è grave, molto grave. Eppure Dio la perdona, se l’anima ripudia il suo male agire e propone di perseguire, per il resto della vita, il fine vero dell’uomo, che è conquistarsi la pace eterna nel Regno del Dio vero.
Avete fino ad ora seguito una mala strada? Avviliti, pensate che è tardi per prendere la via giusta? Desolati, dite: “Io non sapevo nulla di questo! Ed ora sono ignorante e non so fare”? No.
Non pensate che sia come delle cose materiali e che occorra molto tempo e molta fatica per rifare il già fatto ma con santità. La bontà dell’eterno, vero Signore Iddio, è tale che non vi fa certo ripercorrere a ritroso la via fatta, per rimettervi al bivio dove voi, errando, avete lasciato
il giusto sentiero per l’ingiusto. È tanta che, dal momento che voi dite: “Io voglio essere della Verità”, ossia di Dio perché Dio è Verità, Dio, per un miracolo tutto spirituale, infonde in voi la Sapienza, per cui voi da ignoranti divenite possessori della scienza soprannaturale, ugualmente
a quelli che da anni la possiedono. Sapienza è volere Dio, amare Dio, coltivare lo spirito, tendere al Regno di Dio ripudiando tutto ciò che è carne, mondo e Satana. Sapienza è ubbidire alla legge di Dio che è legge di carità, di ubbidienza, di continenza, di onestà. Sapienza è amare Dio con tutti sé stessi, amare il prossimo come noi stessi. Questi sono i due indispensabili elementi per essere sapienti della Sapienza di Dio. E nel prossimo sono non solo quelli del nostro sangue o della nostra razza e
religione, ma tutti gli uomini, ricchi o poveri, sapienti o ignoranti, ebrei, proseliti, fenici, greci, romani…».
Gesù è interrotto da un minaccioso urlo di certi scalmanati. Li guarda e dice: «Sì. Questo è l’amore. Io non sono un maestro servile. Io dico la verità perché così devo fare per seminare in voi il necessario alla Vita eterna. Vi piaccia o non vi piaccia, ve lo devo dire, per fare il mio
dovere di Redentore. A voi fare il vostro di bisognosi di Redenzione. Amare il prossimo, dunque. Tutto il prossimo. Di un amore santo. Non di un losco concubinaggio di interessi, per cui è “anatema” il romano, il fenicio o il proselite, o viceversa, finché non c’è di mezzo il senso o il
denaro, mentre, se brama di senso o utile di denaro sorgono in voi, “anatema” più non è…». Altro rumoreggiare della folla, mentre i romani, dal loro posto nell’atrio, esclamano: «Per Giove! Parla bene costui!».
Gesù lascia calmare il rumore e riprende:  «Amare il prossimo come vorremmo essere amati. Perché a noi non fa piacere essere mal-
trattati, vessati, derubati, oppressi, calunniati, insolentiti.
La stessa suscettibilità nazionale o singola hanno gli altri. Non facciamoci dunque a vicenda il male che non vorremmo ci fosse fatto. Sapienza è ubbidire ai dieci comandi di Dio:

“Io sono il Signore Iddio tuo. Non avere altro dio all’infuori di Me. Non avere idoli, non dare loro culto.

Non usare il Nome di Dio invano. È il Nome del Signore Iddio tuo, e Dio punirà chi lo usa senza ragione o per imprecazione o per convalida ad un peccato.

Ricordati di santificare le feste. Il sabato è sacro al Signore che in esso si riposò della Creazione e lo ha benedetto e santificato.

Onora il padre e la madre affinché tu viva in pace lungamente sulla terra ed eternamente in Cielo.

Non ammazzare.

Non fare adulterio.

Non rubare.

Non dire il falso contro il tuo prossimo.

Non desiderare la casa, la moglie, il servo, la serva, il bue, l’asino, né altra cosa che appartenga al tuo prossimo”.

Questa è la Sapienza. Chi fa ciò è sapiente e conquista la Vita e il Regno senza fine. Da oggi, dunque, proponete di vivere secondo Sapienza, anteponendo questa alle povere cose della Terra.
Che dite? Parlate. Dite che è tardi? No.         Udite una parabola.

Un padrone, allo spuntare di un giorno, uscì per assoldare degli operai per la sua vigna e pattuì con loro un denaro al giorno. Uscito all’ora di terza nuovamente e pensando che i lavoratori presi ad opera erano pochi,
vedendo sulla piazza altri sfaccendati in attesa di chi li prendesse, li prese e disse: “Andate nella mia vigna e vi darò quello che ho promesso agli altri”. E quelli andarono. Uscito a sesta e a nona, ne vide altri ancora e disse loro: “Volete lavorare alle mie dipendenze? Io do un denaro al giorno ai miei lavoratori”. Quelli accettarono e andarono.
Uscito infine verso l’undecima ora, vide altri stare dimessi all’ultimo sole. “Che fate qui, così oziosi? Non vi fa vergogna stare senza fare nulla per tutto il giorno?”, chiese loro. “Nessuno ci ha presi a giornata. Avremmo voluto lavorare e guadagnarci il cibo. Ma nessuno ci chiamò alla sua vigna”. “Ebbene, io vi chiamo alla mia vigna. Andate e avrete la mercede degli altri”. Così disse, perché era un buon padrone ed aveva pietà dell’avvilimento del suo prossimo. Venuta la sera e finiti i lavori, l’uomo chiamò il suo fattore e disse: “Chiama i lavoratori e paga la loro mercede, secondo che ho fissato, cominciando dagli ultimi, che sono i più bisognosi non avendo avuto nel giorno il cibo che gli altri hanno una o più volte avuto e che, anche, sono quelli che per riconoscenza verso la mia pietà hanno più di tutti lavorato; io li osservavo, e licenziali, che vadano al riposo meritato, godendo con i famigliari i frutti del loro lavoro”. E il
fattore fece come il padrone ordinava, dando ad ognuno un denaro.
Venuti per ultimi quelli che lavoravano dalla prima ora del giorno, rimasero stupiti di avere essi pure un solo denaro e fecero delle lagnanze fra di loro e col fattore, il quale disse: “Ho avuto quest’ordine. Andate a lagnarvi dal padrone e non da me”. E quelli andarono e dissero:
“Ecco, tu non sei giusto! Noi abbiamo lavorato dodici ore, prima fra la guazza e poi al sole cocente e poi da capo nell’umido della sera, e tu ci hai dato come a quei poltroni che hanno lavorato una sola ora!… Perché ciò?”. E uno specialmente alzava la voce, dicendosi tradito e sfruttato indegnamente. “Amico, e in che ti faccio torto? Cosa ho pattuito con te all’alba? Una giornata di continuo lavoro e per mercede di un denaro. Non è vero?”. “Sì. È vero. Ma tu lo stesso hai dato a quelli, per tanto lavoro di meno…”. “Tu hai acconsentito a quella mercede parendoti buona?”.
“Sì. Ho acconsentito perché gli altri davano anche meno”. “Fosti seviziato qui da me?”. “No, in coscienza no”. “Ti ho concesso riposo lungo il giorno e cibo, non è vero? Tre pasti ti ho dato. E cibo e riposo non erano pattuiti. Non è vero?”. “Sì, non erano pattuiti”. “Perché allora li hai accettati?”.
“Ma… Tu hai detto: ‘Preferisco così per non farvi stancare tornando alle case’. E a noi non parve vero… Il tuo cibo era buono, era un risparmio, era…”. “Era una grazia che vi davo gratuitamente e che nessuno poteva pretendere. Non è vero?”. “È vero”. “Dunque vi ho beneficati. Perché allora vi lamentate? Io dovrei lamentarmi di voi che, comprendendo di avere a che fare con un padrone buono, lavoravate pigramente, mentre costoro, venuti dopo di voi, con beneficio di un solo pasto, e gli ultimi di nessun pasto, lavorarono con più lena, facendo in meno tempo lo stesso lavoro fatto da voi in dodici ore. Traditi vi avrei se vi avessi dimezzata la mercede per pagare anche questi. Non così. Perciò piglia il tuo e
vattene. Vorresti in casa mia venirmi ad imporre ciò che ti pare? Io faccio ciò che voglio e ciò che è giusto. Non volere essere maligno e tentarmi all’ingiustizia. Buono io sono”.  Voi tutti che mi ascoltate, in verità vi dico che il Padre Iddio a tutti gli uomini fa lo stesso patto e promette l’uguale mercede. Chi con solerzia si mette a servire il Signore sarà trattato da Lui con giustizia, anche se poco sarà il suo lavoro per prossima morte. In verità vi dico che non sempre i primi saranno i primi nel Regno dei Cieli, e che là vedremo degli ultimi essere primi e dei primi essere ultimi. Là vedremo uomini, non di Israele, santi più di molti di Israele.
Io sono venuto a chiamare tutti, in nome di Dio. Ma se molti sono i chiamati pochi sono gli eletti, perché pochi sono coloro che vogliono la Sapienza. Non è sapiente chi vive del mondo e della carne e non di Dio. Non è sapiente né per la Terra, né per il Cielo. Perché sulla Terra si
crea nemici, punizioni, rimorsi. E per il Cielo perde lo stesso in eterno.
Ripeto: siate buoni col prossimo quale esso sia. Siate ubbidienti, rimettendo a Dio il compito di punire chi non è giusto nel comandare. Siate continenti nel sapere resistere al senso e onesti nel sapere resistere all’oro, e coerenti nel dire anatema a ciò che merita, non anatema
quando vi pare, salvo poi stringere contatti con l’oggetto prima maledetto come idea. Non fate agli altri ciò che per voi non vorreste ».

Siamo tutti uguali siamo tutti uguali siamo tutti uguali siamo tutti uguali siamo tutti uguali Siamo tutti uguali siamo tutti uguali siamo tutti uguali siamo tutti uguali siamo tutti uguali Siamo tutti uguali siamo tutti uguali siamo tutti uguali siamo tutti uguali siamo tutti uguali Siamo tutti uguali siamo tutti uguali siamo tutti uguali siamo tutti uguali siamo tutti uguali Siamo tutti uguali siamo tutti uguali siamo tutti uguali siamo tutti uguali siamo tutti uguali Siamo tutti uguali siamo tutti uguali siamo tutti uguali siamo tutti uguali siamo tutti uguali Siamo tutti uguali siamo tutti uguali siamo tutti uguali siamo tutti uguali siamo tutti uguali 

Gesù spiega perchè le malattie

Gesù spiega perchè le malattie

Gesù spiega perchè le malattie

Gesù spiega perchè le malattie

Gesù spiega perchè le malattie. Gesù inizia a parlare. «Si legge nel capo ottavo del secondo dell’Esdra quanto ora Io qui vi ripeto: “Giunto il settimo mese…” (Gesù mi dice: “Non mettere altro. Ripeto integralmente le parole del libro”). Quando è che un popolo rimpatria? Quando ritorna nelle terre dei suoi padri. Io vengo a riportarvi nelle terre del Padre vostro, nel Regno del Padre. E lo posso perché a tanto Io sono stato mandato. Io vengo a portarvi perciò nel Regno di Dio, ed è perciò giusto equipararvi ai rimpatriati con Zorobabele in Gerusalemme, la città del Signore, ed è giusto fare con voi come Esdra lo scriba fece col popolo raccolto di nuovo fra le sacre mura. Perché ricostruire una città dedicandola al Signore, ma non ricostruire le anime che sono simili a tante piccole città di Dio, è stoltezza senza pari. Come ricostruire queste piccole città spirituali che tante ragioni hanno diroccato? Quali materie usare per farle solide, belle, durature? Le materie sono nei precetti del Signore. I dieci comandamenti, e voi li sapete perché Filippo, vostro figlio e mio discepolo, ve li ha ricordati. I due santi fra i santi precetti: “Ama Dio con tutto te stesso. Ama il prossimo come te stesso”. Questi sono il compendio della Legge. E questi Io predico, perché con essi è sicura la conquista del Regno di Dio. Nell’amore si trova la forza di conservarsi santi o di diventarlo, la forza del perdono, la forza dell’eroismo nelle virtù. Tutto si trova nell’amore. Non è la paura quella che salva. La paura del giudizio di Dio, la paura delle sanzioni umane, la paura delle malattie. La paura non è mai costruttiva. Essa scrolla, sgretola, scompagina, dirompe. La paura porta a disperazione, porta solo ad astuzie per celare il malfare, porta solo a temere quando ormai la tema è inutile perché il male è ormai in noi. Chi pensa, mentre è sano, ad agire con prudenza, per pietà del suo corpo? Nessuno. Ma appena il primo brivido di febbre serpeggia per le vene, o una macchia fa pensare a malattie immonde, ecco allora che viene la paura ad essere tormento aggiunto alla malattia, ad essere forza disgregatrice in un corpo che la malattia già disgrega. L’amore invece è costruttore. Esso edifica, solidifica, mantiene compatti, preserva. L’amore porta speranza in Dio. L’amore porta fuga dal malfare. L’amore porta a prudenza verso la propria persona, che non è il centro dell’universo, come lo credono e lo fanno gli egoisti, i falsi amorosi di se stessi perché amano una parte sola, quella meno nobile, a scapito della parte immortale e santa, ma che è sempre doveroso conservare sana fino a che a Dio non piacerà il contrario, per essere utili a se stessi, ai parenti, alla propria città, alla nazione tutta. É inevitabile che vengano le malattie. Né è detto che ogni malattia sia prova di vizio o di punizione. Vi sono le sante malattie mandate dal Signore ai suoi giusti perché nel mondo, che fa di se stesso il tutto e il mezzo del godimento, vi siano i santi che sono come ostaggi di guerra per la salvezza degli altri, e pagano di persona perché sia espiata con la loro sofferenza la dose di colpa che il mondo giornalmente accumula e che finirebbe a crollare sull’umanità, seppellendola sotto la maledizione sua. Vi ricordate del vecchio Mosè orante mentre Giosuè combatteva in nome del Signore? Dovete pensare che chi soffre con santità dà la più grande battaglia al feroce guerriero che sia nel mondo, nascosto sotto apparenze di uomini e popoli, a Satana, il Torturatore, l’Origine di ogni male, e si batte per tutti gli altri uomini. Ma quanta differenza tra queste sante malattie che Dio manda e quelle che sono mandate dal vizio per un peccaminoso amore verso il senso! Le prime, prove della volontà benefica di Dio; le seconde, prove della corruzione satanica. Perciò bisogna amare per essere santi, perché l’amore crea, preserva, santifica. Io pure, annunciandovi questa verità, vi dico, come Nehemia ed Esdra: “Questo giorno è consacrato al Signore Iddio nostro. Non fate lutto, non piangete”. Perché ogni lutto cessa quando si vive il giorno del Signore. La morte cessa la sua asprezza perché da perdita di un figlio, di uno sposo, di un padre, madre o fratello, diviene momentanea e limitata separazione. Momentanea perché con la nostra morte cessa. Limitata perché si limita al corpo, al senso. L’anima nulla perde con la morte del parente estinto. Ma anzi non ne è limitata la libertà che a una delle parti: la nostra di superstiti con l’anima ancora serrata nella carne, mentre l’altra parte, quella già passata alla seconda vita, gode della libertà e della potenza di vegliarci e di ottenerci più, molto più di quando ci amava dalla carcere del corpo. Io vi dico, come Nehemia ed Esdra: “Andate a mangiare pingui carni e a bere dolce vino, e mandatene delle porzioni a quelli che non ne hanno, perché è giorno santo al Signore e perciò nessuno deve soffrire in esso. Non vi attristate, perché il gaudio del Signore, che è fra voi, è la forza di chi riceve la grazia del Signore altissimo fra le proprie mura e nei propri cuori”. Voi non potete più fare i Tabernacoli. Il loro tempo è passato. Ma alzatene di spirituali nei cuori. Salite sul monte, ossia ascendete verso la Perfezione. Cogliete rami d’ulivo, di mirto, di palma, di quercia, d’issopo, di ogni pianta più bella. Rami delle virtù di pace, di purezza, di eroismo, di mortificazione, di fortezza, di speranza, di giustizia, di tutte, tutte le virtù. Ornatevi lo spirito celebrando la festa del Signore. I suoi Tabernacoli vi attendono. I suoi. E sono belli, santi, eterni, aperti a tutti coloro che vivono nel Signore. E insieme con Me, oggi, proponete di fare penitenza sul passato, proponete di prendere una vita nuova. Non temete del Signore. Egli vi chiama perché vi ama. Non temete. Siete suoi figli come ognun d’Israele. Anche per voi Egli ha fatto il Creato e il Cielo, ha suscitato Abramo e Mosè, e aperto il mare, e creata la nuvola di guida, ed è sceso dal Cielo per dare la Legge, e ha aperto le nubi perché piovessero manna, e rese feconde le rupi perché dessero acqua. Ed ora, oh! che ora anche per voi manda il vivo Pane del Cielo alle vostre fami, manda la vera Vite e la Fonte di Vita eterna alle vostre seti. E per mia bocca vi dice: “Entrate a possedere la Terra sulla quale Io ho alzato la mano per darla a voi”. La mia spirituale Terra: il Regno dei Cieli». 7La folla si scambia parole entusiaste… Poi ecco i malati. Tanti. Gesù li fa allineare su due file e, mentre ciò si fa, chiede a Filippo di Arbela: «Perché non li hai guariti tu?». «Perché essi abbiano ciò che io ho avuto: la guarigione per mezzo tuo». Gesù passa benedicendo uno per uno i malati, ed è il solito prodigio che si ripete di ciechi che vedono e sordi che odono, muti che parlano, rattrappiti che si raddrizzano, febbri che cadono, debolezze che cessano.

Gesù cammina sulle acque

Gesù cammina sulle acque.

gesù cammina sulle acque

Gesù cammina sulle acque.

La sua prontezza nel soccorrere chi lo invoca.

È tarda sera, quasi notte, perché ci si vede appena sul sentiero che si inerpica su un poggio su cui sono sparse delle piante che mi paiono di ulivo. Ma, data la luce, non posso assicura- re. Insomma, sono piante non troppo alte, fronzute e contorte come di solito sono gli ulivi. Gesù è solo. Vestito di bianco e col suo manto azzurro cupo. Sale e si interna fra le piante. Cammina di un passo lungo e sicuro. Non sveltamente, ma per la lunghezza del passo fa molta strada anche andando senza fretta. Cammina sinché giunge ad una specie di balcone naturale, dal quale ci si affaccia sul lago tutto quieto sotto al lume delle stelle, che ormai gremiscono il cielo coi loro occhi di luce. Il silenzio avvolge Gesù col suo abbraccio riposante e lo stacca e smemora dalle folle e dalla terra congiungendolo al cielo, che pare scendere più basso per adorare il Verbo di Dio e carezzarlo con la luce dei suoi astri. Gesù prega nella sua posa abituale: in piedi e con le braccia aperte a croce. Ha dietro alle sue spalle un ulivo e pare già crocifisso su questo tronco scuro. Le fronde lo sovrastano di poco, alto come è, e sostituiscono con una parola consona al Cristo il cartello della croce. Là: Re dei giudei. Qui: Principe della pace. Il pacifico ulivo dice giusto a chi sa intendere. Prega a lungo. Poi siede sulla balza che fa base all’ulivo, su un radicone che sporge, e prende la sua attitudine solita, con le mani intrecciate e i gomiti posati sui ginocchi. Medita. Chissà quale divina conversazione Egli intreccia col Padre e lo Spirito in quest’ora in cui è solo e può esser tutto di Dio. Dio con Dio! Mi pare che molte ore passino così, perché vedo che le stelle cambiano zona e molte già sono tramontate ad occidente. Proprio mentre una larva di luce, anzi di luminosità perché non si può ancora chiamare luce, si disegna all’estremo orizzonte dell’est, un brivido di vento scuote l’ulivo. Poi calma. Poi ri- prende più forte. A pause sincopate e sempre più violente. La luce dell’alba, appena appena iniziata, stenta a farsi strada per un accumulo di nubi scure che vengono ad occupare il cielo, spinte da raffiche di vento sempre più forte. Anche il lago non è più quieto. Ma, anzi, mi pare che stia mettendo insieme una burrasca come quella già vista nella visione della tempesta. Il rumore delle fronde e il brontolio delle acque empiono ora lo spazio, poco prima tanto quieto. Gesù si scuote dalla sua meditazione. Si alza. Guarda il lago. Cerca su esso alla luce delle superstiti stelle e della povera alba malata e vede la barca di Pietro, che arranca faticosamente verso la sponda opposta ma che non ce la fa. Gesù si avvolge strettamente nel mantello sollevando il lembo, che cade e che gli darebbe noia nello scendere, sul capo come fosse un cappuccio, e scende di corsa, non per la strada già fatta ma per un sentieruolo rapido che va di- rettamente al lago. Va così velocemente che pare che voli. Giunto sulla riva schiaffeggiata dalle acque, che fanno sul greto tutto un orlo di spuma sonante e fioccosa, prosegue il suo cammino veloce come non camminasse su un elemento liquido e tutto in movimento, ma sul più liscio e solido pavimento della terra. Ora diventa Egli luce. Sembra che tutta la poca luce, che ancora viene dalle rare e morenti stelle e dall’alba burrascosa, si converga su Lui e ne venga raccolta come fosforescenza intorno al suo corpo slanciato. Vola sulle onde, sulle creste spumose, nelle pieghe scure fra onda e onda, a braccia tese in avanti, col manto che si gonfia intorno alle sue gote e che svolazza, per quanto può, così stretto come è al corpo, con un palpito d’ala. Gli apostoli lo vedono e gettano un grido di paura che il vento porta verso Gesù. «Non temete. Sono Io». La voce di Gesù, per quanto abbia il vento contrario, si spande sul lago senza fatica. «Sei proprio Tu, Maestro?», chiede Pietro. «Se sei Tu, dimmi di venirti incontro camminando come Te sulle acque». Gesù sorride. «Vieni», dice semplicemente, come fosse la cosa più naturale del mondo camminare sull’acqua. E Pietro, seminudo come è, ossia con una tunichella corta e senza maniche, fa un salto soprabordo e va verso Gesù. Ma, quando è lontano una cinquantina di metri dalla barca e quasi altrettanto da Gesù, viene preso dalla paura. Fin lì l’ha sorretto il suo impulso d’amore. Ora l’umanità lo soverchia e… trema per la propria pelle. Come uno messo su un suolo scivoloso, o meglio su una sabbia mobile, egli comincia a traballare, ad annaspare, a sprofondare. E più annaspa e ha paura, e più sprofonda. Gesù si è fermato e lo guarda. Serio. Attende. Ma non stende neppure una mano, che ha anzi conserte al petto, e non fa più passo o parola. Pietro sprofonda. Scompaiono i malleoli, gli stinchi, i ginocchi. Le acque son quasi all’ingui- ne, lo superano, montano verso la cintura. E il terrore è sul suo viso. Un terrore che lo paralizza anche nel pensiero. Non è più che una carne che ha paura di affogare. Non pensa neppure di gettarsi a nuoto. Nulla. È inebetito dalla paura. Finalmente si decide a guardare Gesù. E basta che lo guardi perché la sua mente cominci a ragionare, a capire dove è salvezza. «Maestro, Signore, salvami». Gesù disserra le braccia e, quasi portato dal vento o dall’onda, si precipita verso l’apostolo e gli tende la mano dicendo: «Oh, che uomo di poca fede! Perché hai dubitato di Me? Perché hai voluto fare da te?». Pietro, che si è afferrato convulsamente alla mano di Gesù, non risponde. Lo guarda soltanto per vedere se è in collera, lo guarda con un misto di restante paura e di sorgente pentimento. Ma Gesù sorride e lo tiene ben stretto per il polso, sino a che, raggiunta la barca, ne scavalcano il bordo e vi entrano. E Gesù comanda: «Andate a riva. Costui è tutto bagnato». E sorride guardando l’umiliato discepolo. Le onde si spianano per facilitare l’approdo, e la città, vista altra volta dall’alto di una collina, si delinea oltre la riva. La visione mi cessa qui.

Dice Gesù: «Molte volte non attendo neppure d’esser chiamato quando vedo dei miei figli in pericolo. E molte volte accorro anche per chi è meco figlio ingrato. Voi dormite o siete presi dalle cure della vita, dalle sollecitudini della vita. Io veglio e prego per voi. Angelo di tutti gli uomini, Io sto proteso su voi, e nulla m’è più doloroso del non poter intervenire perché voi negate il mio intervento preferendo fare da voi o, peggio, chiedendo aiuto al Male. Come padre che si vede significare da un figlio: “Non ti amo. Non ti voglio. Esci da casa mia”, Io resto umiliato e addolorato come non lo fui per le ferite. Ma, se appena non mi intimate: “Vattene” e siete solo distratti dalla vita, allora Io sono l’eterno Vegliante che è pronto a venire prima ancora d’esser chiamato. E se aspetto che sol mi diciate una parola – qualche volta l’aspetto – è per sentirmi chiamare. Che carezza, che dolcezza sentirmi chiamare dagli uomini! Sentire che si ricordano che sono “Salvatore”! Non ti dico poi che infinita gioia mi penetra e esalta quando v’è chi m’ama e mi chiama anche senza attendere l’ora del bisogno. Mi chiama perché ama Me più d’ogni altro al mondo e sente empirsi di una gioia simile alla mia solo a chiamare: “Gesù, Gesù”, come fanno i bambini quando chiamano: “Mamma, mamma” e sembra loro che miele scenda fra le loro labbra, perché la sola parola “mamma” porta con sé il sapore dei baci materni. «Gli apostoli vogavano ubbidendo al mio comando di andare ad attendermi a Cafarnao. Ed Io, dopo il miracolo dei pani, m’ero isolato dalla folla, non per sdegno di essa o per stanchezza. Non avevo mai sdegno per gli uomini, neppure se erano meco cattivi. Solo quando vedevo calpestata la Legge e profanata la Casa di Dio giungevo allo sdegno. Ma allora non ero Io in causa, ma gli interessi del Padre. Ed Io ero sulla Terra primo dei servi di Dio per servire il Padre dei Cieli. Non ero mai stanco di dedicarmi alle folle, anche se le vedevo così ottuse, tarde, umane, da far cadere il cuore anche ai più fiduciosi nella loro missione. Anzi, proprio perché erano così deficienti, moltiplicavo le mie lezioni all’infinito, li prendevo proprio come scolari tardivi e ne guidavo lo spirito nelle più rudimentali scoperte e iniziazioni, così come un paziente maestro guida le manine inesperte degli scolari a tracciare i primi segni, per renderli sempre più capaci di comprendere e fare. Quanto amore ho dato alle folle! Le pigliavo dalla carne per portarle allo spirito. Anche Io cominciavo dalla carne. Ma, mentre Satana prende da quella per portare all’Inferno, Io prendevo da quella per portare al Cielo. Mi ero isolato per ringraziare il Padre del miracolo dei pani. Avevano mangiato in molte mi- gliaia di persone. E avevo raccomandato di dire “grazie” al Signore. Ma, ottenuto l’aiuto, l’uomo non sa dire “grazie” . Lo dicevo Io per loro. E dopo… E dopo m’ero fuso col Padre mio, del quale avevo una nostalgia d’amore infinita. Ero sulla Terra, ma come una spoglia senza vita. Il mio spirito si era lanciato incontro al Padre mio, che sentivo curvo sul suo Verbo, e gli diceva: “T’amo, o Padre santo!”. Era la mia gioia dirgli: “T’amo”. Dirglielo da Uomo oltre che da Dio. Umiliargli il sentimento dell’uomo così come gli offrivo il mio palpito di Dio. Mi pareva di essere la calamita che attirava a sé tutti gli amori dell’uomo, dell’uomo capace di amare un pochino Iddio, di accumularli e di offrirli nel cavo del mio Cuore. Mi pareva di essere Io solo, l’Uomo, ossia la razza umana, che tornava come nei giorni innocenti a conversare con Dio nel fresco della sera. Ma, per quanto la beatitudine fosse completa poiché era beatitudine di carità, non mi astraeva dai bisogni degli uomini. E avvertii il pericolo dei miei figli sul lago. E lasciai l’Amore per l’amore. La carità deve essere sollecita. Mi hanno preso per un fantasma. Oh! quante volte, poveri figli, mi prendete per un fantasma, un oggetto di paura! Se pensaste sempre a Me, mi riconoscereste subito. Ma avete tante altre larve nel cuore, e questo vi dà il capogiro. Ma Io mi faccio conoscere. Oh! se mi sapeste sentire! Perché affonda Pietro dopo aver camminato per molti metri? Lo hai detto: perché l’umanità gli soverchia lo spirito. Pietro era molto “uomo”. Fosse stato Giovanni, non avrebbe né soverchiamente osato né volubilmente cambiato pensiero. La purezza dà prudenza e fermezza. Ma Pietro era “uomo” in tutta l’estensione del nome. Aveva il desiderio di primeggiare, di far vedere che “nessuno” come lui amava il Maestro, voleva imporsi e, sol perché era uno dei miei, si credeva già al disopra delle debolezze della carne. Invece, povero Simone, nelle prove dava delle controprove non sublimi. Ma era necessario perché fosse poi colui che perpetuava la misericordia del Maestro fra la Chiesa nascente. Pietro non solo si fa prendere il sopravvento dalla paura per la sua vita in pericolo, ma di- viene unicamente, come tu hai detto, “una carne che trema”. Non riflette più, non mi guarda più. Anche voi fate così. E più il pericolo è imminente, e più volete fare da voi. Come se voi poteste fare qualcosa! Mai, come nelle ore in cui dovreste sperare in Me e chiamarmi, vi allontanate, mi serrate il cuore e anche mi maledite. Pietro non mi maledice. Ma mi dimentica, e devo sprigionare imperio di volontà per chiamare a Me il suo spirito: che faccia alzare gli occhi al suo Maestro e Salvatore. Lo assolvo in anticipo dal suo peccato di dubbio perché lo amo, questo uomo impulsivo che, quando sarà confermato in grazia, saprà procedere senza più turbamenti o stanchezze sino al martirio, gettando instancabile, sino alla morte, la sua mistica rete per portare anime al suo Maestro. E quando egli mi invoca, non cammino, volo in suo soccorso e lo tengo stretto per condurlo in salvo. Mite il mio rimprovero perché comprendo tutte le attenuanti di Pietro. Sono il difensore e il giudice più buono che sia e che sarà mai stato. Per tutti. Vi capisco, poveri figli miei! E se anche vi dico una parola di rimprovero, il mio sorriso ve l’addolcisce. Vi amo. Ecco tutto. Voglio che abbiate fede. Ma, se l’avete, vengo e vi porto fuori dal pericolo. Oh! se sapesse la Terra dire: “Maestro, Signore, salvami!”. Basterebbe un grido, ma di tutta la Terra, perché istantaneamente Satana e i suoi esecutori cadessero vinti. Ma non sapete avere fede. Vado moltiplicando i mezzi per portarvi alla fede. Ma essi cadono fra la vostra melma come sasso nella melma di una palude e vi giacciono sepolti. Non volete purificare le acque del vostro spirito, amate esser putrido fango. Non importa. Io faccio il mio dovere di Salvatore eterno. E se anche non potrò salvare il mondo, perché il mondo non vuole esser salvato, salverò dal mondo coloro che, per amarmi come devo esser amato, non sono più del mondo».

 

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Chi odia i preti non va a messa

Chi odia i preti non va a messa

Sacerdoti

Chi odia i preti non va a messa

Cari Amici, mi è capitato spesso di ascoltare alcuni dei miei stessi parenti, amici, colleghi che, parlano di dissensi fra loro e il sacerdote del luogo dove vivono, si sente spesso dire che lui (il sacerdote) si comporta male, col suo comportamento allontana le persone piuttosto che avvicinarle, che è altezzoso, che gli piace avere alla sua mensa le autorità e sprezza i miseri. Ho anche sentito dire che taluni sacerdoti hanno anche un listino prezzi per quanto riguarda i vari sacramenti, hanno un prezzo per tutto, dal battesimo al matrimonio, alla benedizione di una casa o anche alla semplice partecipazione di un evento pubblico che richieda una benedizione particolare. E’ vero, tutto questo può accadere, questo genere di sacerdoti può esistere, ma c’è ancora un altro increscioso fatto da dover evidenziare, e cioè che, questa gente che parla e giudica i male comportamenti di tali religiosi, dice anche: io per colpa sua (del sacerdote), non vado più a messa, perchè tutti quelli che ci vanno sono come lui (il sacerdote). Oppure dicono: se devo andare per diventare come lui, preferisco starmene a casa mia a pensare agli affari miei. … Diciamo che non è il massimo, come ragionamento, ma… piuttosto comprensibile. Ecco a tal riguardo, voglio portarvi a conoscenza dell’insegnamento di Gesù, che è Via, Verità e Vita, e che sono insegnamenti tanto antichi e allo stesso tempo eternamente attuali. Che la Pace discenda su te carissimo Amico lettore e che lo Spirito di Sapienza ti illumini a vedere la Verità con gli occhi dell’Amore.

Gesù, verso la metà della Sua vita pubblica, prepara gli Apostoli alla prima Evangelizzazione, e dopo i primi importanti ammaestramenti aggiunge… a insegnamento e monito….

Dico: guai a voi se avete l’apparenza di miei messi e nell’interno siete abbietti e insatanassati. Guai a voi! L’inferno è ancor poco per quello che meritate per il vostro inganno. Ma anche foste contemporaneamente messi di Dio in palese, e rifiuti, pubblicani, ladri, assassini in occulto, o anche un sospetto fosse nei cuori verso di voi, una quasi certezza, vi va dato ancora onore e rispetto perché siete miei messi. L’occhio dell’uomo deve sorpassare il mezzo e vedere il messo e il fine, vedere Dio e la sua opera al di là del mezzo troppo spesso manchevole. Solo in casi di colpa grave, ledente la fede dei cuori, Io per ora, poi chi mi succederà, provvederanno a recidere il membro guasto. Perché non è lecito che per un sacerdote demonio si perdano anime di fedeli. Non sarà mai lecito, per nascondere le piaghe nate nel corpo apostolico, permettere sopravvivenza in esso di corpi incancreniti che col loro aspetto ripugnante allontanano e col loro fetore demoniaco avvelenano. Voi dunque vi informerete quale è la famiglia di vita più retta, là dove le donne sanno stare ritirate e i costumi sono castigati. E là entrerete e dimorerete finché non partiate dal luogo. Non imitate i fuchi che, dopo aver succhiato un fiore, passano ad altro più nutriente. Voi, sia che siate capitati fra persone di buon letto e ricca mensa, o sia che siate capitati in umile famiglia ricca solo di virtù, rimanete dove siete. Non cercate mai il “meglio” per il corpo che perisce. Ma, anzi, date ad esso sempre il peggio, riserbando tutti i diritti allo spirito. E, ve lo dico perché è bene lo facciate, date, sol che lo possiate fare, la preferenza ai poveri per la vostra sosta. Per non umiliarli, per ricordo di Me che sono e resto povero e di esser povero me ne vanto, e anche perché i poveri sono sovente migliori dei ricchi. Troverete sempre poveri giusti, mentre raro sarà trovare un ricco senza ingiustizia. Non avete perciò la scusa di dire: “Non ho trovato bontà altro che nei ricchi” per giustificare la vostra smania di benessere. Nell’atto di entrare nella casa salutate col mio saluto, che è il più dolce che vi sia. Dite: “La pace sia con voi. La pace sia in questa casa”, oppure “la pace venga in questa casa”. Infatti voi, messi di Gesù e della Buona Novella, portate con voi la pace, e la vostra venuta in un luogo è far venire la pace in esso. Se la casa ne è degna, la pace verrà e permarrà in essa; se non ne è degna, la pace tornerà a voi. Però badate di essere voi pacifici onde avere Dio come vostro Padre. Un padre aiuta sempre. E voi, aiutati da Dio, farete tutto, e tutto bene. Può darsi anche, anzi certo avverrà, che vi sarà città o casa che non vi ricevono e non vogliono ascoltare le vostre parole cacciandovi o deridendovi, o anche inseguendovi a colpi di pietra come profeti noiosi. E qui avrete più che mai bisogno di esser pacifici, umili, miti per abito di vita. Perché altrimenti l’ira prenderà il sopravvento e voi peccherete scandalizzando e aumentando l’incredulità dei convertendi. Mentre, se riceverete l’offesa di esser cacciati, derisi, inseguiti, con pace, voi convertirete con la predica più bella: quella silenziosa della virtù vera. Ritroverete un giorno i nemici di oggi sul vostro cammino e vi diranno: “Vi abbiamo cercato perché il vostro modo di agire ci ha fatti persuasi della Verità che annunciate. Vogliate perdonarci e accoglierci per discepoli. Perché noi non vi conoscevamo, ma ora vi conosciamo per santi. Perciò, se santi siete, dovete essere i messi di un santo, e noi crediamo ora in Lui”. Ma, nell’uscire dalla città o casa dove non siete stati accolti, scuotete da voi anche la polvere dei vostri calzari, acciò la superbia e la durezza di quel luogo non si apprenda neppure alle vostre suole. In verità vi dico: nel giorno del Giudizio, Sodoma e Gomorra saranno trattate meno duramente di quella città. Ecco: Io vi mando come pecore fra i lupi. Siate dunque prudenti come le serpi e semplici come le colombe. Perché voi sapete come il mondo, che in verità è più di lupi che di pecore, usa anche con Me che sono il Cristo. Io posso difendermi col mio potere e lo farò finché non è l’ora del trionfo temporaneo del mondo. Ma voi non avete questo potere e vi necessita maggior prudenza e semplicità. Maggiore accortezza, perciò, per evitare per ora carceri e flagellazioni. In verità voi, per ora, nonostante le vostre proteste di volere dare il sangue per Me, non sopportate neppure uno sguardo ironico o iracondo. Poi verrà un tempo in cui sarete forti come eroi contro tutte le persecuzioni, forti più di eroi, di un eroismo inconcepibile secondo il mondo, inspiegabile, e verrà detto “follia”. No, che follia non sarà! Sarà l’immedesimazione per forza di amore dell’uomo con l’Uomo Dio, e voi saprete fare ciò che Io avrò già fatto. Per capire questo eroismo occorrerà vederlo, studiarlo e giudicarlo da piani ultraterreni. Perché è cosa soprannaturale che esula da tutte le restrizioni della natura umana. I re, i re dello spirito saranno i miei eroi, in eterno re ed eroi… In quel tempo vi arresteranno mettendovi le mani addosso, trascinandovi davanti ai tribunali, davanti ai presidi e ai re, onde vi giudichino e vi condannino per il grande peccato, agli occhi del mondo, di essere i servi di Dio, i ministri e tutori del Bene, i maestri delle virtù. E per essere questo sarete flagellati e in mille guise puniti, fino ad essere uccisi. E voi renderete testimonianza di Me ai re, ai presidi, alle nazioni, confessando col sangue che voi amate Cristo, il Figlio vero di Dio vero. Quando sarete nelle loro mani, non vi mettete in pena su ciò che avete a rispondere e di quanto avrete a dire. Nessuna pena abbiate allora che non sia quella dell’afflizione verso i giudici e gli accusatori che Satana travia al punto da renderli ciechi alla Verità. Le parole da dire vi saranno date in quel momento. Il Padre vostro ve le metterà sulle labbra, perché allora non sarete voi che parlerete per convertire alla Fede e professare la Verità, ma sarà lo Spirito del Padre vostro quello che parlerà in voi. Allora il fratello darà la morte al fratello, il padre al figlio, e i figli insorgeranno contro i genitori e li faranno morire. No, non tramortite e non vi scandalizzate! Rispondete a Me. Per voi è più grande delitto uccidere un padre, un fratello, un figlio, o Dio stesso?». «Dio non si può uccidere», dice secco Giuda Iscariota. «È vero. È Spirito imprendibile», conferma Bartolomeo. E gli altri, pur tacendo, sono dello stesso parere. «Io sono Dio, e Carne sono», dice calmo Gesù. «Nessuno pensa ad ucciderti», ribatte l’Iscariota. «Vi prego, rispondete alla mia domanda». «Ma è più grave uccidere Dio! Si intende!». «Ebbene, Dio sarà ucciso dall’uomo, nella Carne dell’Uomo Dio e nell’anima degli uccisori dell’Uomo Dio. Dunque, come si giungerà a questo delitto senza orrore in chi lo compie, parimenti si giungerà al delitto dei padri, dei fratelli, dei figli, contro i figli, i fratelli, i padri. Sarete odiati da tutti a causa del mio Nome. Ma chi avrà perseverato fino alla fine sarà salvo. E quando vi perseguiteranno in una città, fuggite in un’altra. Non per viltà, ma per dare tempo alla neonata Chiesa di Cristo di giungere ad età non più di lattante debole e inetto, ma ad una età maggiore in cui sarà capace di affrontare la vita e la morte senza temere Morte. Quelli che lo Spirito consiglierà a fuggire, fuggano. Come Io sono fuggito quando ero pargolo. In verità, nella vita della mia Chiesa si ripeteranno tutte le vicende della mia vita d’uomo. Tutte. Dal mistero del suo formarsi all’umiltà dei primi tempi, ai turbamenti e insidie date dai feroci, alla necessità di fuggire per continuare a esistere, dalla povertà e dal lavoro indefesso fino a molte altre cose che Io vivo attualmente, che patirò in seguito, prima di giungere al trionfo eterno. Quelli invece che lo Spirito consiglia di rimanere, restino. Perché, anche se cadranno uccisi, essi vivranno e saranno utili alla Chiesa. Perché è sempre bene ciò che lo Spirito di Dio consiglia. In verità vi dico che non finirete, voi e chi vi succederà, di percorrere le vie e le città di Israele prima che venga il Figlio dell’uomo. Perché Israele, per un suo tremendo peccato, sarà disperso come pula investita da un turbine e sparso per tutta la terra, e secoli e millenni, uno dopo un altro uno, e oltre, si succederanno prima che sia di nuovo raccolto sull’aia di Areuna Gebuseo. Tutte le volte che lo tenterà, prima dell’ora segnata, sarà nuovamente preso dal turbine e disperso, perché Israele dovrà piangere il suo peccato per tanti secoli quante sono le stille che pioveranno dalle vene dell’Agnello di Dio immolato per i peccati del mondo. E la Chiesa mia dovrà pure, essa che sarà stata colpita da Israele in Me e nei miei apostoli e discepoli, aprire braccia di madre e cercare di raccogliere Israele sotto il suo manto come una chioccia fa coi pulcini sviati. Quando Israele sarà tutto sotto il manto della Chiesa di Cristo, allora Io verrò. Ma queste saranno le cose future. Parliamo delle immediate. Ricordatevi che il discepolo non è da più del Maestro, né il servo da più del Padrone. Perciò basti al discepolo di essere come il Maestro, ed è già immeritato onore; e al servo di essere come il Padrone, ed è già soprannaturale bontà concedervi che ciò sia. Se hanno chiamato Belzebù il padrone di casa, come chiameranno i suoi servi? E potranno i servi ribellarsi se il Padrone non si ribella, non odia e maledice, ma calmo nella sua giustizia continua la sua opera, trasferendo il giudizio ad altro momento, quando, dopo avere tutto tentato per persuadere, avrà visto in essi l’ostinazione nel Male? No. Non potranno i servi fare ciò che non fa il Padrone, ma bensì imitarlo, pensando che essi sono anche peccatori mentre Egli era senza peccato. Non temete dunque quelli che vi chiameranno: “demoni”. La verità, verrà un giorno che sarà nota e si vedrà allora chi era il “demonio”. Se voi o loro. Non c’è niente di nascosto che non si abbia a rivelare, e niente di segreto che non si abbia a sapere. Quello che ora Io vi dico nelle tenebre e in segreto, perché il mondo non è degno di sapere tutte le parole del Verbo – non è ancora degno di questo, né è ora di dirlo anche agli indegni – voi, quando sarà l’ora che tutto deve esser noto, ditelo nella luce, dall’alto dei tetti gridate ciò che ora Io vi sussurro più all’anima che all’orecchio. Perché allora il mondo sarà stato battezzato dal Sangue, e Satana avrà contro uno stendardo per cui il mondo potrà, volendo, comprendere i segreti di Dio, mentre Satana non potrà nuocere altro che su chi desidera il morso di Satana e lo preferisce al mio bacio. Ma otto parti su dieci del mondo non vorranno comprendere. Solo le minoranze saranno volonterose di sapere tutto per seguire tutto che è mia Dottrina. Non importa. Siccome non si può separare queste due parti sante dalla massa ingiusta, predicate anche dai tetti la mia Dottrina, predicatela dall’alto dei monti, sui mari senza confine, nelle viscere della Terra.  Se anche gli uomini non l’ascolteranno, raccoglieranno le divine parole gli uccelli ed i venti, i pesci e le onde, e ne serberanno l’eco le viscere del suolo per dirlo alle interne sorgenti, ai minerali, ai metalli, e ne gioiranno tutti, perché essi pure sono creati da Dio per essere di sgabello ai miei piedi e di gioia al mio cuore. Non temete coloro che uccidono il corpo ma non possono uccidere l’anima, ma temete solo quello che può mandare a perdizione la vostra anima e ricongiungere nell’ultimo Giudizio questa al risorto corpo, per gettarli nei fuochi d’Inferno. Non temete. Non si vendono forse due passeri per un soldo? Eppure, se il Padre non lo permette, non uno di essi cadrà nonostante tutte le insidie dell’uomo. Non temete dunque. Voi siete noti al Padre. Noti gli sono nel loro numero anche i capelli che avete sul capo. Voi siete dappiù di molti passeri! Ed Io vi dico che chi mi riconoscerà davanti agli uomini, anche Io lo riconoscerò davanti al Padre mio che è nei Cieli. Ma chi mi rinnegherà davanti agli uomini, anche Io lo rinnegherò davanti al Padre mio. Riconoscere qui è per seguire e praticare; rinnegare è per abbandonare la mia via per viltà, per concupiscenza triplice, o per calcolo meschino, per affetto umano verso uno dei vostri, contrari a Me. Perché ci sarà questo. Non pensate che Io sia venuto a mettere concordia sulla Terra e per la Terra. La mia pace è più alta delle calcolate paci per il barcamenare di ogni giorno. Non sono venuto a mettere la pace, ma la spada. La spada tagliente per recidere le liane che trattengono nel fango e aprire le vie ai voli nel soprannaturale. Perciò Io sono venuto a dividere il figlio dal padre, la figlia dalla madre, la nuora dalla suocera. Perché Io sono Colui che regna e ha ogni diritto sui suoi sudditi. Perché nessuno è più grande di Me nei diritti sugli affetti. Perché in Me si accentrano tutti gli amori sublimandosi, ed Io sono Padre, Madre, Sposo, Fratello, Amico, e vi amo come tale, e come tale vado amato. E quando dico: “Voglio”, nessun legame può resistere e la creatura è mia. Io col Padre l’ho creata, Io da Me stesso la salvo, Io ho il diritto di averla. In verità i nemici dell’uomo sono gli uomini oltre che i demoni; e i nemici dell’uomo nuovo, del cristiano, saranno quelli di casa, coi loro lamenti, minacce o suppliche. Chi però d’ora in poi amerà il padre e la madre più di Me non è degno di Me; chi ama il figlio o la figlia più di Me non è degno di Me. Chi non prende la sua croce quotidiana, complessa, fatta di rassegnazioni, di rinunce, di ubbidienze, di eroismi, di dolori, di malattie, di lutti, di tutto quello che manifesta la volontà di Dio o una prova dell’uomo, e con essa non mi segue, non è degno di Me. Chi tiene conto della sua vita terrena più di quella spirituale perderà la Vita vera. Chi avrà perduto la sua vita terrena per amore mio la ritroverà eterna e beata. Chi riceve voi riceve Me. Chi riceve Me riceve Colui che mi ha mandato. Chi riceve un profeta come profeta riceverà premio proporzionato alla carità data al profeta, chi un giusto come giusto riceverà un premio proporzionato al giusto. E ciò perché chi riconosce nel profeta il profeta è segno che è profeta lui pure, ossia molto santo perché tenuto fra le braccia dallo Spirito di Dio, e chi avrà riconosciuto un giusto come giusto dimostra di essere lui stesso giusto, perché le anime simili si riconoscono. Ad ognuno dunque sarà dato secondo giustizia. Ma a chi avrà dato anche un solo calice d’acqua pura ad uno dei miei servi, fosse anche il più piccolo e sono servi di Gesù tutti quelli che lo predicano con una vita santa, e possono esserlo i re come i mendicanti, i sapienti come coloro che non sanno nulla, i vecchi come i pargoli, perché in tutte le età e le classi si può essere miei discepoli chi avrà dato ad un mio discepolo anche un calice d’acqua in mio nome e perché mio discepolo, in verità vi dico che non perderà la sua ricompensa. Ho detto. Ora preghiamo e poi andiamo a casa. All’alba partirete e così: Simone di Giona con Giovanni, Simone Zelote con Giuda Iscariota, Andrea con Matteo, Giacomo d’Alfeo con Tommaso, Filippo con Giacomo di Zebedeo, Giuda mio fratello con Bartolomeo. Questa setti- mana così. Poi darò il nuovo ordine. Preghiamo». E pregano ad alta voce…

 

Tornando quindi sul mio commento iniziale, e cioè che ci si astiene dal frequentare la Chiesa per causa di un comportamento errato del sacerdote, ecco che Gesù ci dice proprio per certi casi, di non guardare l’uomo-sacerdote, ma di guardare lo scopo finale, e cioè quello della mia redenzione, io voglio salvarmi, io devo salvarmi, e non permetterò a uno, uso al malcostume di far perdere per sempre la mia anima. Io vado in chiesa per Amor di Dio e non per amore del sacerdote, quindi vedo il fine non il mezzo, devo vedere il messaggio non come si comporta il messaggero, egli darà conto quando sarà giunto il suo tempo, del suo modo di vivere e di agire, non spetta a noi giudicare nessuno. ma spetta a noi il santo desiderio della Salvezza Eterna.

Sia lodato Gesù Cristo

Amen

chi odia i preti non va a messa chi odia i preti non va a messa chi odia i preti non va a messa chi odia i preti non va a messa chi odia i preti non va a messa chi odia i preti non va a messa chi odia i preti non va a messa chi odia i preti non va a messa chi odia i preti non va a messa chi odia i preti non va a messa chi odia i preti non va a messa chi odia i preti non va a messa 

La parabola del figlio prodigo

La parabola del figlio prodigo

parabola del figlio prodigo

parabola del figlio prodigo

Poema: III, 66 30 giugno 1945.

1«Giovanni di Endor, vieni qui con Me. Ti devo parlare», dice Gesù affacciandosi sull’uscio. L’uomo accorre lasciando il bambino al quale insegnava qualcosa. «Che mi vuoi dire, Maestro?», chiede. «Vieni con Me qui sopra». Salgono sulla terrazza e si siedono dalla parte più riparata perché, per quanto sia mattina, il sole è già forte. Gesù gira lo sguardo sulla campagna coltivata, in cui i grani di giorno in giorno divengono d’oro e gli alberi gonfiano le loro frutta. Pare volere attingere il pensiero da quella metamorfosi vegetale. «Senti, Giovanni. Oggi Io credo che verrà Isacco per condurmi i contadini di Giocana prima della loro partenza. Ho detto a Lazzaro di prestare a Isacco un carro per fare loro accelerare il ritorno senza tema di giungere con un ritardo che provocherebbe loro un castigo. E Lazzaro lo fa. Perché Lazzaro fa tutto ciò che Io dico. Ma da te voglio un’altra cosa. Ho qui una somma che mi è stata data da una creatura per i poveri del Signore. Generalmente è un mio apostolo l’incaricato di tenere le monete e di dare gli oboli. È Giuda di Keriot generalmente; qualche volta gli altri. Giuda non è presente. Gli altri non voglio siano a cognizione di quel che voglio fare. Anche Giuda questa volta non lo sarebbe. Lo farai tu, in mio nome…». «Io, Signore?… Io?… Oh! non ne sono degno!…». «Ti devi abituare a lavorare in mio nome. Non sei venuto per questo?». «Sì. Ma pensavo dovere lavorare a ricostruire la povera anima mia ». «E Io te ne do il mezzo. In che hai peccato? Contro la misericordia e l’amore. Con l’odio hai demolito la tua anima. Con l’amore e la misericordia la ricostruirai. Io te ne darò il materiale. Ti adibirò particolarmente alle opere di misericordia e di amore. Tu sei anche capace di curare, tu sei capace di parlare. Per questo sei atto ad avere cura delle infelicità fisiche e morali, e hai capacità di farlo. Inizierai con quest’opera. Tieni la borsa. La darai a Michea e ai suoi amici. Fànne parti uguali. Ma fàlle così come Io ti dico. La dividi per dieci, poi ne dai quattro parti a Michea: una per sé, una per Saulo, una per Gioele e una per Isaia. E le altre sei le dai a Michea perché le dia al vecchio padre di Jabé, per sé e per i suoi compagni. Potranno così avere qualche conforto». «Va bene ma che dico loro per giustificare?». «Dirai: “Questo è perché vi ricordiate di pregare per un’anima che si redime”». «Ma potranno pensare che sia io! Non è giusto!». «Perché? Non ti vuoi redimere?». «Non è giusto che pensino che sia io il donatore». «Lascia, e fa’ come Io dico». «Ubbidisco… ma almeno concedimi di mettere anche io qualche cosa. Tanto… ora non mi occorre più nulla. Libri non ne compero più, polli da nutrire non ne ho più. A me basta tanto poco… Tieni, Maestro. Serbo solo un minimo per le spese dei sandali…», ed estrae da una borsa che aveva in cintura molte monete e le aggiunge alle monete di Gesù. «Dio ti benedica per la tua misericordia… 2Giovanni, fra poco ci lasceremo perché tu andrai con Isacco». «Me ne duole, Maestro. Ma ubbidisco». «Anche a Me duole di allontanarti. Ma ho tanto bisogno di discepoli peregrinanti. Io non basto più. Presto lancerò gli apostoli, poi manderò i discepoli. E tu farai molto bene. Ti serberò a speciali missioni. Intanto con Isacco ti formerai. È tanto buono e lo Spirito di Dio lo ha veramente istruito durante la lunga malattia. Ed è l’uomo che tutto ha sempre perdonato… Lasciarci, del resto, non vuole dire non vederci più. Ci incontreremo sovente, e ogni volta che ci ritroveremo parlerò per te, ricordatelo…». Giovanni si piega su se stesso, si nasconde il volto fra le mani con un aspro scoppio di pianto, e geme: «Oh! allora dimmi subito qualche cosa che mi persuada che io sono perdonato… che io posso servire Dio… Se sapessi, ora che è caduto il fumo dell’odio, come vedo la mia anima… e come… e come penso a Dio…». «Lo so, non piangere. Resta nell’umiltà, ma non ti avvilire. L’avvilimento è ancora superbia. Solo, solo umiltà abbi. Suvvia, non piangere…». 175 Giovanni di Endor si calma poco a poco… Quando lo vede calmato, Gesù dice: «Vieni, andiamo sotto quel folto di meli e raduniamo i compagni e le donne. Parlerò a tutti, ma ti dirò come Dio ti ama». Scendono, radunandosi intorno gli altri man mano che vanno, e si siedono poi a cerchio sotto l’ombra del pometo. Anche Lazzaro, che parlava con lo Zelote, si aggiunge alla compagnia. Venti persone in tutto. 3«Udite. È una bella parabola che vi guiderà con la sua luce in tanti casi. Un uomo aveva due figli. Il maggiore era serio, lavoratore, affezionato, ubbidiente. Il secondo era intelligente più del maggiore – che in verità era un poco ottuso e si lasciava guidare per non avere da affaticarsi a decidere da sé – ma in compenso era anche ribelle, svagato, amante del lusso e del piacere, dissipatore e ozioso. L’intelligenza è un grande dono di Dio. Ma è un dono che va usato saggiamente. Altrimenti è come certi farmaci i quali, usati in mal modo, non sanano ma uccidono. Il padre – era nel suo diritto e nel suo dovere – lo richiamava a vita più saggia. Ma senza alcun utile, tolto quello di averne male risposte e un maggior irrigidimento del figlio nelle proprie cattive idee. Infine un giorno, dopo una disputa più fiera, il figlio minore disse: “Dammi la mia parte dei beni. Così non sentirò più i tuoi rimproveri e i lagni del fratello. Ognuno il suo e sia finito tutto”. “Guarda” rispose il padre “che presto sarai rovinato. Che farai allora? Pensa che io non sarò ingiusto in favore di te e non riprenderò un picciolo a tuo fratello per darlo a te”. “Non ti chiederò nulla. Sta sicuro. Dammi la mia parte”. Il padre fece stimare le terre e le cose preziose e, visto che denaro e gioielli facevano tanto quanto le terre, dette al maggiore i campi e i vigneti, le mandre e gli ulivi, e al minore il denaro e i gioielli, che il giovane vendette subito mutando tutto in denaro. E fatto questo, in pochi giorni, se ne andò in lontano paese dove visse da gran signore, scialacquando tutto il suo in bagordi di ogni specie, facendosi credere un figlio di re perché si vergognava di dire: “sono campagnolo”, rinnegando perciò il padre suo. Festini, amici e amiche, vesti, vini, giuoco… vita dissoluta… Presto vide scemare la sostanza e venire avanti la miseria. E con la miseria, a farla più grave, venne nel paese una grande carestia che dette fondo ai resti della sostanza. 4Avrebbe potuto andare dal padre. Ma era superbo e non volle. Andò allora da un riccone del paese, già suo amico nei tempi buoni, e lo pregò dicendo: “Accoglimi fra i tuoi servi in ricordo di quando godesti delle mie dovizie”. Vedete voi come è stolto l’uomo! Preferisce mettersi sotto la frusta di un padrone anziché dire ad un padre: “Perdono! Ho sbagliato!”. Quel giovane aveva imparato tante cose inutili con la sua intelligenza aperta, ma non aveva voluto imparare il detto dell’Ecclesiastico: “Quanto è infame colui che abbandona il padre suo e quanto è maledetto da Dio chi fa inquietare la madre”. Era intelligente ma non sapiente. L’uomo a cui si era rivolto, in cambio del molto che aveva goduto dal giovane stolto, mise questo stolto di guardia ai porci – perché si era in paese pagano e vi erano molti porci – e lo mandò a pasturare nei suoi possessi le mandre di porci. Lurido, stracciato, puzzolente, affamato – perché il cibo era scarso per tutti i servi e specie per gli infimi, e lui, straniero mandriano di porci e deriso, era ritenuto tale – vedeva i porci satollarsi delle ghiande e sospirava: “Potessi almeno io pure empirmi il ventre di questi frutti! Ma sono troppo amari! Neppure la fame me li fa parere buoni”. E piangeva pensando ai ricchi festini da satrapo fatti poco tempo prima fra risa, canti, danze… e pensava poi agli onesti pranzi ben nutriti della sua casa lontana, alle porzioni che il padre faceva a tutti imparzialmente, serbando per sè sempre il meno, lieto di vedere il sano appetito dei suoi figli… e pensava anche alle parti fatte ai servi da quel giusto, e sospirava: “I garzoni di mio padre, anche i più infimi, hanno pane in abbondanza… e io qui muoio di fame…”. Un lungo lavoro di riflessione, una lunga lotta per strozzare la superbia… 5 Infine venne il giorno che, rinato nell’umiltà e nella sapienza, sorse in piedi e disse: “Io vado dal padre mio! È stolto questo orgoglio che mi fa prigione. E di che? Perché soffrire e nel corpo e più nel cuore mentre posso avere perdono e sollievo? Vado dal padre mio. È detto. Che gli dirò? Ma quello che è nato qui dentro, in questa abbiezione, fra queste lordure, fra i morsi della fame! Gli dirò: “Padre, ho peccato contro il Cielo e contro di te, non sono più degno di essere chiamato tuo figlio; trattami perciò come l’infimo dei tuoi garzoni, ma sopportami sotto il tuo tetto. Che io ti veda passare…”. Non potrò dirgli: “…perché ti amo”. Non lo crederebbe. Ma lo dirà la mia vita, ed egli lo comprenderà, e prima di morire mi benedirà ancora… Oh! lo spero. Perché mio padre mi ama”. E, tornato la sera in paese, si licenziò dal padrone, e mendicando per via tornò a casa sua. Ecco i campi paterni… e la casa… e il padre che dirigeva i lavori, invecchiato, scarnito dal dolore, ma sempre buono… Il colpevole, guardando quella rovina causata da lui, si fermò intimorito… ma il padre, girando l’occhio, lo vide e gli corse incontro, perché era ancora lontano, e raggiuntolo gli gettò le braccia al collo e lo baciò. Solo il padre aveva riconosciuto in quel mendicante avvilito la sua creatura e solo lui aveva avuto un movimento di amore. Il figlio, stretto fra quelle braccia, con il capo sulla spalla paterna, mormorò fra i singhiozzi: “Padre, lascia che io mi getti ai tuoi piedi”. “No, figlio mio! Non ai piedi. Sul mio cuore, che ha tanto sofferto della tua assenza e che ha bisogno di rivivere col sentire il tuo calore sul mio petto”. E il figlio, piangendo più forte, disse: “Oh! padre mio! Io ho peccato contro il Cielo e contro di te, non sono più degno di essere chiamato da te: figlio. Ma permettimi di vivere fra i tuoi servi, sotto il tuo tetto, vedendoti, mangiando il tuo pane, servendoti, bevendo il tuo alito. Ad ogni boccone di pane, ad ogni tuo respiro si riformerà il mio cuore tanto corrotto e diverrò onesto…”. Ma il padre, tenendolo sempre abbracciato, lo condusse verso i servi, che si erano ammucchiati in distanza e che osservavano, e disse loro: “Presto, portate qui la veste più bella e catini di acque odorose, lavatelo, profumatelo, rivestitelo, mettetegli dei calzari nuovi e un anello al dito. Poi prendete un vitello ingrassato e ammazzatelo. E si prepari un banchetto. Perché questo figlio mio era morto ed ora è risuscitato, era perduto ed è stato ritrovato. Io voglio che ora lui pure ritrovi il suo semplice amore di pargolo; e il mio amore e la festa della casa per il suo ritorno glielo devono dare. Deve capire che egli è sempre per me il caro bambino ultimo nato, quale era nella infanzia sua lontana, quando mi camminava al fianco facendomi beato col suo sorriso e il suo balbettio”. E così fecero i servi. 6 Il figlio maggiore era in campagna e non seppe nulla fino al suo ritorno. A sera, venendo verso casa, la vide luminosa di lumi e udì suoni di strumenti e danze uscire da essa. Chiamò un servo che correva indaffarato e gli disse: “Che avviene?”. E il servo rispose: “È tornato tuo fratello! Tuo padre ha fatto ammazzare il vitello grasso perché ha riavuto il figlio e sano, guarito dal suo grande male, ed ha ordinato banchetto. Non si attende che te per cominciare”. Ma il primogenito, in collera perché gli pareva ingiustizia tanta festa per il minore, che oltre che minore era stato cattivo, non volle entrare e anzi fece per allontanarsi da casa. Ma il padre, avvertito di questo, corse fuori e lo raggiunse tentando di convincerlo e pregandolo di non amareggiargli la sua gioia. Il primogenito rispose al padre suo: “E vuoi che io non sia inquieto? Tu fai ingiustizia e spregio al tuo primogenito. Io da quando ho potuto lavorare ti ho servito, e sono molti anni. Io non ho mai trasgredito ad un tuo comando, neppure ad un tuo desiderio. Io ti sono sempre stato vicino e ti ho amato per due per farti guarire dalla piaga fatta da mio fratello. E tu non mi hai dato neppure un capretto per godermelo cogli amici. Questo, che ti ha offeso, che ti ha abbandonato, che è stato infingardo e dissipatore e che torna ora perché è spinto dalla fame, tu lo onori e per lui ammazzi il vitello più bello. Vale la pena essere lavoratori e senza vizi! Questo non me lo dovevi fare!”. Il padre disse allora stringendoselo al seno: “Oh! figlio mio! E puoi credere che io non ti ami perché non stendo un velo di festa sulle tue azioni? Le tue azioni sono sante di loro, e il mondo ti loda per esse. Ma questo tuo fratello, invece, ha bisogno di essere rialzato nella stima del mondo e nella stima sua stessa. E credi tu che io non ti ami perché non ti do un premio visibile? Ma mattina e sera e in ogni mio alito e pensiero tu sei presente al mio cuore, e ad ogni attimo io ti benedico. Tu hai il premio continuo di essere sempre con me, e tutto quanto è mio è tuo. Ma era giusto banchettare e fare festa per questo tuo fratello, che era morto ed è risuscitato al Bene, che era perduto ed è stato ritornato al nostro amore”. E il primogenito si arrese. 7Così, amici miei, succede nella Casa del Padre. E chi si sa uguale al figlio minore della parabola pensi pure che, se lo imita nell’andare al Padre, il Padre gli dice: “Non ai miei piedi. Ma sul mio cuore, che ha sofferto della tua assenza e che ora è beato per il tuo ritorno”. Chi è in condizioni di figlio primogenito e senza colpa verso il Padre, non sia geloso della gioia paterna, ma ne prenda parte, dando amore al fratello redento. Ho detto. Rimani, Giovanni di Endor, e tu, Lazzaro. Gli altri vadano a preparare le mense. Presto verremo». Tutti si ritirano. Quando Gesù, Lazzaro e Giovanni sono soli, Gesù dice a Lazzaro e Giovanni: «Così si farà dell’anima cara che tu attendi, Lazzaro, e così si fa della tua, Giovanni. La bontà di Dio supera ogni misura»… 8…Gli apostoli, insieme alla Madre e alle donne, vanno verso casa preceduti da Marjziam che saltella correndo avanti. Ma presto ritorna e prende Maria per mano dicendole: «Vieni con me. Ti devo dire una cosa, da soli». E Maria lo accontenta. Torcono verso il pozzo, sito in un angolo del cortiletto, tutto velato da una pergola folta che 177 da terra sale con un arco verso la terrazza. Là dietro è l’Iscariota. «Giuda, che vuoi? Vai, Marjziam… Parla, che vuoi?». «Io sono in colpa… Non oso andare dal Maestro né affrontare i compagni… Aiutami…». «Ti aiuterò. Ma non pensi quanto dolore dài? Mio Figlio ha pianto per causa tua. E i compagni ne hanno sofferto. Ma vieni. Nessuno ti dirà niente. E, se puoi, non ricadere più in queste colpe. È indegno di un uomo, ed è sacrilego verso il Verbo di Dio». «E tu, Madre, mi perdoni?». «Io? Io non conto presso te che ti senti tanto grande. Io sono la più piccola delle serve del Signore. Come ti puoi preoccupare di me se non hai pietà di mio Figlio?». «Perché ho anche io una madre e, se ho il tuo perdono, mi pare di avere il suo». «Ella non sa questa tua colpa». «Ma ella mi aveva fatto giurare di essere buono col Maestro. Sono spergiuro. Sento il rimprovero dell’anima di mia madre». «Senti questo? E il lamento e il rimprovero del Padre e del Verbo non lo senti? Sei un disgraziato, Giuda! Semini, in te e in chi ti ama, il dolore». Maria è molto seria e mesta. Senza acredine parla, ma con molta serietà. Giuda piange. «Non piangere. Ma migliorati. Vieni» e lo prende per mano entrando così nella cucina. Lo stupore di tutti è vivissimo. Ma Maria previene ogni uscita poco pietosa. Dice: «Giuda è ritornato. Fate come il primogenito dopo il discorso del padre. Giovanni, va’ ad avvisare Gesù». Giovanni di Zebedeo parte di corsa. Un silenzio grava nella cucina… Poi Giuda dice: «Perdonatemi, tu Simone per primo. Hai un cuore tanto paterno. Sono un orfano io pure». «Sì, sì, ti perdono. Per favore non parlarne più. Siamo fratelli… e non mi piacciono questi alti e bassi di perdoni chiesti e di ricadute fatte. Avviliscono chi li fa e chi li dà. Ecco Gesù. Vai da Lui. E basta». Giuda va mentre Pietro, non potendo fare altro, si dà a spezzare con foga delle legna secche…

 

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Potenze dell’Amore

Potenze dall’Amore

Potenze dell'Amore

Potenze dell’Amore

Potenze dell’Amore – Gesù racconta della Madre – Un giorno, udite, mi raccontava di quando era una fanciullina. Non aveva ancora tre anni perché ancora non era nel Tempio, e il cuore le si frangeva d’amore dando, come fiore e uliva pigiati e franti nel torchio, tutti i suoi oli e i suoi profumi. E in un delirio d’amore diceva alla madre sua che voleva esser vergine per piacere di più al Salvatore, ma che avrebbe voluto essere peccatrice per potere essere salvata, e quasi piangeva perché la madre non la capiva e non sapeva dirle come si può fare ad essere la “pura” e la “peccatrice” insieme. Le dette pace suo padre portandole un piccolo passero che egli aveva salvato mentre pericolava sull’orlo di una fontana. Le fece la parabola dell’uccellino, dicendo che Dio l’aveva salvata in anticipo e che perciò Lei lo doveva benedire due volte. E la piccola Vergine di Dio, la grandissima Vergine Maria, esercitò la sua prima maternità spirituale su quel nidiace che Ella rese al volo quando fu forte, ma che non lasciò mai più l’orto di Nazaret, consolando coi suoi voli e coi suoi cinguettii la triste casa e i tristi cuori di Anna e Gioacchino dopo che Maria fu nel Tempio. Morì poco prima che spirasse Anna… Aveva finito il suo compito… Mia Madre si era votata alla verginità per l’amore. Ma aveva, essendo creatura perfetta, la maternità nel sangue e nello spirito. Perché la donna è fatta per essere madre, ed è aberrazione quando è sorda a questo sentimento, che è amore di seconda potenza…» Si sono accostati anche gli altri, piano piano. «Cosa vuoi dire, Maestro, dicendo amore di seconda potenza?» chiede Giuda Taddeo. «Fratello mio, vi sono molti amori e di diverse potenze. Vi è l’amore di prima potenza: quello che si dà a Dio. Poi l’amore di seconda potenza: quello materno o paterno, perché se il primo è tutto spirituale, questo è per due parti spirituale e per una sola carnale. Vi si mescola, sì, il sentimento affettivo umano, ma vi predomina il superiore, perché un padre e una madre, sanamente e santamente tali, non danno solo cibo e carezze alla carne del figlio, ma anche nutrimento e amore alla mente e allo spirito della loro creatura. E tanto è vero ciò che dico, che chi si vota all’infanzia, anche se unicamente per istruirla, finisce ad amarla come fosse sua carne». «Io li amavo infatti molto i miei discepoli» dice Giovanni di Endor. «Ho compreso che dovevi essere un buon maestro vedendo come ti comporti con Jabé». L’uomo di Endor si china e bacia la mano di Gesù senza parlare. «Continua, ti prego, la tua classificazione degli amori» prega lo Zelote. «Vi è l’amore per la compagna: amore di terza potenza perché fatto per metà – parlo sem- pre dei sani e santi amori – di spirito e per metà di carne. L’uomo per la sposa è un maestro e un padre, oltre che sposo; e la donna per lo sposo è un angelo e una madre oltre che sposa. Questi sono i tre amori più elevati». 5«E l’amore del prossimo? Non sbagli? O lo hai dimenticato?» chiede l’Iscariota. Gli altri lo guardano stupiti e… feroci per l’osservazione. Ma Gesù risponde placido: «No, Giuda. Ma osserva. Dio va amato perché è Dio, dunque non necessita nessuna spie- gazione per persuadere a questo amore. Egli è Colui che è, ossia il Tutto; e l’uomo, il nulla che diviene partecipe del Tutto per l’anima infusa dall’Eterno – senza quella l’uomo sarebbe uno dei tanti animali bruti che vivono sulla terra o nelle acque o nell’aria – deve adorarlo per dovere e per meritare di sopravvivere nel Tutto, ossia per meritare di divenire parte del popolo santo di Dio in Cielo, cittadino della Gerusalemme che non conoscerà profanazioni e distruzioni in eter- no. L’amore dell’uomo, e specie della donna, alla prole, ha indicazione di comando nelle parole 139 di Dio ad Adamo ed Eva dopo averli benedetti, vedendo di aver fatto “cosa buona”, in un lon- tano sesto giorno, il primo sesto giorno del creato. Disse loro: “Crescete e moltiplicatevi e riempite la terra…”. Vedo la tua inespressa obbiezione e ti rispondo subito così: posto che nel creato avanti la colpa tutto era regolato e basato sull’amore, questo moltiplicarsi dei figli sarebbe stato amore, santo, puro, potente, perfetto. E Dio lo ha dato per primo comando all’uomo: “Crescete, moltiplicatevi”. “Amate perciò, dopo di Me, i vostri figli”. L’amore quale ora è, il generatore attuale dei figli, allora non era. La malizia non era e con essa non era l’esecrata fame del senso. L’uomo amava la donna e la donna l’uomo, naturalmente, non naturalmente secondo natura quale noi l’intendiamo o, meglio, come voi uomini l’intendete, ma secondo natura di figli di Dio: soprannaturalmente. Dolci, primi giorni d’amore fra i due che erano fratelli, perché nati da un Padre unico, e che pure erano sposi, e che nell’amarsi si guardavano con gli innocenti occhi di due gemelli nella cuna; e l’uomo provava l’amor di padre per la compagna “osso delle sue ossa e carne della sua carne”, così come è il figlio per un padre; e la donna conosceva la gioia d’esser figlia, ossia protetta da un amore ben alto, perché sentiva di avere in sé qualcosa di quello splendido uomo che l’amava, con innocenza e angelico ardore, nei bei prati dell’Eden! Dopo, nell’ordine dei comandi dati da Dio, con un sorriso, ai suoi pargoli diletti, viene quel- lo che lo stesso Adamo, dotato per la Grazia di una intelligenza seconda solo a quella di Dio, decreta, parlando della compagna e di tutte le donne in lei, il decreto del pensiero di Dio, che si rifletteva netto sul terso specchio dello spirito di Adamo e fioriva in pensiero e in parola: “L’uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà alla sua moglie e i due saranno una carne sola”. Se non ci fossero stati i tre piloni dei tre amori sopraddetti, avrebbe potuto esserci l’a- more di prossimo? No. Non avrebbe potuto esserci. L’amore di Dio fa Dio amico e insegna l’a- more. Chi non ama Dio, che è buono, non può certo amare il prossimo, che in maggioranza è difettoso. Se non ci fossero stati amor coniugale e paternità nel mondo, non avrebbe potuto esserci prossimo, perché il prossimo è fatto dei figli nati dagli uomini. Sei persuaso?». «Sì, Maestro. Non avevo riflettuto». «È infatti difficile risalire alle sorgenti. L’uomo è ormai confitto da secoli e millenni nel fan- go, e quelle sorgenti sono talmente sulle cime! La prima, poi, è una sorgente che viene da un abisso di altezza: Dio… Ma Io vi prendo per mano e vi conduco alle sorgenti. So dove sono…» 6«E gli altri amori?» chiedono insieme Simone Zelote e l’uomo d’Endor. «Il primo della seconda serie è quello del prossimo. In realtà è il quarto in potenza. Poi viene l’amore alla scienza. Indi l’amore al lavoro». «E basta?». «E basta». «Ma vi sono molti altri amori!» esclama Giuda Iscariota. «No. Vi sono altre fami. Ma non sono amori. Sono “disamori”. Negano Dio, negano l’uomo. Non possono perciò essere amori, perché sono negazioni e la negazione è odio». «Se io nego di acconsentire al male è odio?» chiede ancora Giuda Iscariota. «Miseri noi! Ma sei più cavilloso di uno scriba! Mi dici che hai? E’ l’aria fina di Giudea che ti pizzica i nervi come un crampo?» esclama Pietro. «No. Mi piace istruirmi e avere molte idee, e chiare. Qui è facile parlare per l’appunto con scribi. Non voglio rimanere a corto di argomenti». «E credi di potere, in quel momento che ti occorre, tirare fuori la filaccia del colore richiesto dal sacco dove zavorri tutti questi cenci?» interroga Pietro. «Cenci le parole del Maestro? Tu bestemmi!». «Non mi fare lo scandalizzato. In bocca a Lui non sono cenci, ma una volta che vengono malmenate da noi lo divengono. Prova tu a dare un bisso prezioso in mano di un bambino… Dopo poco è uno sbrendolo sporco e lacerato. Quello che succede a noi… Ora se tu pretendi di pescare al momento buono il brandellino che ti serve, fra che è brandellino e fra che è sporco… uhm! non so che combinerai». «Tu non ci pensare. Sono affari miei». «Oh! sta’ certo che non ci penso! Ne ho basta dei miei. E poi!… Mi contento che tu non faccia danno al Maestro. Perché, in questo caso, penserei anche agli affari tuoi…» «Quando farò male lo farai. Ma non sarà mai, perché io so fare… Non sono un ignorante io…» «Lo sono io, lo so. Ma, appunto perché lo so, non zavorro nulla per sventolarlo poi al mo- mento buono. Ma mi raccomando a Dio, e Dio mi aiuterà per amore del suo Messia di cui io sono il servo più infimo e più fedele». 140 «Fedeli siamo tutti!» ribatte arrogante Giuda. «Oh! cattivo! Perché offendi il padre mio? E’ vecchio, è buono. Non devi. Sei un cattivo uomo e mi fai paura» dice Jabé severo, rompendo il silenzio attento in cui era. «E due!» esclama a bassa voce Giacomo di Zebedeo urtando col gomito Andrea. Ha parlato piano, ma l’Iscariota ha sentito. «Vedi, Maestro, se le parole dello stolto bambino di Magdala hanno lasciato un segno?» di- ce Giuda acceso di stizza. 7«Ma non sarebbe più bello continuare la lezione del Maestro anziché sembrare tanti ca- pretti imbizziti?» chiede il pacifico Tommaso. «Ma sì, Maestro. Parlaci ancora di tua Madre. È così luminosa la sua infanzia! Ci fa l’anima vergine per riflesso, ed io, povero peccatore, ne ho tanto bisogno!» esclama Matteo. «Che vi devo dire? Sono tanti episodi, uno più dolce dell’altro… Lei te li ha narrati?». «Qualcuno. Ma molti di più Giuseppe, come il più bel racconto a Me fanciullo, e anche Alfeo di Sara che, essendo di pochi anni più vecchio di mia Madre, le fu amico nei brevi anni che Lei fu a Nazaret». «Oh! racconta…» prega Giovanni. Sono tutti in cerchio, seduti all’ombra degli ulivi, con Jabé al centro che guarda fisso Gesù come udisse una paradisiaca fiaba. «Vi dirò la lezione di castità che diede mia Madre, pochi giorni avanti l’entrata nel Tempio, al suo piccolo amico e a molti altri. Si era sposata quel giorno una fanciulla di Nazaret, parente di Sara, e anche Gioacchino ed Anna erano stati invitati alle nozze. Con essi la piccola Maria, che con altri bambini aveva l’incarico di gettare petali sfogliati sul cammino della sposa. Dicono che era bellissima, da piccina, e tutti se la contendevano dopo la festosa entrata della sposa. Era molto difficile vedere Maria perché Ella viveva molto in casa, amando una grotticella, che Lei chiama tuttora “dei suoi sponsali”più di ogni luogo. Quando perciò era vista, bionda, rosea e gentile, era accasciata dalle carezze. La chiamavano “il fiore di Nazaret”, oppure “la perla di Galilea”, o anche “la pace di Dio” a ricordo di un arcobaleno enorme venuto improvviso al suo primo vagito. Era ed è infatti tutto questo e più ancora. E’ il Fiore del Cielo e del creato, è la Perla del Paradiso, è la Pace di Dio… Sì, la Pace. Io sono il Pacifico perché sono Figlio del Padre e figlio di Maria: la Pace infinita e la Pace soave. Quel giorno tutti la volevano baciare e prendere in grembo. E Lei, schiva di baci e di con- tatti, disse con una gravità gentile: “Ve ne prego. Non mi sgualcite”. Credettero parlasse della sua veste di lino, cinta di una fascia d’azzurro alla vita, ai piccoli polsi, al collo… oppure della ghirlandetta di fiorellini azzurri di cui Anna l’aveva incoronata per trattenerle a posto i riccioli lievi, e l’assicurarono che non le avrebbero sgualcita né veste né ghirlanda. Ma Lei, sicura, piccola donna di tre anni ritta fra un cerchio di adulti, disse seria: “Non penso a ciò che si ripara. Parlo dell’anima mia. E’ di Dio…

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Udite Gesù che insegna il Padre Nostro

Udite Gesù che insegna il Padre Nostro

Gesù che insegna il Padre Nostro

Gesù che insegna il Padre Nostro

«Udite. Quando pregate dite così: “Padre nostro che sei nei Cieli, sia santificato il Nome tuo, venga il Regno tuo in Terra come lo è in Cielo, e in Terra come in Cielo sia fatta la Volontà tua. Dacci oggi il nostro pane quotidiano, rimetti a noi i nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri debitori, non ci indurre in tentazione, ma liberaci dal Maligno”». Gesù si è alzato per dire la preghiera e tutti lo hanno imitato, attenti, commossi. «Non occorre altro, amici miei. In queste parole è chiuso come in un cerchio d’oro tutto quanto abbisogna all’uomo per lo spirito e per la carne e il sangue. Con questo chiedete ciò che è utile a quello e a questi. E se farete ciò che chiedete, acquisterete la vita eterna. È una preghiera tanto perfetta che i marosi delle eresie e il corso dei secoli non l’intaccheranno. Il cristianesimo sarà spezzettato dal morso di Satana e molte parti della mia carne mistica verranno staccate, separate, facenti cellule a sé, nel vano desiderio di crearsi a corpo perfetto come sarà il Corpo mistico del Cristo, ossia quello dato da tutti i fedeli uniti nella Chiesa apostolica che sarà, finché sarà la Terra, l’unica vera Chiesa. Ma queste particelle separate, prive perciò dei doni che Io lascerò alla Chiesa Madre per nutrire i miei figli, si chiameranno però sempre cristiane, avendo culto al Cristo, e sempre si ricorderanno, nel loro errore, di essere venute dal Cristo. Ebbene, esse pure pregheranno con questa universale preghiera. Ricordatevela bene. Meditatela continuamente. Applicatela alle vostre azioni. Non occorre altro per santificarsi. Se uno fosse solo, in un posto di pagani, senza chiese, senza libri, avrebbe già tutto lo scibile da medi- tare in questa preghiera e una chiesa aperta nel suo cuore per questa preghiera. Avrebbe una regola e una santificazione sicura. 6″ Padre nostro”. 167 Io lo chiamo: “Padre”. Padre è del Verbo, Padre è dell’Incarnato. Così voglio lo chiamiate voi, perché voi siete uni con Me se voi in Me permanete. Un tempo era che l’uomo doveva get- tarsi volto a terra per sospirare, fra i tremori dello spavento: “Dio!”. Chi non crede in Me e nel- la mia parola ancora è in questo tremore paralizzante… Osservate nel Tempio. Non Dio, ma anche il ricordo di Dio è celato dietro triplice velo agli occhi dei fedeli. Separazioni di distanze, separazioni di velami, tutto è stato preso e applicato per dire a chi prega: “Tu sei fango. Egli è Luce. Tu sei abbietto. Egli è Santo. Tu sei schiavo. Egli è Re”. Ma ora!… Alzatevi! Accostatevi! Io sono il Sacerdote eterno. Io posso prendervi per mano e dire: “Venite”. Io posso afferrare le tende del velario e aprirle, spalancando l’inaccessibile luogo chiuso fino ad ora. Chiuso? Perché? Chiuso per la Colpa, sì. Ma ancor più serrato dall’av- vilito pensiero degli uomini. Perché chiuso, se Dio è Amore, se Dio è Padre? Io posso, Io devo, Io voglio portarvi non nella polvere, ma nell’azzurro; non lontani, ma vicini; non in veste di schiavi, ma di figli sul cuore di Dio. “Padre! Padre!”, dite. E non stancatevi di dire questa parola. Non sapete che ogni volta che la dite il Cielo sfavilla per la gioia di Dio? Non diceste che questa, e con vero amore, fareste già orazione gradita al Signore. “Padre! Padre mio!”, dicono i piccoli al padre loro. È la parola che dicono per prima: “Madre, padre”. Voi siete i pargoli di Dio. Io vi ho generati dal vecchio uomo che eravate e che Io ho distrutto col mio amore per far nascere l’uomo nuovo, il cristiano. Chiamate dunque con la parola che per prima conoscono i pargoli, il Padre Ss. che è nei Cieli. 7″ Sia santificato il tuo Nome”. Oh! Nome più di ogni altro santo e soave, Nome che il terrore del colpevole vi ha insegnato a velare sotto un altro. No, non più Adonai, non più. È Dio. È il Dio che in un eccesso di amore ha creato l’Umanità. L’Umanità, d’ora in poi, con le labbra mondate dal lavacro che Io preparo, lo chiami col suo Nome, riservandosi di comprendere con pienezza di sapienza il vero significa- to di questo Incomprensibile quando, fusa con Esso, l’Umanità, nei suoi figli migliori, sarà as- surta al Regno che Io sono venuto a stabilire. 8″ Venga il Regno tuo in Terra come in Cielo”. Desideratelo con tutte le vostre forze questo avvento. Sarebbe la gioia sulla Terra se esso venisse. Il Regno di Dio nei cuori, nelle famiglie, fra i cittadini, fra le nazioni. Soffrite, faticate, sacrificatevi per questo Regno. Sia la Terra uno specchio che riflette nei singoli la vita dei Cieli. Verrà. Un giorno tutto questo verrà. Secoli e secoli di lacrime e sangue, di errori, di persecu- zioni, di caligine rotta da sprazzi di luce irraggianti dal Faro mistico della mia Chiesa – che, se barca è, e non verrà sommersa, è anche scogliera incrollabile ad ogni maroso, e alta terrà la Luce, la mia Luce, la Luce di Dio – precederanno il momento in cui la Terra possederà il Regno di Dio. E sarà allora come il fiammeggiare intenso di un astro che, raggiunto il perfetto del suo esistere, si disgrega, fiore smisurato dei giardini eterei, per esalare in un rutilante palpito la sua esistenza e il suo amore ai piedi del suo Creatore. Ma venire verrà. E poi sarà il Regno per- fetto, beato, eterno del Cielo. 9″ E in Terra come in Cielo sia fatta la tua Volontà”. L’annullamento della volontà propria in quella di un altro si può fare solamente quando si è raggiunto il perfetto amore verso quella creatura. L’annullamento della volontà propria in quel- la di Dio si può fare solo quando si è raggiunto il possesso delle teologali virtù in forma eroica. In Cielo, dove tutto è senza difetti, si fa la volontà di Dio. Sappiate, voi, figli del Cielo, fare ciò che in Cielo si fa. 10″ Dacci il nostro pane quotidiano”. Quando sarete nel Cielo vi nutrirete soltanto di Dio. La beatitudine sarà il vostro cibo. Ma qui ancora abbisognate di pane. E siete i pargoli di Dio. Giusto dunque dire: “Padre, dacci il pane”. Avete timore di non essere ascoltati? Oh, no! Considerate. Se uno di voi ha un amico e, accorgendosi di essere privo di pane per sfamare un altro amico o un parente, giunto da lui sulla fine della seconda vigilia, va ad esso dicendo: “Amico, prestami tre pani perché m’è venu- to un ospite e non ho che dargli da mangiare”, può mai sentirsi rispondere dal di dentro della casa: “Non mi dare noia perché ho già chiuso l’uscio e assicurati i battenti e i miei figli dormo- no già al mio fianco. Non posso alzarmi e darti quanto vuoi”? No. Se egli si è rivolto ad un vero amico e se insiste, avrà ciò che chiede. L’avrebbe anche se colui a cui si è rivolto fosse un ami- co poco buono. Lo avrebbe per la sua insistenza, perché il richiesto di tal favore, pur di non es- sere più importunato, si affretterà a dargliene quanti ne vuole. Ma voi, pregando il Padre, non vi rivolgete ad un amico della Terra, ma vi rivolgete all’Ami- co perfetto che è il Padre del Cielo. Perciò Io vi dico: “Chiedete e vi sarà dato, cercate e trove- rete, picchiate e vi sarà aperto”. Infatti a chi chiede viene dato, chi cerca finisce col trovare, e 168 a chi bussa si apre la porta. Chi fra i figli degli uomini si vede porre in mano un sasso se chiede al proprio padre un pane? E chi si vede dare un serpente al posto di un pesce arrostito? Delin- quente sarebbe quel padre se così facesse alla propria prole. Già l’ho detto e lo ripeto per per- suadervi a sensi di bontà e di fiducia. Come dunque uno di sana mente non darebbe uno scor- pione al posto di un uovo, con quale maggiore bontà non vi darà Dio ciò che chiedete! Poiché Egli è buono, mentre voi, più o meno, malvagi siete. Chiedete dunque con amore umile e fi- gliale il vostro pane al Padre. 11″ Rimetti a noi i nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri debitori”. Vi sono i debiti materiali e quelli spirituali. Vi sono anche i debiti morali. È debito materiale la moneta o la merce che avuta in prestito va restituita. È debito morale la stima carpita e non resa e l’amore voluto e non dato. È debito spirituale l’ubbidienza a Dio dal quale molto si esige- rebbe salvo dare ben poco, e l’amore verso di Lui. Egli ci ama e va amato, così come va amata una madre, una moglie, un figlio da cui si esigono tante cose. L’egoista vuole avere e non dà. Ma l’egoista è agli antipodi del Cielo. Abbiamo debiti con tutti. Da Dio al parente, da questo all’amico, dall’amico al prossimo, dal prossimo al servo e allo schiavo, essendo tutti esseri co- me noi. Guai a chi non perdona! Non sarà perdonato. Dio non può, per giustizia, condonare il debito dell’uomo a Lui Santissimo se l’uomo non perdona al suo simile. 12″ Non ci indurre in tentazione, ma liberaci dal Maligno”. L’uomo che non ha sentito il bisogno di spartire con noi la cena di Pasqua mi ha chiesto, or è men di un anno: “Come? Tu hai chiesto di non essere tentato e di essere aiutato, nella tenta- zione, contro la stessa?”. Eravamo noi due soli… e ho risposto. Eravamo poi in quattro, in una solitaria plaga, ed ho risposto ancora. Ma non è ancora servito, perché in uno spirito tetragono occorre fare breccia demolendo la mala fortezza della sua caparbietà. E perciò lo dirò ancora una, dieci, cento volte, fino a che tutto sarà compiuto. Ma voi, non corazzati di infelici dottrine e di ancora più infelici passioni, vogliate pregare così. Pregate con umiltà perché Dio impedisca le tentazioni. Oh! l’umiltà! Conoscersi per quello che si è! Senza avvilirsi, ma conoscersi. Dire: “Potrei cedere anche se non mi sembra poterlo fare, perché io sono un giudice imperfetto di me stesso. Perciò, Padre mio, dammi, possibil- mente, libertà dalle tentazioni col tenermi tanto vicino a Te da non permettere al Maligno di nuocermi”. Perché, ricordatelo, non è Dio che tenta al Male, ma è il Male che tenta. Pregate il Padre perché sorregga la vostra debolezza al punto che essa non possa essere indotta in ten- tazione dal Maligno. 13Ho detto, miei diletti. Questa è la mia seconda Pasqua fra voi. Lo scorso anno spezzam- mo soltanto il pane e l’agnello. Quest’anno vi dono la preghiera. Altri doni avrò per le altre mie Pasque fra voi, acciò, quando Io sarò andato dove il Padre vuole, voi abbiate un ricordo di Me, Agnello, in ogni festa dell’agnello mosaico. Alzatevi e andiamo. Rientreremo in città all’aurora. Anzi, domani tu, Simone, e tu, fratello mio (indica Giuda), andrete a prendere le donne e il bambino. Tu, Simone di Giona, e voi altri, starete con Me finché costoro tornano. Poi andremo insieme a Betania». E scendono fino al Getsemani nella cui casa entrano per il riposo.

 

Udite Gesù che insegna il Padre Nostro Udite Gesù che insegna il Padre Nostro Udite Gesù che insegna il Padre Nostro Udite Gesù che insegna il Padre Nostro Udite Gesù che insegna il Padre Nostro Udite Gesù che insegna il Padre Nostro Udite Gesù che insegna il Padre Nostro Udite Gesù che insegna il Padre Nostro Udite Gesù che insegna il Padre Nostro Udite Gesù che insegna il Padre Nostro Udite Gesù che insegna il Padre Nostro Udite Gesù che insegna il Padre Nostro 

La tempesta sedata

La tempesta sedata
La tempesta sedata.

Un insegnamento nell’antefatto.
Poema: III, 45
30 gennaio 1944.
Ora che tutti dormono le narro la mia gioia. Ho “visto” il Vangelo di oggi. Noti che stamane, leggendolo, ho detto a me stessa: «Ecco un episodio evangelico che non vedrò mai perché poco si presta ad una visione». Invece, quando meno vi pensavo, è proprio venuto ad empirmi di gioia. 2Ecco quanto vidi. Una barca a vela, non eccessivamente grande ma neppure piccina, una barca da pesca, sulla quale potevano comodamente muoversi un cinque o sei persone, solca le acque di un bel lago color azzurro intenso. Gesù dorme a poppa. E’ vestito di bianco come al solito. Ha il capo reclinato sul braccio si-nistro, e sotto al braccio e al capo ha messo il suo manto azzurro-grigio ripiegato a più doppi. E’ seduto, non sdraiato, sul fondo della barca, e appoggia la testa su quel pezzo di tavolato che sta nella parte estrema di poppa. Non so come la chiamano i marinai. Dorme placidamente. E’ stanco. E’ placido. Pietro è al timone, Andrea si occupa delle vele, Giovanni e due altri che non so chi siano riordinano gomene e reti nel fondo della barca come avessero intenzione di prepararsi ad una pesca, forse nella notte. Direi che il giorno si avvia alla sera perché il sole già cala ad occiden-te. I discepoli hanno tutti rialzate le tuniche facendole rimborsare alla vita, per mezzo della cin-tura, per essere più liberi nei movimenti e nel passare qua e là nella barca scavalcando remi e sedili e ceste e reti senza che le vesti diano noia. Si sono tutti levati il manto. 3Vedo che il cielo si incupisce e il sole si nasconde dietro dei nuvoloni temporaleschi sbucati d’improvviso da dietro una punta di collina. Il vento li spinge velocemente verso il lago. Il ven-to per ora è alto e il lago è ancora quieto, solo si fa più cupo nella tinta e ha un corrugamento nella sua superficie. Non sono ancora onde, ma già si muovono le acque. Pietro e Andrea osservano cielo e lago e predispongono le manovre per accostare a riva. Ma il vento si abbatte sul lago e in pochi minuti tutto ribolle e schiuma. Onde che cozzano le une contro le altre, che urtano la navicella, la alzano, l’abbassano, la piegano in tutti i sensi, impediscono le manovre del timone come il vento quella della vela che viene abbassata. Gesù dorme. Né i passi e le voci concitate dei discepoli, né i fischi del vento e neppure gli schiaffi delle onde contro i fianchi e la prora lo svegliano. I suoi capelli ondeggiano al vento e qualche spruzzo d’acqua lo arriva. Ma Egli dorme. Giovanni, da prua, corre a poppa e lo copre col suo mantello che ha tratto da sotto un tavolato. Lo copre con delicato amore. La tempesta si fa sempre più brutta. Il lago è nero come vi si fosse versato dell’inchiostro, striato dalle spume delle onde. La barca inghiotte acqua e sempre più viene spinta al largo dal vento. I discepoli sudano nella manovra e nel buttare oltre bordo l’acqua che le onde rovesciano. Ma non serve nulla. Essi sguazzano ormai sino a metà gamba nell’acqua e la barca diviene sempre più pesante. 4Pietro perde la calma e la pazienza. Dà al fratello il timone e traballando va verso Gesù e lo scuote vigorosamente. Gesù si sveglia e alza il capo. «Salvaci, Maestro, noi periamo!» gli grida Pietro (deve gridare per farsi udire). Gesù guarda il suo discepolo fissamente, guarda gli altri e poi guarda il lago. «Hai fede che Io vi possa salvare?». «Presto, Maestro» grida Pietro mentre una vera montagna d’acqua, partendo dal centro del lago, si dirige veloce sulla povera barca. Sembra una tromba d’acqua tanto è alta e spavento-sa. I discepoli che la vedono venire si inginocchiano e si aggrappano dove e come possono, si-curi che è la fine. Gesù si alza. In piedi su quel tavolato di prora. Figura bianca sul livido della bufera. Stende le braccia verso il maroso e dice al vento: «Fermati e taci», e all’acqua: «Quietati. Lo voglio». E il cavallone si dissolve in schiuma che cade senza nuocere con un ultimo ruggito che si spegne in mormorio, come il vento in un ultimo fischio che si muta in sospiro. E sul lago pacifi-cato torna il sereno del cielo, e la speranza e la fede nel cuore dei discepoli. La maestà di Gesù non la posso descrivere. Bisogna vederla per comprenderla. Ed io me la gusto nel mio interno perché m’è tuttora presente, e penso a quanto era placido il sonno di Gesù e quanto era po-tente il suo imperio sui venti e sulle onde.

Poema: III, 46 5Gesù dice poi:
«Non ti commento il Vangelo nel senso con cui tutti lo commentano. Ti illustro l’antefatto del brano evangelico. Perché Io dormivo? Non sapevo forse che la burrasca stava per venire? Sì, Io lo sapevo. Io solo lo sapevo. E allora perché dormivo? Gli apostoli erano uomini, Maria. Animati da buona volontà, ma ancora tanto “uomini”. L’uomo si crede sempre capace di tutto. Quando poi è realmente capace in una cosa, è pieno di sussiego e di attaccamento per la sua “capacità”. Pietro, Andrea, Giacomo e Giovanni erano dei buoni pescatori e perciò si credevano insuperabili nelle manovre marinare. Io per loro ero un grande “rabbi”, ma un nulla come marinaio. Perciò mi giudicavano incapace di aiutarli e, quando salivano in barca per traversare il mare di Galilea, mi pregavano di stare seduto perché non ero capace di altro. Anche il loro affetto era causa di questo, perché non volevano impormi fatiche materiali. Ma l’attaccamento alla loro capacità superava anche l’affetto. Io non mi impongo che in casi eccezionali, Maria. Generalmente vi lascio liberi e attendo. Quel giorno, stanco e pregato di riposare, ossia di lasciarli fare, loro che erano tanto pratici, mi misi a dormire. Nel mio sonno era anche mescolata la constatazione del come l’uomo è “uomo” e vuol fare da sé senza sentire che Dio non chiede che di aiutarlo. Vedevo in quei “sordi spiri-tuali”, in quei “ciechi spirituali”, tutti i sordi e ciechi dello spirito, che per secoli e secoli si sa-rebbero rovinati per “volere fare da sé” avendo Me curvo sui loro bisogni in attesa di essere chiamato in aiuto. Quando Pietro gridò: “Salvaci!”, la mia amarezza cadde come sasso lasciato andare. Io non sono “uomo”, sono il Dio-Uomo. Non agisco come voi agite. Voi, quando uno ha respinto il vo-stro consiglio o aiuto e lo vedete negli impicci, se anche non siete tanto cattivi da goderne, lo siete sempre tanto da rimanere sdegnosamente, indifferentemente a guardarlo senza com-muovervi al suo grido di aiuto. Col vostro contegno gli significate: “Quando ti volevo aiutare non mi hai voluto? Ora fa’ da te”. Ma Io sono Gesù. Sono Salvatore. E salvo, Maria. Salvo sempre non appena mi si invoca. 6I poveri uomini potrebbero obbiettare: “E allora perché permetti alle tempeste singole o collettive di formarsi?”. Se Io con la mia potenza distruggessi il Male, quale che sia, voi giunge-reste a credervi autori del Bene, che in realtà sarebbe mio dono, e non vi ricordereste mai più di Me. Mai più. Avete bisogno, poveri figli, del dolore per ricordarvi che avete un Padre. Come il figliol prodigo che si ricordò di averlo quando ebbe fame. Le sventure servono a farvi persuasi del vostro nulla, della vostra insipienza, causa di tanti errori, e della vostra cattiveria, causa di tanti lutti e dolori, delle vostre colpe, causa di punizio-ne che da voi vi date, e della mia esistenza, della mia potenza, della mia bontà. Ecco quel che vi dice il Vangelo di oggi. Il “vostro” vangelo dell’ora presente, poveri figli. Chiamatemi. Gesù non dorme che perché è angosciato di vedersi disamato da voi. Chiamatemi e verrò».

Tratto da “L’Evangelo così come mi è stato rivelato”

di Maria valtorta

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Non fornicare

Non fornicare

Non-fornicare

Non fornicare – Gesù è ritto su un mucchio di tavole alzate come una tribuna in uno degli stanzoni, l’ulti-
mo, e parla con voce tonante, presso la porta, per essere udito tanto da quelli che sono nella
stanza come da quelli che sono sotto la tettoia e sino sull’aia allagata dalla pioggia. Sotto i loro
mantelloni scuri e di lana non conciata, sulla quale l’acqua non ha presa, paiono tanti frati. Nella stanza sono i più deboli, sotto la tettoia le donne, nella corte, all’acqua, i robusti, uomini per lo più.
Pietro va e viene, scalzo e con la sola veste corta sotto un telo che si è messo sul capo, e non perde il buon umore anche se deve sguazzare nell’acqua e fare una doccia non richiesta.
Con lui sono Giovanni, Andrea e Giacomo. Trasportano dall’altro stanzone con precauzione dei malati e guidano dei ciechi o sorreggono degli storpi.
Gesù attende con pazienza che tutti siano a posto. E solo si duole che i quattro discepoli siano bagnati come delle spugne messe in un secchio.
«Niente, niente! Siamo legno impeciato. Non te la prendere. Facciamo un altro battesimo, e il battezzatore è Dio stesso», risponde Pietro ai rammarichi di Gesù. Finalmente tutti sono a posto e Pietro pensa di potersi andare a mettere una veste asciutta. E lo fa cogli altri tre. Ma, quando ha raggiunto da capo il Maestro, vede sporgere dall’angolo
della tettoia il mantellone bigio della velata e, senza più pensare che per andare da lei deve riattraversare la corte in diagonale sotto lo scroscio della pioggia che infittisce e nelle pozze che schizzano fino al ginocchio così percosse dai goccioloni, va da lei. La prende per un gomito,
senza spostare il mantello, e la trascina bene in su, presso la parete dello stanzone, al riparo dall’acqua. E poi le si pianta vicino, duro e immobile come una sentinella. Gesù ha visto. Ha sorriso chinando il capo per celare la luminosità del suo sorriso. Ora parla.
«Non dite, voi che siete venuti costanti a Me, che Io non parlo con ordine e salto via qualcuno dei dieci comandi. Voi udite. Io vedo. Voi ascoltate. Io applico ai dolori ed alle piaghe che vedo in voi. Io sono il Medico. Un medico va prima ai più malati, a quelli che sono più prossimi
a morte. Poi si volge ai meno gravi. Io pure. Oggi dico: “Non fornicate”. Non volgete intorno lo sguardo cercando di leggere sul volto di
uno la parola “lussurioso”. Abbiate carità reciproca. Amereste che uno la leggesse su voi? No. E allora non cercate leggerla nell’occhio turbato del vicino, sulla sua fronte che arrossa e si curva al suolo.
E poi… Oh! dite, voi uomini in specie. Quale fra voi non ha mai messo i denti in questo pane di cenere e sterco che è la soddisfazione sessuale? Ed è lussuria solo quella che vi spinge per un’ora fra braccia meretrici? Non è lussuria anche il profanato connubio con la sposa, profanato perché è vizio legalizzato essendo reciproca soddisfazione del senso, evadendo alle conseguenze dello stesso? Matrimonio vuole dire procreazione, e l’atto vuol dire e deve essere fecondazione. Senza ciò è immoralità. Non si deve del talamo fare un lupanare. E tale diventa se si sporca di libidine e non si consacra con delle maternità. La terra non respinge il seme. Lo ac-
coglie e ne fa pianta. Il seme non fugge dalla zolla dopo esservi deposto. Ma subito genera radice e si abbranca per crescere e fare spiga, ossia la creatura vegetale nata dal connubio fra la zolla e il seme. L’uomo è il seme, la donna è la terra, la spiga è il figlio. Rifiutarsi a far la spiga
e sperdere la forza in vizio è colpa. E’ meretricio commesso sul letto nuziale, ma per nulla dissimile dall’altro, anzi aggravato alla disubbidienza al comando che dice: “Siate una sola carne e moltiplicatevi nei figli”.
Perciò vedete, o donne volutamente sterili, mogli legali e oneste non agli occhi di Dio ma del mondo, che ciononostante voi potete essere come prezzolate femmine e fornicare ugualmente pur essendo del solo marito, perché non alla maternità ma al piacere andate troppo e
troppo spesso. E non riflettete che il piacere è un tossico che aspirato da qual che sia bocca contagia, fa arsi di un fuoco che credendo saziarsi si spinge fuor dal focolare e divora, sempre più insaziabile, lasciando acre sapor di cenere sotto la lingua e disgusto e nausea e sprezzo di
sé e del compagno di piacere, perché quando la coscienza risorge – e fra l’una febbre e l’altra essa sorge – non può non nascere questo sprezzo di sé, avviliti fino a sotto la bestia?
4″Non fornicate” è detto.
É fornicazione molta parte delle azioni carnali dell’uomo. E non contemplo neppure quelle inconcepibili unioni da incubo che il Levitico condanna con queste parole: “Uomo, non ti accosterai all’uomo come fosse una donna”, e: “Non ti accosterai ad alcuna bestia per non contaminarti con essa. E così farà la donna e non si unirà a bestia perché è scellerataggine”.
Ma dopo avere accennato al dovere degli sposi verso il matrimonio, che cessa d’esser santo quando, per malizia, diviene infecondo, vengo a parlare della vera e propria fornicazione fra uomo e donna per vizio reciproco e per compenso in denaro o in doni. Il corpo umano è un magnifico tempio che racchiude un altare. Sull’altare dovrebbe essere
Dio. Ma Dio non è dove è corruzione. Perciò il corpo dell’impuro ha l’altare sconsacrato e senza Dio. Pari a colui che si avvoltola ebbro nel fango e nei rigurgiti della propria ebbrezza, l’uomo avvilisce se stesso nella bestialità della fornicazione e diviene peggio del verme e della bestia
più immonda. E ditemi, se fra voi è alcuno che ha depravato se stesso sino a commerciare il suo corpo come si fa mercato di biade o di animali, quale bene ve ne è venuto? Prendetevi proprio il vostro cuore in mano, osservatelo, interrogatelo, ascoltatelo, vedete le sue ferite, i suoi brividi di dolore, e poi dite e rispondetemi: era così dolce quel frutto da meritare questo dolore di un cuore che era nato puro e che voi avete costretto a vivere in un corpo impuro, a battere per dare vita e calore alla lussuria, a logorarsi nel vizio? Ditemi: ma siete tanto depravate da non singhiozzare nel segreto, sentendo una voce di bimbo che chiama: “mamma” e pensando alla vostra madre, o donne di piacere, fuggite da casa, o cacciate da essa perché il frutto marcito non rovinasse col suo trasudante marciume gli altri fratelli? Pensando alla vostra madre che forse è morta dal dolore di doversi dire: “Ho partorito un obbrobrio”?
Ma non vi sentite cadere il cuore per terra, incontrando un vecchio solenne nella sua canizie e pensando che su quella del padre voi avete gettato il disonore come un fango preso a piene mani, e col disonore lo scherno del paese natìo? Ma non vi sentite torcere le viscere di rimpianto vedendo la felicità di una sposa o la innocenza di una vergine, e dovendo dire: “Io tutto questo l’ho rinunciato e non lo avrò mai più!”?
Ma non sentite come scotennarvi dalla vergogna il volto, incontrando lo sguardo degli uomini o bramoso o pieno di spregio?
Ma non sentite la vostra miseria quando avete sete di un bacio di bimbo e non osate più dire: “Dammelo”, perché avete ucciso delle vite all’inizio, respinte da voi come peso noioso e un inutile impiccio, staccate dall’albero che pur le aveva concepite, e gettate a far letame, e ora
quelle piccole vite vi gridano: “assassine!”?
Ma non tremate, soprattutto, di quel Giudice che vi ha create e vi attende per chiedervi:
“Che hai fatto di te stessa? Per questo, forse, ti ho dato la vita? Pullulante nido di vermi e putrefazione, come osi stare al mio cospetto? Tutto avesti di ciò che per te era il dio: il piacere.
Va’ nella maledizione senza termine”?
5Chi piange? Nessuno? Voi dite: nessuno? Eppure l’anima mia va incontro ad un’altra anima che piange. Perché le va incontro? Per lanciarle l’anatema perché meretrice? No. Perché mi fa pietà l’anima sua. Tutto in Me repelle per il suo corpo sozzo, sudato nella fatica lasciva. Ma la sua anima! Oh! Padre! Padre! Anche per quest’anima Io ho preso carne ed
ho lasciato il Cielo per essere il Redentore suo e di tante sue anime sorelle! Perché devo non raccogliere questa pecora errante e portarla all’ovile, mondarla, unirla al gregge, darle pascoli e un amore che sia perfetto come solo il mio può essere, così diverso da quelli che ebbero fin
qui per lei nome di amore e non erano che odii, così pietoso, completo, soave che ella più non rimpianga il tempo passato, o lo rimpianga solo per dire: “Troppi giorni ho perduto lungi da Te, eterna Bellezza. Chi mi rende il tempo perduto? Come gustare nel poco che mi resta quanto
avrei gustato se fossi sempre stata pura?”. Eppure non piangere, anima calpestata da tutta la libidine del mondo. Ascolta: sei un cencio lurido. Ma puoi tornare fiore. Sei un letamaio. Ma puoi divenire aiuola. Sei animale immondo. Ma puoi tornare angelo. Un giorno lo fosti. Danzavi sui prati fioriti, rosa fra le rose, fresca come esse, olezzante di verginità. Cantavi serena le tue canzoni di bambina e poi correvi dalla madre, dal padre, e dicevi loro: “Voi siete i miei amori”. E l’invisibile custode che ogni creatura
ha al fianco sorrideva della tua anima bianco-azzurra… E poi? Perché? Perché hai strappato le tue ali di piccolo innocente? Perché hai calpestato
un cuore di padre e di madre per correre ad altri cuori insicuri? Perché hai piegato la voce pura a menzognere frasi di passione? Perché hai infranto lo stelo della rosa e violato te stessa? Pentiti, figlia di Dio. Il pentimento rinnova. Il pentimento purifica. Il pentimento sublima. L’uomo
non ti può perdonare? Neppure tuo padre potrebbe più? Ma Dio può. Perché la bontà di Dio non ha paragone con la bontà umana e la sua misericordia è infinitamente più grande della umana miseria. Onora te stessa rendendo, con una vita onesta, onorevole la tua anima. Giusti-
ficati presso Iddio non peccando più contro la tua anima. Fatti un nome nuovo presso Dio. É quello che vale. Sei il vizio. Diventa l’onestà. Diventa il sacrificio. Diventa la martire del tuo pentimento. Sapesti bene martirizzare il tuo cuore per far godere la carne. Ora sappi martirizzare la carne per dare un’eterna pace al tuo cuore. Vai. Andate tutti. Ognuno col suo peso e col suo pensiero, e meditate. Dio tutti attende e
non rigetta nessuno di quelli che si pentono. Il Signore vi dia la sua luce per conoscere la vostra anima. Andate».
Molti vanno via verso il paese. Altri entrano nello stanzone. Gesù va verso i malati e li risana. 6Un gruppo di uomini parlotta in un angolo; divisi fra diverse tendenze, gesticolano e si accalorano. Alcuni sono accusatori di Gesù, altri difensori, altri ancora esortano questi e quelli a
più maturo giudizio. Infine i più accaniti, forse perché pochi rispetto agli altri due gruppi, prendono una via di mezzo. Vanno da Pietro, che insieme a Simone trasporta le barelle ormai inutili di tre miracolati, e lo assalgono prepotenti dentro allo stanzone mutato in foresteria dei pellegrini. Dicono: «Uomo di Galilea, ascolta». Pietro si volta e li guarda come bestie rare. Non parla, ma il suo viso è un poema. Simone getta solo un’occhiata ai cinque energumeni e poi esce, lasciando tutti in asso. Uno dei cinque
riprende: «Io sono Samuele, lo scriba; costui è l’altro scriba Sadoch; e questo è il giudeo Eleazaro, molto noto e potente; e questo l’illustre anziano Callascebona; e questo, infine, Nahum. Capisci? Nahum!», e il tono è addirittura enfatico.
Pietro fa un lieve inchino ad ogni nome, ma all’ultimo resta a mezza via, e dice, con la massima indifferenza: «Non so. Mai sentito. E… non capisco niente». «Rozzo pescatore! Sappi che è il fiduciario di Anna!».
«Non conosco Anna; ossia conosco molte donne di nome Anna. Ce ne è una fungaia anche a Cafarnao. Ma non so di che Anna costui è fiduciario».
«Costui? A me si dice: “costui”?». «Ma cosa vuoi che ti dica? Asino o uccello? Quando andavo a scuola mi ha insegnato il maestro a dire “costui” parlando di un uomo e, se non ho le traveggole, tu sei un uomo».
L’uomo si dimena come fosse torturato da quelle parole. L’altro, il primo che ha parlato, spiega: «Ma Anna è il suocero di Caifa…»
«Aaaah!… Capito!!! Ebbene?». «Ebbene, sappi che noi siamo sdegnati!».
«Di che? Del tempo? Anche io. É la terza volta che mi cambio veste e ora non ho più nulla di asciutto». «Ma non fare lo stolto!».
«Stolto? É verità. Se non siete sdegnati del tempo, di che allora? Dei romani?». «Del tuo Maestro! Del falso profeta». «Ehi! caro Samuele! Bada che mi sveglio, e sono come il lago. Dalla bonaccia alla tempesta
non ci tengo che un attimo. Guarda come parli…».
Sono entrati anche i figli di Zebedeo e di Alfeo, e con loro l’Iscariota e Simone, e si stringono a Pietro che alza sempre più la voce.
«Tu non toccherai con le tue mani plebee i grandi di Sionne!».
«Oh! che bei signorini! E voi non toccatemi il Maestro, perché altrimenti volate nel pozzo, subito, a purificarvi per davvero, di dentro e di fuori».
«Faccio osservare ai dotti del Tempio che la casa è dominio privato», dice pacato Simone. E l’Iscariota rincara: «e che il Maestro, io ne sono mallevadore, ha sempre avuto per la casa altrui, prima fra tutte la Casa del Signore, il massimo rispetto. Sia usato uguale verso la sua».
«Tu taci, verme subdolo». «Subdolo in quanto! Mi avete fatto schifo e sono venuto dove schifo non è. E voglia Dio che essere stato con voi non mi abbia corrotto fino nel fondo!». «Breve: che volete?», chiede asciutto Giacomo di Alfeo. «E tu chi sei?».
«Sono Giacomo di Alfeo, e Alfeo di Giacobbe, e Giacobbe di Matan, e Matan di Eleazai; e se vuoi ti dico tutta l’ascendenza sino a re Davide da cui vengo. E cugino sono del Messia. Per cui ti prego di parlare con me, di stirpe reale e di razza giudea, se alla tua alterigia è schifo parlare
con un onesto israelita che conosce Dio meglio di Gamaliele e Caifa. Andiamo. Parla». «Il tuo Maestro e parente si fa seguire dalle prostitute. Quella velata è una di esse. L’ho vista mentre vendeva dell’oro. E l’ho riconosciuta. É l’amante fuggita a Sciammai. Questo lo disonora».
«Chi? A Sciammai il rabbino? Allora deve essere una vecchia carcassa. Fuori pericolo perciò…», motteggia l’Iscariota.
«Taci, folle! A Sciammai di Elchi, il prediletto di Erode».
«Toh! Toh! Segno che non lo predilige più, lei, il prediletto. É lei che deve andare in letto con lui. Non te. Perché te la prendi, allora?». Giuda di Keriot è ironico al sommo. «Uomo, non pensi di disonorarti facendo la spia?», chiede Giuda di Alfeo. «E non pensi che si disonora colui che si abbassa a peccare, non colui che cerca alzare il peccatore? Che disonore ne viene al mio Maestro e fratello se Egli, parlando, spinge la voce sino alle orecchie profanate dalla bava dei lussuriosi di Sionne?».
«La voce? Ah! Ah! Ha trent’anni il tuo Maestro e cugino, e non è che più ipocrita degli altri! E tu, e voi tutti, dormite sodo la notte…».
«Impudente rettile! Fuori di qui o ti strozzo», urla Pietro e a lui fanno eco Giacomo e Giovanni, mentre Simone si limita a dire: «Vergogna! La tua ipocrisia è tanto grande che rigurgita e trabocca, e sbavi come un lumacone sul fiore puro. Esci e divieni uomo, perché per ora non
sei che una bava. Ti riconosco, Samuele. Sei sempre lo stesso cuore. Dio ti perdoni. Ma va’ via dal mio cospetto».
Ma mentre il Keriot con Giacomo di Alfeo tengono il bollente Pietro, Giuda Taddeo, che nell’atto assomiglia più che mai al Cugino, di cui ora ha lo stesso balenare azzurro nello sguardo e l’imponenza nell’espressione, tuona: «Disonora se stesso chi l’innocente disonora. L’occhio e la lingua li ha fatti Dio per compiere opere sante. Il malèdico li profana e avvilisce, fa-
cendo loro compiere opere malvagie. Io non sporcherò me stesso con atto villano contro la tua canizie. Ma ti ricordo che i malvagi odiano l’uomo integro e che lo stolto sfoga il suo malanimo
senza neppur più riflettere che si tradisce. Chi vive nelle tenebre scambia per rettile il ramo fiorito. Ma chi vive nella luce vede le cose come esse sono e le difende, se denigrate, per amore alla giustizia. Noi viviamo nella luce. Siamo la generazione casta e bella dei figli della luce, e
il Duce nostro è il Santo che non conosce donna né peccato. Noi Lui seguiamo e lo difendiamo dai suoi nemici, per i quali, come Lui ci ha insegnato, abbiamo non odio ma preghiera. Impara,
o vecchio, da un giovane, divenuto maturo perché la Sapienza gli è maestra, a non essere lesto nel parlare e buono a nulla nell’operare il bene. Vai. E riporta a chi ti ha mandato che non nella profanata casa che è sul monte Moria, ma in questa povera dimora riposa Dio sulla sua
gloria. Addio».
I cinque non osano ribattere e se ne vanno.
8I discepoli si consultano. Dirlo o non dirlo a Gesù, che è ancora coi malati guariti? Dirlo. É meglio così. Lo raggiungono, lo chiamano e lo dicono. Gesù sorride calmo e risponde: «Vi ringrazio del-
la difesa… ma che ci volete fare? Ognuno dà ciò che ha».
«Però un poco ragione l’hanno. Gli occhi sono nella testa per vedere e molti vedono. Lei è sempre lì fuori, come un cane. Ti nuoce», dicono in diversi. «Lasciatela stare. Non sarà lei la pietra che mi colpirà sul capo. E se lei si salva… oh! Vale bene la pena di una critica per questa gioia!».
Tutto ha fine su questa dolce risposta.

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