Archivio della categoria: Attualità

Sezione tematica dedicata all’interpretazione personale dell’amministratore del presente blog (SacroCuore), in merito ai fatti di attualità dei giorni nostri. Pensieri, citazioni, comunicazioni varie ecc. ecc. Tutto ciò che sento di dire e che mi sento di voler comunicare al mondo esterno, che sia di interesse pubblico e di utilità pubblica.

Un saluto dal tuo Pasquale

Un saluto dal tuo Pasquale

 

Un saluto dal tuo Pasquale

Ciao Laura, sò che mi conosci appena, di me se ne son dette e se ne dicono tante in paese, alcune cose sono vere, ma molte cose sono sbagliate, frutto di una mala pianta che può avere diversi nomi, tra i quali, invidia, rebbia e vendetta. In realtà mi conoscono davvero molto poco quelli che parlano di me.

Io mi ricordo di te, eri ancora piccolina e ti vedevo andare e venire dalla fermata del pulman per la scuola, con una famiglia che ti vuole bene. Avevo trentanni quando mi feci prendere da risentimento e rabbia e indirizzai la mia vita verso una direzione che non avrebbe portato a niente di buono. Mi sono allontanato così tanto dalla terra ferma che mi sono sperduto in mare aperto. Poi un bel giorno Dio mi ha dato uno scossone e mi sono risvegliato sulla terra ferma. Ma tutto il male che ho fatto ormai era fatto e nulla e nessuno mi avrebbe permesso di tornare inditro per cancellare quegli errori, quegli sbagli. A causa del lavoro sono emigrato al nord, vivo nella provincia di Pordenone da circa otto anni e da quando Dio mi ha dato quel famoso scossone non l’ho più voluto perdere di vista, non l’ho più mollato. Un bel giorno è arrivato un desiderio fortissimo di andare a Medjugorje, e lì è avvenuta la svolta decisiva, un inversione di rotta completa e totale che mi porta verso una Via erta e faticosa, ma si respira un’aria su questa Via! Ho cominciato a pregare il rosario a frequentare la messa, in poche parole la mia vita è cambiata in una maniera inimmaginabile. Con il tuo Pasquale mi sono scritto in chat di Facebook solo poche volte ed è stato sempre bello poter parlare con lui, il suo atteggiamento verso di me non era affatto cambiato, era uno dei pochi che penso mi abbia compreso e scusato. Poi qualche anno fa ho compreso dalle foto su fb che lui stava combattendo la sua battaglia contro una malattia molto grave. Da quel momento l’ho sempre ricordato nelle mie preghiere, sò che non ho pregato abbastanza e me ne scuso, ma l’ho sempre ricordato nelle preghiere e l’ho sempre portato nel mio cuore.  Verso la metà di Febbraio di questo anno ho avuto notizie da parenti di Lizzano che Pasquale stava peggiorando, ho intensificato le mie preghiere per lui e per la sua fidanzata, per le vostre famiglie, ho chiesto preghiere ai miei amici, vi ho pensato e portato nel cuore sempre. Ogni tanto vedevo qualche post su fb e mettevo mi piace. Ma un giorno, era precisamente il sei marzo 2017, mi trovavo a lavoro a fare il secondo turno, intorno alle diciassete e trenta, ero al mio banco che controllavo le quote di un pezzo a cui stavo lavorando quando a un certo punto mi sono sentito toccare leggermente il gomito del braccio sinistro come una piccola spinta data dall’interno verso l’esterno, non con troppa forza, ma il tocco l’ho sentito benissimo e distintamente, tanto che mi sono girato a sinistra e ho guardato attentamente, poi mi son voltato a guardare alle mie spalle, pensavo a qualcuno che mi facesse uno scherzo, ma non c’era nessuno. Non vedendo nessuno ho ripreso la mia attività, ma come spesso mi accade ho sentito la dolce Voce, dentro di me… mi ha detto: Pasquale è con me adesso. Ho pensato… sto dando i numeri… ho alzato le spalle come per dire… vabbè!! Ho continuato a lavorare, ma quella frase risuonava dentro di me come un eco… Pasquale è con me adesso. Verso le diciannove ho deciso di dare un occhiata su fb dal cell. non credevo ai miei occhi, ovvero ci credevo perchè quando quella voce mi parla non sbaglia mai, non mente mai, ma comunque trovare la conferma di quanto Lui mi ha detto è stato davvero forte a livello spirituale e emozionale. Tanti amici e conoscenti esprimevano il loro cordoglio per l’amico scomparso. Ma ecco io ti ho voluto scrivere perchè da giorni ormai sempre quella Voce, mi spinge a scrivere, mi chiede di farlo per dare conforto a te e alle vostre famiglie, ma non solo la Voce, è desiderio di Pasquale anche quello di farvi sapere ciò. Ecco carissima Laura, soggetto delle mie preghiere, cosa dirti per confortarvi che abbia più valore di ciò che mi è accaduto e che ti ho appena raccontato! Pasquale è con Gesù adesso, è felice in Paradiso, ha smesso di soffrire. Ma un pò è triste vedendo i suoi cari tristi, con la voglia di vivere spenta. Lui mi ha toccato il gomito, e Gesù mi ha parlato facendomi avviso della situazione attuale. E’ una grande Grazia questa, e sempre Gesù vuole che voi ne siate a conoscenza. Perchè? Semplice, perchè Gesù vi Ama tanto, ci Ama tanto e lo dimostra il fatto che si abbassa a parlare con uno come me. Ora stà serena. Dio ti benedica e benidica le vostre famiglie e le vostre amicizie. Un abbraccio. Tony

La morte di Giuseppe.

La morte di Giuseppe.
Gesù è la pace di chi soffre e di chi muore.


Poema: I, 70
5 febbraio 1944, ore 13,30.
1(Prepotentemente, mentre sono dietro a correggere il fascicolo, e precisamente quel dettato sulle pseudo-religioni di ora,
entra in me questa visione. La scrivo mentre la vedo.)
Vedo un interno di laboratorio da falegname. Ma sembra che due delle pareti di esso siano
formate da pareti di roccia, come se si fosse approfittato di grotte naturali per formare vani di
casa. Qui sono precisamente i lati nord e ovest quelli che sono di roccia, mentre le altre due
pareti, sud e est, sono di intonaco come le nostre.
Nel lato nord, in un insenatura della roccia, è stato ricavato un focolare rudimentale, sul
quale è un pentolino con della vernice o colla, non capisco bene. Le legna, bruciate da anni in
quel posto, hanno tinto la parete che pare incatramata tanto è nera. Un buco nella parete,
sormontato da una specie di grosso tegolone ricurvo, vorrebbe fare da camino aspirante il fu-
mo delle legna. Ma deve aver fatto male il suo compito, perché anche le altre pareti sono mol-
to annerite dal fumo, e una nebbia fumosa è anche in questo momento sparsa nella stanza.
2Gesù lavora ad un tavolone da falegname. Sta piallando delle tavole che poi addossa al
muro dietro a Sé. Poi prende una specie di sgabello, stretto a due lati in una morsa, lo libera
dalla stessa, guarda se il lavoro è esatto, lo squadra in tutti i sensi, poi va al camino, prende il
pentolino e vi fruga dentro con un bastoncino o pennello, non so; io vedo solo la parte che
sporge e che è simile a un bastoncino.
Gesù è vestito di nocciola scuro e ha la tunica piuttosto corta, le maniche rimboccate oltre il
gomito e una specie di grembiule davanti, nel quale si sfrega le dita dopo aver toccato il pento-
lino. E’ solo. Lavora assiduamente ma con pacatezza. Nessuna mossa disordinata, impaziente.
E’ preciso e continuo nel suo lavoro. Non si infastidisce di nulla, né di un nodo nel legno che
non si lascia piallare, né di un cacciavite (mi pare) che gli cade due volte dal banco, né del fu-
mo sparso che gli deve andare negli occhi.
Ogni tanto alza il capo e guarda verso la parete sud, dove è una porta chiusa, come ascol-
tando. A un dato momento si affaccia, aprendo una porta che è nella parete est e che dà sulla
via. Vedo uno squarcio di viuzza polverosa. Sembra che attenda qualcuno. Poi torna al lavoro.
Non è triste, ma è serio. Rinchiude l’uscio e torna al lavoro.
3Mentre è occupato a fabbricare qualcosa che mi sembrano pezzi di cerchio di ruota, entra
la Mamma. Entra da una porta della parete meridionale. Entra affrettatamente e corre verso
Gesù. E’ vestita di azzurro cupo è senza nulla sul capo. Una semplice tunica, tenuta stretta alla
vita da un cordone d’uguale colore. Chiama con affanno il Figlio e gli si appoggia con ambo le
mani ad un braccio con mossa di supplica e di dolore. Gesù la carezza passandole il braccio
sulla spalla e la conforta, poi si avvia con Essa lasciando subito il lavoro e levandosi il grembiu-
le.
Penso che lei voglia sapere anche le parole dette.
Ben poche da parte di Maria: «Oh! Gesù! Vieni, vieni. Sta male!». Vengono dette con labbra
che tremano e con un luccichìo di pianto negli occhi arrossati e stanchi. Gesù non dice che:
«Mamma!» ma vi è tutto in quella parola.
Entrano nella stanza accanto, tutta ridente di sole che entra da una porta spalancata su un
orticello pieno di luce e di verde, nel quale svolazzano dei colombi fra uno sventolìo di panni
stesi ad asciugare. La stanza è povera ma ordinata. Vi è un giaciglio basso, coperto di mate-
rassini (dico materassini perché sono certe cose alte e morbide, ma non è un letto come il no-
stro). Su esso, appoggiato a molti cuscini, è Giuseppe. E’ morente. Lo dice chiaramente il volto
di un pallore livido, l’occhio spento, il petto anelante e l’abbandono di tutto il corpo.
4Maria si mette alla sua sinistra, gli prende la mano rugosa e livida nelle unghie, la strofina,
la carezza, la bacia, gli asciuga con un pannilino il sudore che fa righe lucide alle tempie inca-
vate, la lacrima che si invetra nell’angolo dell’occhio, gli bagna le labbra con un lino intinto in
un liquido che pare vino bianco.
Gesù si mette a destra. Solleva con sveltezza e cura il corpo che si affossa, lo raddrizza sui
cuscini che accomoda insieme a Maria. Carezza sulla fronte l’agonizzante e cerca di rianimarlo.
Maria piange piano, senza rumore, ma piange. I lacrimoni rotolano lungo le guance pallide
sino sulla veste azzurro cupo e sembrano zaffiri lucenti.
Giuseppe si rianima alquanto e guarda fisso Gesù, gli dà la mano come per dirgli qualcosa e
per avere, al contatto divino, forza nell’ultima prova. Gesù si china su quella mano e la bacia.
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Giuseppe sorride. Poi si volge a cercare con lo sguardo Maria e sorride anche a Lei. Maria si in-
ginocchia presso il letto cercando di sorridere. Ma le riesce male e curva il capo. Giuseppe le
mette la mano sul capo con una casta carezza che pare una benedizione.
Non si sente che lo svolazzìo e il tubare dei colombi, il frusciare delle foglie, un chioccolìo di
acqua e, nella stanza, il respiro del morente.
Gesù gira intorno al letto, prende uno sgabello e fa sedere Maria chiamandola ancora e uni-
camente: «Mamma». Poi torna al suo posto e riprende nelle sue la mano di Giuseppe. E’ così
vera la scena che io piango per la pena di Maria.
5Poi Gesù, curvandosi sul morente, gli mormora un salmo. So che è un salmo, ma ora non
posso dirle quale. Comincia così:  “Proteggimi, o Signore, perché in Te ho posto la mia speranza…  A pro dei santi che sono nella terra di lui ha compiuto mirabilmente tutti i miei desideri…  Benedirò il Signore che mi dà consiglio…
Io tengo sempre dinnanzi a me il Signore. Egli mi sta alla destra perché io non vacilli.
Per questo si rallegra il mio cuore ed esulta la mia lingua, anche il mio corpo riposerà nella
speranza.
Perché Tu non abbandonerai l’anima mia nel soggiorno dei morti, né permetterai che il tuo
santo veda la corruzione.
Mi farai conoscere le vie della vita, mi colmerai di gioia colla tua faccia”. (Salmo 15)
Giuseppe si rianima tutto e con uno sguardo più vivo sorride a Gesù e gli stringe le dita.
Gesù risponde con un sorriso al sorriso e con una carezza alla stretta, e continua dolcemen-
te, curvo sul suo padre putativo:
“Quanto sono amabili i tuoi Tabernacoli, o Signore.
L’anima mia si consuma di desiderio verso gli atrii del Signore.
Anche il passero si trova una casa e la tortorella un nido per i suoi nati.
Io desidero i tuoi altari, Signore. Beati coloro che abitano la tua casa… Beato l’uomo che
trova in Te la sua forza.
Egli ha disposte nel suo cuore le ascensioni dalla valle delle lacrime al luogo eletto.
O Signore, ascolta la mia preghiera…
O Dio, volgi il tuo sguardo e mira la faccia del tuo Cristo…”. (Salmo 83)
Giuseppe con un singhiozzo guarda Gesù e fa il moto di parlare come per benedirlo. Ma non
può. Si comprende che capisce, ma ha la parola impedita. E’ però felice e guarda con vivacità e
fiducia il suo Gesù.
«”O Signore” continua Gesù. (Salmo 84)
“Tu sei stato propizio alla tua terra, hai liberato dalla schiavitù Giacobbe…
Mostraci, o Signore, la tua misericordia e donaci il tuo Salvatore.
Voglio sentire quel che dice dentro di me il Signore Iddio.
Certo Egli parlerà di pace al suo popolo per i suoi santi e per chi di cuore torna a Lui.
Si, la tua salute è vicina… e la gloria abiterà sulla terra…
La bontà e la verità si sono incontrate, la giustizia e la pace si sono baciate. La verità è
spuntata dalla terra e la giustizia ha guardato dal Cielo.
Si, il Signore si mostrerà benigno e la nostra terra darà il suo frutto. La giustizia camminerà
dinnanzi a Lui e lascerà nella via le sue impronte”.
Tu l’hai vista quest’ora, padre, e per essa ti sei affaticato. Tu hai aiutato quest’ora a formar-
si, e il Signore te ne darà premio. Io te lo dico» aggiunge Gesù, asciugando una lacrima di
gioia che scende lenta sulla guancia di Giuseppe.
Poi riprende (Salmo 131):
“O Signore, ricordati di Davide e di tutta la sua mansuetudine.
Come egli giurò al Signore: io non entrerò dentro alla mia casa, non salirò sul letto del mio
riposo, non concederò sonno agli occhi miei, non riposo alle mie palpebre, non requie alle mie
tempie finché non ho trovato un posto al Signore, una dimora per il Dio di Giacobbe…
Sorgi, o Signore, e vieni al tuo riposo, Tu e l’Arca della tua santità (Maria comprende e ha uno
scoppio di pianto).
Sian rivestiti di giustizia i tuoi sacerdoti e faccian festa i tuoi santi.
Per amore di Davide tuo servo non negarci il volto del tuo Cristo.
Il Signore ha giurato a Davide la promessa e la manterrà: ‘Porrò sul tuo trono il frutto del
tuo seno’.
Il Signore l’ha scelta a sua dimora…
Io farò fiorire la potenza di Davide preparando una fiaccola accesa per il mio Cristo”.
6Grazie, padre mio, per Me e per la Madre. Tu mi sei stato padre giusto, e te ha posto l’E-
terno a custodia del suo Cristo e della sua Arca. Tu fosti la fiaccola accesa per Lui, e per il Frut-

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to del seno santo hai avuto viscere di carità. Va’ in pace, padre. La Vedova non sarà senza aiu-
to. Il Signore ha predisposto perché sola non sia. Vai sereno al tuo riposo. Io te lo dico».
Maria piange col volto curvo sulle coperte (sembrano mantelli) stese sul corpo di Giuseppe,
che si raffredda. Gesù affretta i suoi conforti, perché l’anelito si fa più affannoso e lo sguardo
torna a velarsi.
“Felice l’uomo che teme il Signore e pone nei suoi comandamenti ogni diletto…
La giustizia di lui rimane nei secoli dei secoli.
Fra gli uomini retti sorge fra le tenebre come luce il misericordioso, il benigno, il giusto…
Il giusto sarà ricordato in eterno… La sua giustizia è eterna, la sua potenza si alzerà fino al-
la gloria…” (Salmo 111)
Tu l’avrai questa gloria, padre. Presto verrò a trarti, coi Patriarchi che ti hanno preceduto,
alla gloria che ti attende. Esulti il tuo spirito nella mia parola.
“Chi riposa nell’aiuto dell’Altissimo vive sotto la protezione del Dio del Cielo”. (Salmo 90)
Tu vi sei, padre mio.
“Egli mi liberò dal laccio dei cacciatori e dalle aspre parole.
Ti coprirà colle sue ali e sotto alle sue penne troverai rifugio.
La sua verità ti circonderà come scudo, non temerai i notturni spaventi…
Non si avvicinerà a te il male… perché ai suoi angeli ha dato l’ordine di custodirti in tutte le
tue vie.
Ti porteranno sulle loro palme, affinché il tuo piede non urti nei sassi.
Camminerai sopra l’aspide e il basilisco e calpesterai il dragone e il leone.
Perché hai sperato nel Signore, Egli ti dice, o padre, che ti libererà e ti proteggerà.
Perché hai alzato a Lui la tua voce ti esaudirà, sarà teco nella tribolazione ultima, ti glorifi-
cherà dopo questa vita, facendoti vedere già da questa la sua Salvezza”, e nell’altra facendoti
entrare, per la Salvezza che ora ti conforta e che presto, oh!, presto verrà, te lo ripeto, a cin-
gerti di un abbraccio divino e a portarti Seco, alla testa di tutti i Patriarchi, là dove è preparata
la dimora del Giusto di Dio che mi fu padre benedetto.
Precedimi per dire ai Patriarchi che la Salvezza è nel mondo e il Regno dei Cieli presto sarà
a loro aperto. Va’, padre. La mia benedizione ti accompagni».
7La voce di Gesù si è elevata per giungere alla mente di Giuseppe, che sprofonda nelle neb-
bie della morte. La fine è imminente. Il vecchio ansima a fatica. Maria lo carezza, Gesù si siede
sulla sponda del lettuccio e cinge e attira a Sé il morente, che si accascia e si spegne senza
sussulti.
La scena è piena di una pace solenne. Gesù riadagia il Patriarca e abbraccia Maria, che in ul-
timo si era avvicinata a Gesù nello strazio che la angosciava.
Poema: I, 71
8Dice Gesù:
«A tutte le mogli che un dolore tortura, insegno ad imitare Maria nella sua vedovanza: unirsi
a Gesù.
Quelli che pensano che Maria non abbia sofferto per le pene del cuore, sono in errore. Mia
Madre ha sofferto. Sappiatelo. Santamente, perché tutto in Lei era santo, ma acutamente.
Coloro che pensano che Maria amasse di un amore tiepido lo sposo, poiché le era sposo di
spirito e non di carne, sono parimenti in errore. Maria amava intensamente il suo Giuseppe, al
quale aveva dedicato sei lustri di vita fedele. Giuseppe le era stato padre, sposo, fratello, ami-
co, protettore.
Ora Ella si sentiva sola come tralcio di vite al quale viene segato l’albero a cui si reggeva. La
sua casa era come colpita dal fulmine. Si divideva. Prima era una unità in cui i membri si so-
stenevano a vicenda. Ora veniva a mancare il muro maestro, primo dei colpi inferti a quella
Famiglia, segnacolo del prossimo abbandono del suo amato Gesù. La volontà dell’Eterno, che
l’aveva voluta sposa e Madre, ora le imponeva vedovanza e abbandono della sua Creatura. Ma-
ria dice fra le lacrime uno dei suoi sublimi “Si”. “Sì, Signore, si faccia di me secondo la tua pa-
rola”.
E, per aver forza in quell’ora, si stringe a Me. Sempre si è stretta a Dio, Maria, nelle ore più
gravi della sua vita. Nel Tempio chiamata alle nozze, a Nazareth chiamata alla Maternità, anco-
ra a Nazaret fra le lacrime della vedovanza, a Nazaret nel supplizio del distacco dal Figlio, sul
Calvario nella tortura del vedermi morire.
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9Imparate, voi che piangete. E imparate voi che morite. Imparate voi, che vivete per mori-
re. Cercate di meritare le parole che dissi a Giuseppe. Saranno la vostra pace nella lotta della
morte. Imparate, voi che morite, a meritare d’aver Gesù vicino, a vostro conforto. E, se anche
non l’avete meritato, osate ugualmente di chiamarmi vicino. Io verrò. Le mani piene di grazie e
di conforti, il cuore pieno di perdono e d’amore, le labbra piene di parole di assoluzione e di in-
coraggiamento.
La morte perde ogni asprezza se avviene fra le mie braccia. Credetelo. Non posso abolire la
morte, ma la rendo soave a chi muore fidando in Me.
Il Cristo l’ha detto per tutti voi, sulla sua Croce: ” Signore, confido a Te lo spirito mio”. L’ ha
detto pensando, nella sua, alle vostre agonie, ai vostri terrori, ai vostri errori, ai vostri timori,
ai vostri desideri di perdono. L’ ha detto col cuore spaccato di strazio, prima che per la lancia-
ta, e strazio spirituale più che fisico, perché le agonie di coloro che muoiono pensando a Lui
fossero addolcite dal Signore e lo spirito passasse dalla morte alla Vita, dal dolore al gaudio, in
eterno.
10Questa, piccolo Giovanni, la lezione di oggi. Sii buona e non temere. La mia pace rifluirà in te sem-
pre, attraverso la parola e attraverso la contemplazione. Vieni. Fa’ conto d’essere Giuseppe, che ha per
guanciale il petto di Gesù ed ha per infermiera Maria. Riposa fra noi come un bambino nella cuna».

Adamo e Eva

Adamo e Eva

Adamo e Eva

Adamo e Eva

Dice Gesù: «Orrenda, ma non inutile. Troppi credono che Giuda (L’Iscariota) abbia commesso cosa da poco. Alcuni giungono anzi a dire che egli è un benemerito perché senza di lui la Redenzione non sarebbe venuta e che, perciò, egli è giustificato al cospetto di Dio. In verità vi dico che, se l’Inferno non fosse già esistito, ed esistito perfetto nei suoi tormenti, sarebbe stato creato per Giuda ancor più orrendo e eterno, perché di tutti i peccatori e i dannati egli è il più dannato e peccatore, né per lui in eterno vi sarà ammolcimento di condanna. Il rimorso l’avrebbe anche potuto salvare, se egli avesse fatto del rimorso un pentimento. Ma egli non volle pentirsi e, al primo delitto di tradimento, ancora compatibile per la grande misericordia che è la mia amorosa debolezza, ha unito bestemmie, resistenze alle voci della Grazia che ancora gli volevano parlare attraverso i ricordi, attraverso i terrori, attraverso il mio Sangue e il mio mantello, attraverso il mio sguardo, attraverso le tracce dell’istituita Eucarestia, attraverso le parole di mia Madre. Ha resistito a tutto. Ha voluto resistere. Come aveva voluto tradire. Come volle maledire. Come si volle suicidare. È la volontà quella che conta nelle cose. Sia nel bene che nel male. Quando uno cade senza volontà di cadere, Io perdono. Vedi Pietro. Ha negato. Perché? Non lo sapeva esattamente neppure lui. Vile Pietro? No.

Il mio Pietro non era vile. Contro la coorte e le guardie del Tempio aveva osato ferire Malco per difendermi e rischiare d’essere ucciso per questo. Era poi fuggito. Senza averne volontà di farlo. Aveva poi negato. Senza averne volontà di farlo. Ha saputo poi ben restare e procedere sulla sanguinosa via della Croce, sulla mia Via, fino a giungere alla morte di croce. Ha saputo poi molto bene testimoniare di Me, sino ad esser ucciso per la sua fede intrepida. Io lo difendo il mio Pietro. Il suo è stato l’ultimo smarrimento della sua umanità. Ma la volontà spirituale non era presente in quel momento. Ottusa dal peso dell’umanità, dormiva. Quando si destò, non volle restare nel peccato e volle esser perfetta. Io l’ho perdonato subito. Giuda non volle. Tu dici che pareva pazzo e idrofobo. Lo era di rabbia satanica. Il suo terrore nel vedere il cane, bestia rara, in Gerusalemme in specie, venne dal fatto che si attribuiva a Satana, da tempi immemorabili, quella forma per apparire ai mortali. Nei libri di magia è detto tuttora che una delle forme preferite da Satana per apparire è quella di un cane misterioso o di un gatto o di un capro. Giuda, già preda del terrore nato dal suo delitto, convinto d’esser di Satana per il suo delitto, vide Satana in quella bestia randagia. Chi è colpevole, in tutto vede ombre di paura. È la coscienza che le crea. Satana poi aizza queste ombre, che potrebbero ancora dare pentimento ad un cuore, e ne fa larve orrende che portano alla disperazione. E la disperazione porta all’ultimo delitto: al suicidio. A che pro gettare il prezzo del tradimento quando questo spogliamento è solo frutto dell’ira e non è corroborato da una retta volontà di pentimento? Allora spogliarsi dai frutti del male diviene meritorio. Ma così come egli fece, no. Inutile sacrificio.

Mia Madre, ed era la Grazia che parlava e la mia Tesoriera che largiva perdono in mio Nome, glielo disse: “Pentiti, Giuda. Egli perdona… “. Oh! se lo avrei perdonato! Se si fosse gettato ai piedi della Madre dicendo: “Pietà!”, Ella, la Pietosa, lo avrebbe raccolto come un ferito e sulle sue ferite sataniche, per le quali il Nemico gli aveva inoculato il Delitto, avrebbe sparso il suo pianto che salva e me lo avrebbe portato, ai piedi della Croce, tenendolo per mano perché Satana non lo potesse ghermire e i discepoli colpirlo, portato perché il mio Sangue cadesse per primo su lui, il più grande dei peccatori. E sarebbe stata, Ella, Sacerdotessa mirabile sul suo altare, fra la Purezza e la Colpa, perché è Madre dei vergini e dei santi, ma anche Madre dei peccatori. Ma egli non volle. Meditate il potere della volontà di cui siete arbitri assoluti. Per essa potete avere il Cielo o l’Inferno. Meditate cosa vuol dire persistere nella colpa. Il Crocifisso, Colui che sta con le braccia aperte e confitte per dirvi che vi ama, e che non vuole, non può colpirvi perché vi ama, e preferisce negarsi di potervi abbracciare, unico dolore del suo esser confitto, anziché aver libertà di punirvi, il Crocifisso, oggetto di divina speranza per coloro che si pentono e che vogliono lasciare la colpa, diviene per gli impenitenti oggetto di un tale orrore che li fa bestemmiare e usare violenza verso se stessi. Uccisori del loro spirito e del loro corpo per la loro persistenza nella colpa. E l’aspetto del Mite, che si è lasciato immolare nella speranza di salvarli, assume l’apparenza di uno spettro di orrore. Maria, ti sei lamentata di questa visione. Ma è il Venerdì di Passione, figlia. Devi soffrire. Alle sofferenze per le sofferenze mie e di Maria devi unire le tue per l’amarezza di vedere i peccatori rimanere peccatori. È stata sofferenza nostra, questa. Deve esser tua.

Maria ha sofferto, e soffre ancora, di questo, come delle mie torture. Perciò tu devi soffrire questo. Ora riposa. Fra tre ore sarai tutta mia e di Maria. Ti benedico, violetta della mia Passione e passiflora di Maria». Gesù e Maria sono l’antitesi di Adamo ed Eva. Giuda Iscariota è il nuovo Caino. La vera evoluzione dell’uomo è quella del suo spirito.

Poema: IX, 26 2 aprile 1944.

Domenica delle Palme.

Dice Gesù: «La coppia Gesù-Maria è l’antitesi della coppia Adamo-Eva. È quella destinata ad annullare tutto l’operato di Adamo ed Eva e riportare l’Umanità al punto in cui era quando fu creata: ricca di grazia e di tutti i doni ad essa largiti dal Creatore. L’Umanità ha subito una rigenerazione totale per l’opera della coppia Gesù-Maria, i quali sono così divenuti i nuovi Capostipiti dell’Umanità. Tutto il tempo precedente è annullato. Il tempo e la storia dell’uomo si conta da questo momento in cui la nuova Eva, per un capovolgimento di creazione, trae dal suo seno inviolato, per opera del Signore Iddio, il nuovo Adamo. Ma per annullare le opere dei due Primi, causa di mortale infermità, di perpetua mutilazione, di impoverimento, più- di indigenza spirituale, perché dopo il peccato Adamo ed Eva si trovarono spogliati di tutto quanto aveva loro donato, ricchezza infinita, il Padre santo- hanno dovuto, questi due Secondi, operare in tutto e per tutto in maniera opposta al modo di operare dei due Primi. Perciò, spingere l’ubbidienza sino alla perfezione che si annichila e si immola nella carne, nel sentimento, nel pensiero, nella volontà, per accettare tutto quanto Dio vuole. Perciò, spingere la purezza ad una castità assoluta, per cui la carne… che fu la carne per Noi due puri? Velo d’acqua sullo spirito trionfante, carezza di vento sullo spirito re, cristallo che isola lo spirito-signore e non lo corrompe, impulso che solleva e non peso che opprime. Questo fu la carne per Noi. Meno pesante e sensibile di una veste di lino, lieve sostanza interposta fra il mondo e lo splendore dell’io soprumanato, mezzo per operare ciò che Dio voleva. Null’altro. Fu nostro l’amore? Certo. Il “perfetto amore” fu nostro. Non è, uomini, amore la fame di senso che vi spinge bramosi a saziarvi di una carne. Quella è lussuria. Nulla più. Tanto vero che amandovi così -voi lo credete amore- non sapete compatirvi, aiutarvi, perdonarvi. Che è allora il vostro amore? È odio. E’ unicamente delirio paranoico, che vi spinge a preferire il sapore di putridi pasti al sano, corroborante cibo di eletti sentimenti. Noi avemmo il “perfetto amore”, Noi, i casti perfetti.

Questo amore abbracciava Dio in Cielo e, a Lui unito come lo sono i rami col tronco che li nutre, si espandeva e scendeva prodigandosi di riposo, di riparo, di nutrimento, di conforto sulla Terra e sui suoi abitanti. Nessuno escluso da questo amore. Non i nostri simili, non gli esseri inferiori, non la natura erborea, non le acque e gli astri. Neppure i malvagi esclusi da questo amore. Perché anche essi, benché membri morti, erano pur sempre membri del gran corpo del Creato, e perciò vedevamo in essi, per quanto deturpata e bruttata dalla loro malvagità, la santa effigie del Signore, che a sua immagine e somiglianza li aveva formati. Gioendo coi buoni, piangendo sui non buoni, pregando (amore fattivo che si estrinseca coll’impetrare e ottenere protezione a chi si ama) pregando per i buoni acciò fossero sempre più buoni per accostarsi sempre più alla perfezione del Buono che ci ama dai Cieli, pregando per i vacillanti fra la bontà e la malvagità perché si fortificassero e sapessero persistere sul cammino santo, pregando per i malvagi perché la Bontà parlasse al loro spirito, li atterrasse magari con una folgore del suo potere, ma li convertisse al Signore Iddio loro, Noi amammo. Come nessun altro amò. Spingemmo l’amore alle vette della perfezione per colmare, col nostro oceano d’amore, l’abisso scavato dal disamore dei Primi, che amarono sé più di Dio, volendo avere più che lecito non fosse per divenire superiori a Dio.

Perciò alla purezza, ubbidienza, carità, distacco da tutte le ricchezze della Terra (carne, potere, denaro: il trinomio di Satana opposto al trinomio di Dio: fede, speranza, carità); perciò all’odio, alla lussuria, all’ira, alla superbia (le quattro passioni perverse, antitesi delle quattro virtù sante: fortezza, temperanza, giustizia, prudenza). Noi dovemmo unire una costante pratica di tutto quanto era all’opposto del modo di agire della coppia Adamo-Eva. E se molto, per il nostro buon volere senza limite, ci fu ancor facile farlo, solo l’Eterno sa quanto fu eroico compiere questa pratica in certi momenti e in certi casi. Non voglio qui che parlarne di uno solo. E di mia Madre. Non di Me. Della nuova Eva, la quale aveva già respinto dai più teneri anni le blandizie usate da Satana per sedurla a mordere il frutto e sentirne il sapore che aveva reso folle la compagna di Adamo; della nuova Eva, la quale non si era limitata a respingere Satana, ma l’aveva vinto schiacciandolo sotto una volontà di ubbidienza, di amore, di castità talmente vasta che esso, il Maledetto, ne era rimasto schiacciato e domo. No! No, che non si alza Satana da sotto il calcagno della mia Madre Vergine! Sbava e spuma, rugge e bestemmia. Ma la sua bava cola in basso, ma il suo urlo non tocca l’atmosfera che circonda la mia Santa, la quale non ode fetore né cachinni demoniaci, non vede, neppur vede la schifosa bava del Rettile eterno, perché le armonie celesti ed i celesti aromi le danzano innamorati intorno alla bella e santa persona, e perché il suo occhio, più puro del giglio e più innamorato di quello di tortora tubante, fissa solo il suo Signore eterno, di cui è Figlia, Madre e Sposa.

Quando Caino uccise Abele, la bocca della madre proferì le maledizioni che il suo spirito, separato da Dio, suggeriva contro il suo prossimo più intimo: il figlio delle sue viscere, profanate da Satana e rese brute dall’incomposto desiderio. E quella maledizione fu la macchia nel regno del morale umano, come il delitto di Caino la macchia nel regno dell’animale umano. Sangue sulla Terra, sparso da mano fraterna. Il primo sangue, che attira come calamita millenaria tutto il sangue che mano d’uomo sparge traendolo da vene d’uomo. Maledizione sulla Terra, proferita da bocca d’uomo. Quasi che la Terra non fosse sufficientemente maledetta per causa dell’uomo ribelle al suo Dio e non avesse dovuto conoscere i triboli e le spine e la durezza delle glebe, le siccità, le grandini, i geli, i solleoni, essa che era stata creata perfetta e servita da elementi perfetti per esser dimora facile e bella all’uomo suo re. Maria deve annullare Eva. Maria vede il secondo Caino: Giuda. Maria sa che egli è il Caino del suo Gesù, del secondo Abele. Sa che il sangue di questo secondo Abele è stato venduto da quel Caino e già viene sparso. Ma non maledice. Ama e perdona. Ama e richiama. Oh! Maternità di Maria martire! Maternità sublime quanto la tua virginea e divina! Di quest’ultima ti ha fatto dono Iddio! Ma della prima tu, Madre santa, Corredentrice, ti sei fatta dono, perché tu, tu sola hai saputo, in quell’ora, col cuore franto dai flagelli che mi avevano franto le carni, dire a Giuda quelle parole; tu, tu sola hai saputo, in quell’ora, mentre sentivi già la croce spaccarti il cuore, amare e perdonare.

Maria: la nuova Eva. Essa vi insegna la nuova religione, che spinge l’amore a perdonare chi uccide un figlio. Non siate come Giuda, che a questa Maestra di Grazia chiude il cuore e dispera dicendo: “Egli non mi può perdonare”, mettendo in dubbio le parole della Madre della Verità e perciò le mie parole, che avevano sempre ripetuto che Io ero venuto per salvare e non perdere. Per perdonare a chi a Me veniva pentito. Maria, nuova Eva, ha anche Ella avuto da Dio un nuovo figlio “in luogo di Abele ucciso da Caino”. Ma non lo ebbe con un ora di gioia brutale, che rende assopito il dolore sotto i vapori del senso e le stanchezze dell’appagamento. Lo ebbe in un’ora di dolore totale, ai piedi di un patibolo, fra i rantoli del Morente che le era Figlio, gli improperi di una folla deicida e una desolazione immeritata e totale, poiché anche Dio non più la consolava. La vita nuova incomincia per l’Umanità e per i singoli uomini da Maria. Nelle sue virtù e nel suo modo di vivere è la vostra scuola. E nel suo dolore, che ebbe tutti i volti, anche quello del perdono all’uccisore del suo Figlio, è la salvezza vostra».

Dice Gesù: «Un giorno ti parlerò ancora di Caino e dei Progenitori. Vi è molto da dire e da meditare».

5 aprile 1944.

Dice Gesù: «Nella Genesi si legge: “Allora Adamo pose alla sua moglie il nome di Eva, essendo essa la madre di tutti i viventi”. Oh! sì. La donna era nata dalla “Virago” che Dio aveva formata per compagna di Adamo, traendola dalla costola dell’uomo. Era nata col suo destino doloroso perché aveva voluto nascere. Perché aveva voluto conoscere ciò che Dio le aveva occultato riserbandosi la gioia di darle la gioia di posterità senza avvilimento di senso. La compagna di Adamo aveva voluto conoscere il bene che si cela nel male e, soprattutto, il male che si cela nel bene, nell’apparente bene. Poiché, sedotta come era da Lucifero, aveva appetito a conoscenze che solo Dio poteva conoscere senza pericolo, e si era fatta creatrice. Ma, usando questa forza di bene indegnamente, l’aveva corrotta in atto di male, perché disubbidienza a Dio e malizia e ingordigia della carne. Ormai ella era la “madre”. Pianto infinito delle cose intorno all’innocenza della loro regina profanata! E pianto desolato della regina sulla sua profanazione, di cui comprende l’entità e l’impossibile annullamento! Se le tenebre e i cataclismi accompagnarono la morte dell’Innocente, anche tenebra e bufera accompagnarono la morte dell’Innocenza e della Grazia nei cuori dei Progenitori. Era nato il Dolore sulla Terra. E la Provvidenza di Dio non lo volle eterno, dandovi dopo anni di dolore la gioia di uscire dal dolore per entrare nella gioia, se sapete vivere con animo retto. Guai all’uomo se avesse dovuto farsi umanamente padrone della vita! E vivere col ricordo dei suoi delitti e il continuo aumento degli stessi, poiché vivere senza peccare vi è più impossibile che vivere senza respirare, creature che eravate state create per conoscere la Luce, e che la Tenebra ha avvelenato di sé facendovi sue vittime. La Tenebra! Essa vi circuisce continuamente. Vi avviluppa ridestando quanto il Sacramento ha cancellato e, poiché voi ad essa non opponete volontà d’esser di Dio, riesce a riavvelenarvi del suo veleno, che il Battesimo aveva reso innocuo. Dio Padre allontanò l’uomo, della cui disubbidienza erano palesi i segni, dal luogo delle paradisiache delizie, affinché non peccasse un’altra volta e più ancora alzando la mano ladra all’albero di Vita. Non si poteva più fidare il Padre dei suoi figli, né sentirsi sicuro nel suo terrestre Paradiso. Satana vi era penetrato una volta per insidiargli le creature predilette e, se aveva potuto indurli alla colpa quando erano innocenti, con agio maggiore l’avrebbe potuto rifare ora che innocenti non erano più. L’uomo aveva tutto voluto possedere, non lasciando a Dio il tesoro d’esser il Generatore. Se ne andasse perciò con la sua ricchezza acquistata con violenza e se la portasse seco sulla terra d’esilio, a farlo sempre memore del suo peccato, re avvilito e spogliato dei suoi doni. La creatura paradisiaca era divenuta creatura terrestre. E dovevano passare secoli di dolore per- ché l’Unico che potesse stendere la mano al frutto di Vita venisse e cogliesse per tutta l’Umanità tal frutto. Lo cogliesse con le sue mani trafitte e lo desse agli uomini perché tornassero coeredi del Cielo e possessori della Vita che non muore in eterno.

Dice ancora la Genesi: “Adamo poi conobbe la sua moglie Eva”. Avevano voluto conoscere i segreti del bene e del male. Giusto era che conoscessero ora anche il dolore di dover riprodurre se stessi nella carne avendo l’aiuto di Dio unicamente per ciò che l’uomo non può creare: lo spirito, scintilla che da Dio si parte, soffio che da Dio si infonde, sigillo che sulla carne appone il segno del Creatore eterno. Ed Eva partorì Caino. Eva era carica della sua colpa. Richiamo qui la vostra attenzione su un fatto che sfugge ai più. Eva era carica della sua colpa. Né il dolore era ancora stato subìto in misura sufficiente a diminuire la sua colpa. Come organismo carico di tossine, ella aveva trasmesso al figlio quanto pullulava in lei. E Caino, primo figlio d’Eva, era nato duro, invidioso, iracondo, lussurioso, perverso, di poco dissimile alle belve rispetto all’istinto, di molto superiore rispetto al soprannaturale, perché nel suo io feroce egli negava rispetto a Dio che guardava come un nemico, credendosi lecito di non averne culto sincero. Satana lo aizzava a deridere Dio. E chi deride Dio non rispetta nessuno al mondo. Onde coloro che sono a contatto coi derisori dell’Eterno conoscono l’amaro del pianto, per- ché non vi è per loro speranza di amore riverente nella prole, non sicurezza di amore fedele nel consorte, non certezza di amicizia onesta nell’amico. Lacrime e lacrime rigarono il volto di Eva e rigarono il suo cuore per la durezza del figlio, gettando nel suo cuore il germe del pentimento. Lacrime e lacrime che le ottennero una diminuzione di colpa, perché Dio al dolore di chi si pente perdona. E il secondogenito di Eva ebbe l’anima lavata nel pianto della madre, e fu dolce e rispettoso verso i genitori, e devoto al Signore suo, di cui sentiva l’onnipotenza raggiare dai Cieli. Era la gioia della decaduta. Ma il cammino del dolore di Eva doveva esser lungo e doloroso, proporzionato al suo cammino nell’esperienza di peccato. In questo, fremito di sensi. In quello, fremito di spasimi. In questo, baci. In quello, sangue. Da questo, un figlio. Da quello, la morte di un figlio. Del prediletto per la sua bontà. Abele diviene strumento di purificazione per la colpevole. Ma quale dolorosa purificazione! Essa empì dei suoi ululi la Terra esterrefatta per il fratricidio e mescolò le lacrime di una madre al sangue di un figlio, mentre colui che l’aveva sparso, in odio a Dio e al fratello amato da Dio, fuggiva inseguito dal suo rimorso. Dice il Signore a Caino: “Perché sei irritato?”. Perché, se tu manchi verso di Me, ti irriti che Io non ti guardi benigno? Quanti Caini sono sulla Terra! Essi mi danno un culto derisore e ipocrita o non me ne danno affatto, e vogliono che Io li guardi con amore e li colmi di felicità. Dio è vostro Re. Non vostro servo. Dio è vostro Padre. Ma un padre non è mai un servo, se si giudica secondo giustizia. Dio è giusto. Voi non lo siete. Ma Egli lo è. E non può certo, poiché vi colma a dismisura dei suoi benefici sol che lo amiate un poco, non darvi i suoi castighi poiché tanto lo schernite. La Giustizia non conosce due vie. Una è la sua via. Tale fate e tale avete. Se siete buoni, avete bene. Se siete malvagi, avete male. E, credetelo, è sempre molto più il bene che avete rispetto al male che dovreste avere per la vostra maniera di vivere in ribellione alla Legge divina. É detto da Dio: “Non è vero che se farai bene avrai bene e se farai male il peccato sarà subito alla tua porta?”. Infatti il bene porta ad una costante elevazione spirituale e rende sempre più capaci di compiere un bene sempre più grande, sino ad attingere la perfezione e divenire santi. Mentre basta cedere al male per degradarsi e allontanarsi dalla perfezione, conoscere il dominio del peccato che entra nel cuore e lo fa scendere per gradi a sempre maggiore colpevolezza. “Ma”, dice ancora Dio, “ma sotto di te sarà il desiderio di esso e tu lo devi dominare”. Sì. Dio non vi ha fatto schiavi del peccato. Le passioni sono sotto di voi. Non sopra di voi. Dio vi ha dato intelligenza e forza di dominarvi. Anche ai primi uomini, colpiti dal rigore di Dio, Egli ha lasciato intelligenza e forza morale. Ora, poi, da quando il Redentore ha consumato per voi il Sacrificio, voi avete ad aiuto dell’intelligenza e forza i fiumi della Grazia e potete, e dovete dominare il desiderio del male.

Con la vostra volontà fortificata dalla Grazia lo dovete fare. Ecco perché gli angeli della mia Nascita cantarono alla Terra: “Pace agli uomini di buona volontà”. Io ero venuto per riportarvi la Grazia e, mediante il connubio di essa con la vostra buona volontà, sarebbe venuta agli uomini la Pace. La Pace: gloria del Cielo di Dio. “E Caino disse al fratello: ‘Andiamo fuori’.” Menzogna che cela sotto un sorriso il tradimento che uccide. La delinquenza è sempre menzognera. Verso le sue vittime e verso il mondo che cerca ingannare. E vorrebbe ingannare anche Dio. Ma Dio legge nei cuori. “Andiamo fuori”. Tanti secoli dopo, uno disse: “Salve, Maestro”, e lo baciò. I due Caini nascosero il delitto sotto un’apparenza innocua e sfogarono l’invidia, l’ira, la prepotenza loro e tutti i malvagi istinti, sulla vittima, perché non avevano dominato se stessi, ma del proprio io corrotto avevano fatto schiavo lo spirito. Eva sale nell’espiazione. Caino scende verso l’inferno. La disperazione lo prende e ve lo sprofonda. E con la disperazione, ultimo colpo mortale allo spirito già languente per il suo delitto, viene la paura fisica, vile, della punizione umana. Non più essere memore del Cielo, l’uomo dall’anima morta è un animale che trema per la sua vita animale. La morte, il cui aspetto è sorriso per i giusti poiché per essa essi vanno alla gioia del possesso di Dio, è terrore a coloro che sanno che morire vuol dire passare dall’inferno del cuore all’Inferno di Satana in eterno. E come allucinati vedono dovunque vendetta pronta a colpirli.

Ma sappiate -parlo ai giusti- sappiate che se il rimorso e le tenebre di un cuore colpevole permettono e fomentano le allucinazioni del peccatore, a nessuno è lecito erigersi a giudice del fratello e tanto meno a giustiziere. Uno solo è Giudice: Dio. E se la giustizia dell’uomo ha creato i suoi tribunali, ad essi occorre deferire il compito di amministrare giustizia, e guai a coloro che profanano tal nome e giudicano per aculeo di passione propria o per pressione di potenze umane. Maledizione a chi si fa giustiziere privato di un suo simile! Ma maledizione ancor più grande a chi, senza coefficiente di impulsivo sdegno ma per freddo calcolo umano, manda a morte o a disonore di carcere senza giustizia. Ché, se a colui che uccide chi uccise sarà dato castigo sette volte più grande, come disse il Signore sarebbe avvenuto di chi colpiva Caino, colui che senza giustizia condanna, per asservimento a Satana in veste di Prepotere umano, sarà colpito settantasette volte dal rigore di Dio. Questo occorrerebbe aver sempre presente, e specie in quest’ora, uomini che vi uccidete a vicenda per fare dei caduti la base del vostro trionfo, e non sapete che vi scavate sotto i piedi il trabocchetto in cui precipiterete maledetti da Dio e dagli uomini. Poiché Io ho detto: “Non ucciderai”. Eva sale sul suo cammino di espiazione. Il pentimento cresce in lei davanti alle prove del suo peccato. Volle conoscere il bene e il male. E il ricordo del bene perduto le è come il ricordo del sole ad uno subitamente accecato; e il male le sta davanti nella spoglia del figlio ucciso e intorno per il vuoto lasciato dal figlio omicida e fuggiasco. E nasce Set. E, da Set, Enos. Il primo sacerdote. Voi vi gonfiate la mente dei fumi della vostra scienza e parlate di evoluzione come di un segno della vostra formazione spontanea. L’uomo-animale evolvendosi raggiungerà il superuomo. Dite così. Sì. Così è. Ma a modo mio. Nel campo mio. Non nel vostro. Non passando dalla sorte di quadrumani a quella di uomini. Ma passando da quella di uomini a quella di spiriti. Tanto più crescerà lo spirito e tanto più vi evolverete. Voi che parlate di ghiandole, e vi empite la bocca parlando di ipofisi o pineale, e mettete in essa la sede della vita, presa non nel tempo che la vivete ma nei tempi che hanno preceduto e che susseguiranno la vostra vita attuale, sappiate che la vera ghiandola vostra, quella che fa di voi i possessori eterni della Vita, è lo spirito vostro. Più questo sarà sviluppato e più possederete le luci divine e vi evolverete da uomini a dèi, immortali dèi, ottenendo così, senza contravvenire al desiderio di Dio, al suo comando circa l’albero di Vita, di possedere questa Vita proprio come Dio vuole la possediate, poiché Egli per voi l’ha creata eterna e fulgida, abbraccio beatifico con la sua eternità che vi assorbe in sé e vi comunica le sue proprietà. Più lo spirito sarà evoluto e più conoscerete Dio.

Conoscere Dio vuol dire amarlo e servirlo, e perciò esser capaci di invocarlo per sé e per gli altri. Divenire perciò i sacerdoti che dalla Terra pregano per i fratelli. Poiché è sacerdote il consacrato. Ma lo è anche il credente convinto, amoroso, fedele. Lo è soprattutto l’anima vittima che immola se stessa per impulso di carità. Non è l’abito, ma l’animo quello che Dio osserva. E in verità vi dico che, agli occhi miei, appaiono molti tonsurati che di sacerdotale non hanno che la tonsura e molti laici nei quali la Carità, che li possiede e dalla quale si lasciano consumare, è Olio dell’ordinazione che fa di essi i miei sacerdoti, ignoti al mondo ma noti a Me che li benedico».

 

Adamo e Eva, Adamo e Eva, Adamo e Eva, Adamo e Eva, Adamo e Eva, Adamo e Eva, Adamo e Eva, Adamo e Eva, Adamo e Eva, Adamo e Eva, Adamo e Eva, Adamo e Eva, Adamo e Eva, Adamo e Eva, Adamo e Eva, Adamo e Eva, Adamo e Eva, Adamo e Eva, Adamo e Eva, Adamo e Eva, Adamo e Eva, Adamo e Eva, Adamo e Eva, Adamo e Eva, Adamo e Eva, Adamo e Eva, Adamo e Eva, Adamo e Eva, Adamo e Eva, Adamo e Eva, Adamo e Eva, Adamo e Eva, Adamo e Eva, Adamo e Eva, Adamo e Eva, Adamo e Eva, Adamo e Eva, Adamo e Eva, Adamo e Eva, Adamo e Eva, Adamo e Eva, Adamo e Eva, Adamo e Eva, Adamo e Eva, Adamo e Eva, Adamo e Eva, Adamo e Eva, Adamo e Eva, Adamo e Eva, Adamo e Eva, Adamo e Eva, Adamo e Eva, Adamo e Eva, Adamo e Eva, 

Giovani il segno dei tempi

Giovani il segno dei tempi

Giovani e il segno dei tempi

Giovani e il segno dei tempi

Giovani il segno dei tempi. Ciao a tutti, è un po di tempo che non pubblico un nuovo articolo sul blog, sapete, mi sono detto: nella mia vita non sono capace a far nulla di buono. Allora ho pensato, o meglio, sono stato suggestionato dall’antico verme, che forse sarebbe stato il caso di non andare avanti con il blog. Ma dagli ultimi avvenimenti della mia vita e dalla sempre maggior forza che proviene dalla presenza della Spirito Paraclito, ecco, sono giunto a una conclusione, e cioè che: è vero, sono un buono a nulla, non sono capace a fare l’elemosina, non sono capace a dare conforto, non sono capace a parlar di Dio, insomma, sono un inutile servo. Ma so una cosa di me, e questa la posso affermare con certezza e fermezza, che io sono di Gesù. A Lui solo voglio appartenere, e non importa le cose che io non sono capace di fare, ma importa essenzialmente ciò che io sono capace di fare. Cioè scrivo, anche se non sono un poeta o un giornalista, lo faccio a modo mio e lo devo fare. Ognuno deve dare quel poco che ha, e tanto basta a Dio, che vedendo la nostra pochezza certo, ma anche la nostra buona volontà, si curva sulla nostra miseria e con la Sua Grazia, ricolma le nostre mancanze, affinchè risultiamo pieni di tutto ciò che necessita all’uomo per andare avanti in questa landa desolata che è la nostra vita su questa terra.

Ora voglio rivolgermi agli accusatori, a tutte quelle persone che la sanno lunga su tutto, e che credono che la gente come mè che crede in Dio sia solo sognatrice, mentre loro, gli intelligenti del mondo se la ridono e ci beffano. Ecco io dico a voi miei poveri fratelli dal pensiero deviato, di correggervi e di pensare a questo che vi stò per dire: Dio ha creato l’uomo, poi ha creato gli animali e l’uomo già che era prima degli animali per volere di Dio ha dato nome a ogni specie di animale creato e l’uomo fu messo a dominatore di tutti gli animali. Dopo, e soltanto dopo quando a Dio piacque fu creata la donna, degna compagna dell’uomo che era re della terra e dominatore di tutti gli animali. Quindi chi crede che l’uomo discenda dalle scimmie, no, non è un sognatore purtroppo, è uno stolto, perchè l’uomo già era, prima che la scimmia fosse. Tutte le cose scritte sui libri di storia, non sono altro che congetture di gente che ha studiato una vita queste cose, che è andato alla ricerca dei fossili, che ha cercato di capire quello che trovava, ma che in sostanza non ha fatto altro che dare la sua interpretazione a quello che ha trovato. Un’interpretazione dove spesso i conti non tornano, ma dove si evince con certezza la loro arrogante presunzione di voler imporre alle masse ciò che è semplicemente una loro congettura. Un uomo senza Dio dà risultati degni di se stesso. Ecco in Italia, sparsi sul territorio abbiamo zoo vecchissimi, dove sono conservati in vita diverse razze di scimmie, e che ormai al loro interno hanno visto susseguirsi diverse generazioni, porgo questa domanda a questi intelligenti della terra: quante scimmie si sono evolute da diventare quanto meno simili agli esseri umani? La risposta è: nessuna. Nessuna scimmia si è mai evoluta in passato e nessuna scimmia mai si evolverà in futuro. Altro che sognatori, ve l’ho già detto, stolti siete. Il vostro egoismo e la vostra superbia vi sono di ostacolo per vedere la Verità.

Prima abbiamo parlato dell’uomo, ora invece parliamo degli animali. Ho detto che l’uomo è stato creato prima, e poi gli animali, l’uomo ha ricevuto lo Spirito di Vita da Dio suo Creatore, ed ecco perchè si dice che l’uomo è simile a Dio, non perchè gli somiglia fisicamente, ma perchè la cosa essenziale che all’uomo da la vita è quello Spirito infuso alla Creazione. Dio è puro Spirito ecco perchè siamo figli di Lui, perchè Egli è Padre del nostro Spirito. Questo non avviene negli animali, i quali sono stati creati per servire l’uomo e che posseggono solo una forma vitale, la quale cessa con il loro ultimo respiro. Questo non lo dico io, misero uomo, ma ce lo dice Gesù, e se lo dice Gesù segno è, che è così. Il segno dei tempi non è che questo: l’uomo che con la sua povera e manchevole intelligenza si oppone a Dio suo Padre e Creatore, l’uomo che per la sua intelligenza non ama, l’uomo che per la sua intelligenza uccide, l’uomo che, sempre con la sua intelligenza, si uccide. Questo è cari Giovani il segno dei tempi, e li stiamo vivendo.
Il Signore Iddio nostro Creatore ci illumini e ci guidi verso la Verità e la Salvezza. Per Amore della Vergine Maria Santissima. La Benedizione di Dio Onnipotente su tutti noi, nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo. Amen

Giovani il segno dei tempi, Giovani il segno dei tempi, Giovani il segno dei tempi, Giovani il segno dei tempi, Giovani il segno dei tempi, Giovani il segno dei tempi, Giovani il segno dei tempi, Giovani il segno dei tempi, Giovani il segno dei tempi, Giovani il segno dei tempi, Giovani il segno dei tempi, Giovani il segno dei tempi, Giovani il segno dei tempi, Giovani il segno dei tempi, Giovani il segno dei tempi, Giovani il segno dei tempi, Giovani il segno dei tempi, Giovani il segno dei tempi, Giovani il segno dei tempi, Giovani il segno dei tempi, 

Siamo tutti uguali

Siamo tutti uguali

Siamo tutti uguali

Siamo tutti uguali

Siamo tutti uguali – Gesù è salito su una cassa messa contro una parete. È perciò ben visibile a tutti. Il suo dolce saluto si è già sparso nell’aria ed è stato seguito dalle parole: «Figli di un unico Creatore, udite»; poi prosegue nel silenzio attento della gente.
«Il tempo della Grazia per tutti è venuto non solo ad Israele ma per tutto il mondo. Uomini ebrei, qui per ragioni diverse, proseliti, fenici, gentili, tutti, udite la Parola di Dio, comprendete la Giustizia, conoscete la Carità. Avendo Sapienza, Giustizia e Carità, avrete i mezzi di giungere al Regno di Dio, a quel Regno che non è esclusività dei figli di Israele, ma è di tutti coloro che ameranno d’ora in poi il vero, unico Dio, e crederanno nella parola del suo Verbo. Udite. Io sono venuto da tanto lontano non con mire di usurpatore né con violenza da conquistatore. Sono venuto solamente per essere il Salvatore delle anime vostre. I domìni, le
ricchezze, le cariche non mi seducono. Sono nulla per Me e non le guardo neppure. Ossia le guardo per commiserarle, perché mi fanno compassione, essendo tante catene per tenere prigioniero il vostro spirito impedendogli di venire al Signore eterno, unico, universale, santo e
benedetto. Le guardo e le avvicino come le più grandi miserie. E cerco di guarirle del loro affascinante e crudele inganno che seduce i figli dell’uomo, perché essi possano usarle con giustizia e santità, non come armi crudeli che feriscono e uccidono l’uomo, e per primo sempre lo
spirito di chi non santamente le usa. Ma, in verità vi dico, mi è più facile guarire un corpo deforme che un’anima deforme; mi è più facile dare luce alle pupille spente, sanità ad un corpo morente, che non luce agli spiriti e
salute alle anime malate. Perché ciò? Perché l’uomo ha perso di vista il vero fine della sua vita e si occupa di ciò che è transitorio. L’uomo non sa o non ricorda o, ricordando, non vuole ubbidire a questa santa ingiunzione del Signore e – dico anche per i gentili che mi ascoltano – del
fare il bene, che è bene in Roma come in Atene, in Gallia come in Africa, perché la legge morale esiste sotto ogni cielo e in ogni religione, in ogni retto cuore. E le religioni, da quella di Dio a quella della morale singola, dicono che la parte migliore di noi sopravvive, e a seconda di come
ha agito sulla Terra avrà sorte dall’altra parte. Fine dunque dell’uomo è la conquista della pace nell’altra vita, non la gozzoviglia, l’usura,
la prepotenza, il piacere, qui, per poco tempo, scontabili per una eternità con tormenti ben duri. Ebbene l’uomo non sa, o non ricorda, o non vuole ricordare questa verità. Se non la sa, è meno colpevole. Se non la ricorda, è colpevole alquanto, perché la verità deve essere tenuta
accesa come fiaccola santa nelle menti e nei cuori. Ma, se non la vuole ricordare, e quando essa fiammeggia egli chiude gli occhi per non vederla, avendola odiosa come la voce di un retore pedante, allora la sua colpa è grave, molto grave. Eppure Dio la perdona, se l’anima ripudia il suo male agire e propone di perseguire, per il resto della vita, il fine vero dell’uomo, che è conquistarsi la pace eterna nel Regno del Dio vero.
Avete fino ad ora seguito una mala strada? Avviliti, pensate che è tardi per prendere la via giusta? Desolati, dite: “Io non sapevo nulla di questo! Ed ora sono ignorante e non so fare”? No.
Non pensate che sia come delle cose materiali e che occorra molto tempo e molta fatica per rifare il già fatto ma con santità. La bontà dell’eterno, vero Signore Iddio, è tale che non vi fa certo ripercorrere a ritroso la via fatta, per rimettervi al bivio dove voi, errando, avete lasciato
il giusto sentiero per l’ingiusto. È tanta che, dal momento che voi dite: “Io voglio essere della Verità”, ossia di Dio perché Dio è Verità, Dio, per un miracolo tutto spirituale, infonde in voi la Sapienza, per cui voi da ignoranti divenite possessori della scienza soprannaturale, ugualmente
a quelli che da anni la possiedono. Sapienza è volere Dio, amare Dio, coltivare lo spirito, tendere al Regno di Dio ripudiando tutto ciò che è carne, mondo e Satana. Sapienza è ubbidire alla legge di Dio che è legge di carità, di ubbidienza, di continenza, di onestà. Sapienza è amare Dio con tutti sé stessi, amare il prossimo come noi stessi. Questi sono i due indispensabili elementi per essere sapienti della Sapienza di Dio. E nel prossimo sono non solo quelli del nostro sangue o della nostra razza e
religione, ma tutti gli uomini, ricchi o poveri, sapienti o ignoranti, ebrei, proseliti, fenici, greci, romani…».
Gesù è interrotto da un minaccioso urlo di certi scalmanati. Li guarda e dice: «Sì. Questo è l’amore. Io non sono un maestro servile. Io dico la verità perché così devo fare per seminare in voi il necessario alla Vita eterna. Vi piaccia o non vi piaccia, ve lo devo dire, per fare il mio
dovere di Redentore. A voi fare il vostro di bisognosi di Redenzione. Amare il prossimo, dunque. Tutto il prossimo. Di un amore santo. Non di un losco concubinaggio di interessi, per cui è “anatema” il romano, il fenicio o il proselite, o viceversa, finché non c’è di mezzo il senso o il
denaro, mentre, se brama di senso o utile di denaro sorgono in voi, “anatema” più non è…». Altro rumoreggiare della folla, mentre i romani, dal loro posto nell’atrio, esclamano: «Per Giove! Parla bene costui!».
Gesù lascia calmare il rumore e riprende:  «Amare il prossimo come vorremmo essere amati. Perché a noi non fa piacere essere mal-
trattati, vessati, derubati, oppressi, calunniati, insolentiti.
La stessa suscettibilità nazionale o singola hanno gli altri. Non facciamoci dunque a vicenda il male che non vorremmo ci fosse fatto. Sapienza è ubbidire ai dieci comandi di Dio:

“Io sono il Signore Iddio tuo. Non avere altro dio all’infuori di Me. Non avere idoli, non dare loro culto.

Non usare il Nome di Dio invano. È il Nome del Signore Iddio tuo, e Dio punirà chi lo usa senza ragione o per imprecazione o per convalida ad un peccato.

Ricordati di santificare le feste. Il sabato è sacro al Signore che in esso si riposò della Creazione e lo ha benedetto e santificato.

Onora il padre e la madre affinché tu viva in pace lungamente sulla terra ed eternamente in Cielo.

Non ammazzare.

Non fare adulterio.

Non rubare.

Non dire il falso contro il tuo prossimo.

Non desiderare la casa, la moglie, il servo, la serva, il bue, l’asino, né altra cosa che appartenga al tuo prossimo”.

Questa è la Sapienza. Chi fa ciò è sapiente e conquista la Vita e il Regno senza fine. Da oggi, dunque, proponete di vivere secondo Sapienza, anteponendo questa alle povere cose della Terra.
Che dite? Parlate. Dite che è tardi? No.         Udite una parabola.

Un padrone, allo spuntare di un giorno, uscì per assoldare degli operai per la sua vigna e pattuì con loro un denaro al giorno. Uscito all’ora di terza nuovamente e pensando che i lavoratori presi ad opera erano pochi,
vedendo sulla piazza altri sfaccendati in attesa di chi li prendesse, li prese e disse: “Andate nella mia vigna e vi darò quello che ho promesso agli altri”. E quelli andarono. Uscito a sesta e a nona, ne vide altri ancora e disse loro: “Volete lavorare alle mie dipendenze? Io do un denaro al giorno ai miei lavoratori”. Quelli accettarono e andarono.
Uscito infine verso l’undecima ora, vide altri stare dimessi all’ultimo sole. “Che fate qui, così oziosi? Non vi fa vergogna stare senza fare nulla per tutto il giorno?”, chiese loro. “Nessuno ci ha presi a giornata. Avremmo voluto lavorare e guadagnarci il cibo. Ma nessuno ci chiamò alla sua vigna”. “Ebbene, io vi chiamo alla mia vigna. Andate e avrete la mercede degli altri”. Così disse, perché era un buon padrone ed aveva pietà dell’avvilimento del suo prossimo. Venuta la sera e finiti i lavori, l’uomo chiamò il suo fattore e disse: “Chiama i lavoratori e paga la loro mercede, secondo che ho fissato, cominciando dagli ultimi, che sono i più bisognosi non avendo avuto nel giorno il cibo che gli altri hanno una o più volte avuto e che, anche, sono quelli che per riconoscenza verso la mia pietà hanno più di tutti lavorato; io li osservavo, e licenziali, che vadano al riposo meritato, godendo con i famigliari i frutti del loro lavoro”. E il
fattore fece come il padrone ordinava, dando ad ognuno un denaro.
Venuti per ultimi quelli che lavoravano dalla prima ora del giorno, rimasero stupiti di avere essi pure un solo denaro e fecero delle lagnanze fra di loro e col fattore, il quale disse: “Ho avuto quest’ordine. Andate a lagnarvi dal padrone e non da me”. E quelli andarono e dissero:
“Ecco, tu non sei giusto! Noi abbiamo lavorato dodici ore, prima fra la guazza e poi al sole cocente e poi da capo nell’umido della sera, e tu ci hai dato come a quei poltroni che hanno lavorato una sola ora!… Perché ciò?”. E uno specialmente alzava la voce, dicendosi tradito e sfruttato indegnamente. “Amico, e in che ti faccio torto? Cosa ho pattuito con te all’alba? Una giornata di continuo lavoro e per mercede di un denaro. Non è vero?”. “Sì. È vero. Ma tu lo stesso hai dato a quelli, per tanto lavoro di meno…”. “Tu hai acconsentito a quella mercede parendoti buona?”.
“Sì. Ho acconsentito perché gli altri davano anche meno”. “Fosti seviziato qui da me?”. “No, in coscienza no”. “Ti ho concesso riposo lungo il giorno e cibo, non è vero? Tre pasti ti ho dato. E cibo e riposo non erano pattuiti. Non è vero?”. “Sì, non erano pattuiti”. “Perché allora li hai accettati?”.
“Ma… Tu hai detto: ‘Preferisco così per non farvi stancare tornando alle case’. E a noi non parve vero… Il tuo cibo era buono, era un risparmio, era…”. “Era una grazia che vi davo gratuitamente e che nessuno poteva pretendere. Non è vero?”. “È vero”. “Dunque vi ho beneficati. Perché allora vi lamentate? Io dovrei lamentarmi di voi che, comprendendo di avere a che fare con un padrone buono, lavoravate pigramente, mentre costoro, venuti dopo di voi, con beneficio di un solo pasto, e gli ultimi di nessun pasto, lavorarono con più lena, facendo in meno tempo lo stesso lavoro fatto da voi in dodici ore. Traditi vi avrei se vi avessi dimezzata la mercede per pagare anche questi. Non così. Perciò piglia il tuo e
vattene. Vorresti in casa mia venirmi ad imporre ciò che ti pare? Io faccio ciò che voglio e ciò che è giusto. Non volere essere maligno e tentarmi all’ingiustizia. Buono io sono”.  Voi tutti che mi ascoltate, in verità vi dico che il Padre Iddio a tutti gli uomini fa lo stesso patto e promette l’uguale mercede. Chi con solerzia si mette a servire il Signore sarà trattato da Lui con giustizia, anche se poco sarà il suo lavoro per prossima morte. In verità vi dico che non sempre i primi saranno i primi nel Regno dei Cieli, e che là vedremo degli ultimi essere primi e dei primi essere ultimi. Là vedremo uomini, non di Israele, santi più di molti di Israele.
Io sono venuto a chiamare tutti, in nome di Dio. Ma se molti sono i chiamati pochi sono gli eletti, perché pochi sono coloro che vogliono la Sapienza. Non è sapiente chi vive del mondo e della carne e non di Dio. Non è sapiente né per la Terra, né per il Cielo. Perché sulla Terra si
crea nemici, punizioni, rimorsi. E per il Cielo perde lo stesso in eterno.
Ripeto: siate buoni col prossimo quale esso sia. Siate ubbidienti, rimettendo a Dio il compito di punire chi non è giusto nel comandare. Siate continenti nel sapere resistere al senso e onesti nel sapere resistere all’oro, e coerenti nel dire anatema a ciò che merita, non anatema
quando vi pare, salvo poi stringere contatti con l’oggetto prima maledetto come idea. Non fate agli altri ciò che per voi non vorreste ».

Siamo tutti uguali siamo tutti uguali siamo tutti uguali siamo tutti uguali siamo tutti uguali Siamo tutti uguali siamo tutti uguali siamo tutti uguali siamo tutti uguali siamo tutti uguali Siamo tutti uguali siamo tutti uguali siamo tutti uguali siamo tutti uguali siamo tutti uguali Siamo tutti uguali siamo tutti uguali siamo tutti uguali siamo tutti uguali siamo tutti uguali Siamo tutti uguali siamo tutti uguali siamo tutti uguali siamo tutti uguali siamo tutti uguali Siamo tutti uguali siamo tutti uguali siamo tutti uguali siamo tutti uguali siamo tutti uguali Siamo tutti uguali siamo tutti uguali siamo tutti uguali siamo tutti uguali siamo tutti uguali 

Gesù spiega perchè le malattie

Gesù spiega perchè le malattie

Gesù spiega perchè le malattie

Gesù spiega perchè le malattie

Gesù spiega perchè le malattie. Gesù inizia a parlare. «Si legge nel capo ottavo del secondo dell’Esdra quanto ora Io qui vi ripeto: “Giunto il settimo mese…” (Gesù mi dice: “Non mettere altro. Ripeto integralmente le parole del libro”). Quando è che un popolo rimpatria? Quando ritorna nelle terre dei suoi padri. Io vengo a riportarvi nelle terre del Padre vostro, nel Regno del Padre. E lo posso perché a tanto Io sono stato mandato. Io vengo a portarvi perciò nel Regno di Dio, ed è perciò giusto equipararvi ai rimpatriati con Zorobabele in Gerusalemme, la città del Signore, ed è giusto fare con voi come Esdra lo scriba fece col popolo raccolto di nuovo fra le sacre mura. Perché ricostruire una città dedicandola al Signore, ma non ricostruire le anime che sono simili a tante piccole città di Dio, è stoltezza senza pari. Come ricostruire queste piccole città spirituali che tante ragioni hanno diroccato? Quali materie usare per farle solide, belle, durature? Le materie sono nei precetti del Signore. I dieci comandamenti, e voi li sapete perché Filippo, vostro figlio e mio discepolo, ve li ha ricordati. I due santi fra i santi precetti: “Ama Dio con tutto te stesso. Ama il prossimo come te stesso”. Questi sono il compendio della Legge. E questi Io predico, perché con essi è sicura la conquista del Regno di Dio. Nell’amore si trova la forza di conservarsi santi o di diventarlo, la forza del perdono, la forza dell’eroismo nelle virtù. Tutto si trova nell’amore. Non è la paura quella che salva. La paura del giudizio di Dio, la paura delle sanzioni umane, la paura delle malattie. La paura non è mai costruttiva. Essa scrolla, sgretola, scompagina, dirompe. La paura porta a disperazione, porta solo ad astuzie per celare il malfare, porta solo a temere quando ormai la tema è inutile perché il male è ormai in noi. Chi pensa, mentre è sano, ad agire con prudenza, per pietà del suo corpo? Nessuno. Ma appena il primo brivido di febbre serpeggia per le vene, o una macchia fa pensare a malattie immonde, ecco allora che viene la paura ad essere tormento aggiunto alla malattia, ad essere forza disgregatrice in un corpo che la malattia già disgrega. L’amore invece è costruttore. Esso edifica, solidifica, mantiene compatti, preserva. L’amore porta speranza in Dio. L’amore porta fuga dal malfare. L’amore porta a prudenza verso la propria persona, che non è il centro dell’universo, come lo credono e lo fanno gli egoisti, i falsi amorosi di se stessi perché amano una parte sola, quella meno nobile, a scapito della parte immortale e santa, ma che è sempre doveroso conservare sana fino a che a Dio non piacerà il contrario, per essere utili a se stessi, ai parenti, alla propria città, alla nazione tutta. É inevitabile che vengano le malattie. Né è detto che ogni malattia sia prova di vizio o di punizione. Vi sono le sante malattie mandate dal Signore ai suoi giusti perché nel mondo, che fa di se stesso il tutto e il mezzo del godimento, vi siano i santi che sono come ostaggi di guerra per la salvezza degli altri, e pagano di persona perché sia espiata con la loro sofferenza la dose di colpa che il mondo giornalmente accumula e che finirebbe a crollare sull’umanità, seppellendola sotto la maledizione sua. Vi ricordate del vecchio Mosè orante mentre Giosuè combatteva in nome del Signore? Dovete pensare che chi soffre con santità dà la più grande battaglia al feroce guerriero che sia nel mondo, nascosto sotto apparenze di uomini e popoli, a Satana, il Torturatore, l’Origine di ogni male, e si batte per tutti gli altri uomini. Ma quanta differenza tra queste sante malattie che Dio manda e quelle che sono mandate dal vizio per un peccaminoso amore verso il senso! Le prime, prove della volontà benefica di Dio; le seconde, prove della corruzione satanica. Perciò bisogna amare per essere santi, perché l’amore crea, preserva, santifica. Io pure, annunciandovi questa verità, vi dico, come Nehemia ed Esdra: “Questo giorno è consacrato al Signore Iddio nostro. Non fate lutto, non piangete”. Perché ogni lutto cessa quando si vive il giorno del Signore. La morte cessa la sua asprezza perché da perdita di un figlio, di uno sposo, di un padre, madre o fratello, diviene momentanea e limitata separazione. Momentanea perché con la nostra morte cessa. Limitata perché si limita al corpo, al senso. L’anima nulla perde con la morte del parente estinto. Ma anzi non ne è limitata la libertà che a una delle parti: la nostra di superstiti con l’anima ancora serrata nella carne, mentre l’altra parte, quella già passata alla seconda vita, gode della libertà e della potenza di vegliarci e di ottenerci più, molto più di quando ci amava dalla carcere del corpo. Io vi dico, come Nehemia ed Esdra: “Andate a mangiare pingui carni e a bere dolce vino, e mandatene delle porzioni a quelli che non ne hanno, perché è giorno santo al Signore e perciò nessuno deve soffrire in esso. Non vi attristate, perché il gaudio del Signore, che è fra voi, è la forza di chi riceve la grazia del Signore altissimo fra le proprie mura e nei propri cuori”. Voi non potete più fare i Tabernacoli. Il loro tempo è passato. Ma alzatene di spirituali nei cuori. Salite sul monte, ossia ascendete verso la Perfezione. Cogliete rami d’ulivo, di mirto, di palma, di quercia, d’issopo, di ogni pianta più bella. Rami delle virtù di pace, di purezza, di eroismo, di mortificazione, di fortezza, di speranza, di giustizia, di tutte, tutte le virtù. Ornatevi lo spirito celebrando la festa del Signore. I suoi Tabernacoli vi attendono. I suoi. E sono belli, santi, eterni, aperti a tutti coloro che vivono nel Signore. E insieme con Me, oggi, proponete di fare penitenza sul passato, proponete di prendere una vita nuova. Non temete del Signore. Egli vi chiama perché vi ama. Non temete. Siete suoi figli come ognun d’Israele. Anche per voi Egli ha fatto il Creato e il Cielo, ha suscitato Abramo e Mosè, e aperto il mare, e creata la nuvola di guida, ed è sceso dal Cielo per dare la Legge, e ha aperto le nubi perché piovessero manna, e rese feconde le rupi perché dessero acqua. Ed ora, oh! che ora anche per voi manda il vivo Pane del Cielo alle vostre fami, manda la vera Vite e la Fonte di Vita eterna alle vostre seti. E per mia bocca vi dice: “Entrate a possedere la Terra sulla quale Io ho alzato la mano per darla a voi”. La mia spirituale Terra: il Regno dei Cieli». 7La folla si scambia parole entusiaste… Poi ecco i malati. Tanti. Gesù li fa allineare su due file e, mentre ciò si fa, chiede a Filippo di Arbela: «Perché non li hai guariti tu?». «Perché essi abbiano ciò che io ho avuto: la guarigione per mezzo tuo». Gesù passa benedicendo uno per uno i malati, ed è il solito prodigio che si ripete di ciechi che vedono e sordi che odono, muti che parlano, rattrappiti che si raddrizzano, febbri che cadono, debolezze che cessano.

Gesù cammina sulle acque

Gesù cammina sulle acque.

gesù cammina sulle acque

Gesù cammina sulle acque.

La sua prontezza nel soccorrere chi lo invoca.

È tarda sera, quasi notte, perché ci si vede appena sul sentiero che si inerpica su un poggio su cui sono sparse delle piante che mi paiono di ulivo. Ma, data la luce, non posso assicura- re. Insomma, sono piante non troppo alte, fronzute e contorte come di solito sono gli ulivi. Gesù è solo. Vestito di bianco e col suo manto azzurro cupo. Sale e si interna fra le piante. Cammina di un passo lungo e sicuro. Non sveltamente, ma per la lunghezza del passo fa molta strada anche andando senza fretta. Cammina sinché giunge ad una specie di balcone naturale, dal quale ci si affaccia sul lago tutto quieto sotto al lume delle stelle, che ormai gremiscono il cielo coi loro occhi di luce. Il silenzio avvolge Gesù col suo abbraccio riposante e lo stacca e smemora dalle folle e dalla terra congiungendolo al cielo, che pare scendere più basso per adorare il Verbo di Dio e carezzarlo con la luce dei suoi astri. Gesù prega nella sua posa abituale: in piedi e con le braccia aperte a croce. Ha dietro alle sue spalle un ulivo e pare già crocifisso su questo tronco scuro. Le fronde lo sovrastano di poco, alto come è, e sostituiscono con una parola consona al Cristo il cartello della croce. Là: Re dei giudei. Qui: Principe della pace. Il pacifico ulivo dice giusto a chi sa intendere. Prega a lungo. Poi siede sulla balza che fa base all’ulivo, su un radicone che sporge, e prende la sua attitudine solita, con le mani intrecciate e i gomiti posati sui ginocchi. Medita. Chissà quale divina conversazione Egli intreccia col Padre e lo Spirito in quest’ora in cui è solo e può esser tutto di Dio. Dio con Dio! Mi pare che molte ore passino così, perché vedo che le stelle cambiano zona e molte già sono tramontate ad occidente. Proprio mentre una larva di luce, anzi di luminosità perché non si può ancora chiamare luce, si disegna all’estremo orizzonte dell’est, un brivido di vento scuote l’ulivo. Poi calma. Poi ri- prende più forte. A pause sincopate e sempre più violente. La luce dell’alba, appena appena iniziata, stenta a farsi strada per un accumulo di nubi scure che vengono ad occupare il cielo, spinte da raffiche di vento sempre più forte. Anche il lago non è più quieto. Ma, anzi, mi pare che stia mettendo insieme una burrasca come quella già vista nella visione della tempesta. Il rumore delle fronde e il brontolio delle acque empiono ora lo spazio, poco prima tanto quieto. Gesù si scuote dalla sua meditazione. Si alza. Guarda il lago. Cerca su esso alla luce delle superstiti stelle e della povera alba malata e vede la barca di Pietro, che arranca faticosamente verso la sponda opposta ma che non ce la fa. Gesù si avvolge strettamente nel mantello sollevando il lembo, che cade e che gli darebbe noia nello scendere, sul capo come fosse un cappuccio, e scende di corsa, non per la strada già fatta ma per un sentieruolo rapido che va di- rettamente al lago. Va così velocemente che pare che voli. Giunto sulla riva schiaffeggiata dalle acque, che fanno sul greto tutto un orlo di spuma sonante e fioccosa, prosegue il suo cammino veloce come non camminasse su un elemento liquido e tutto in movimento, ma sul più liscio e solido pavimento della terra. Ora diventa Egli luce. Sembra che tutta la poca luce, che ancora viene dalle rare e morenti stelle e dall’alba burrascosa, si converga su Lui e ne venga raccolta come fosforescenza intorno al suo corpo slanciato. Vola sulle onde, sulle creste spumose, nelle pieghe scure fra onda e onda, a braccia tese in avanti, col manto che si gonfia intorno alle sue gote e che svolazza, per quanto può, così stretto come è al corpo, con un palpito d’ala. Gli apostoli lo vedono e gettano un grido di paura che il vento porta verso Gesù. «Non temete. Sono Io». La voce di Gesù, per quanto abbia il vento contrario, si spande sul lago senza fatica. «Sei proprio Tu, Maestro?», chiede Pietro. «Se sei Tu, dimmi di venirti incontro camminando come Te sulle acque». Gesù sorride. «Vieni», dice semplicemente, come fosse la cosa più naturale del mondo camminare sull’acqua. E Pietro, seminudo come è, ossia con una tunichella corta e senza maniche, fa un salto soprabordo e va verso Gesù. Ma, quando è lontano una cinquantina di metri dalla barca e quasi altrettanto da Gesù, viene preso dalla paura. Fin lì l’ha sorretto il suo impulso d’amore. Ora l’umanità lo soverchia e… trema per la propria pelle. Come uno messo su un suolo scivoloso, o meglio su una sabbia mobile, egli comincia a traballare, ad annaspare, a sprofondare. E più annaspa e ha paura, e più sprofonda. Gesù si è fermato e lo guarda. Serio. Attende. Ma non stende neppure una mano, che ha anzi conserte al petto, e non fa più passo o parola. Pietro sprofonda. Scompaiono i malleoli, gli stinchi, i ginocchi. Le acque son quasi all’ingui- ne, lo superano, montano verso la cintura. E il terrore è sul suo viso. Un terrore che lo paralizza anche nel pensiero. Non è più che una carne che ha paura di affogare. Non pensa neppure di gettarsi a nuoto. Nulla. È inebetito dalla paura. Finalmente si decide a guardare Gesù. E basta che lo guardi perché la sua mente cominci a ragionare, a capire dove è salvezza. «Maestro, Signore, salvami». Gesù disserra le braccia e, quasi portato dal vento o dall’onda, si precipita verso l’apostolo e gli tende la mano dicendo: «Oh, che uomo di poca fede! Perché hai dubitato di Me? Perché hai voluto fare da te?». Pietro, che si è afferrato convulsamente alla mano di Gesù, non risponde. Lo guarda soltanto per vedere se è in collera, lo guarda con un misto di restante paura e di sorgente pentimento. Ma Gesù sorride e lo tiene ben stretto per il polso, sino a che, raggiunta la barca, ne scavalcano il bordo e vi entrano. E Gesù comanda: «Andate a riva. Costui è tutto bagnato». E sorride guardando l’umiliato discepolo. Le onde si spianano per facilitare l’approdo, e la città, vista altra volta dall’alto di una collina, si delinea oltre la riva. La visione mi cessa qui.

Dice Gesù: «Molte volte non attendo neppure d’esser chiamato quando vedo dei miei figli in pericolo. E molte volte accorro anche per chi è meco figlio ingrato. Voi dormite o siete presi dalle cure della vita, dalle sollecitudini della vita. Io veglio e prego per voi. Angelo di tutti gli uomini, Io sto proteso su voi, e nulla m’è più doloroso del non poter intervenire perché voi negate il mio intervento preferendo fare da voi o, peggio, chiedendo aiuto al Male. Come padre che si vede significare da un figlio: “Non ti amo. Non ti voglio. Esci da casa mia”, Io resto umiliato e addolorato come non lo fui per le ferite. Ma, se appena non mi intimate: “Vattene” e siete solo distratti dalla vita, allora Io sono l’eterno Vegliante che è pronto a venire prima ancora d’esser chiamato. E se aspetto che sol mi diciate una parola – qualche volta l’aspetto – è per sentirmi chiamare. Che carezza, che dolcezza sentirmi chiamare dagli uomini! Sentire che si ricordano che sono “Salvatore”! Non ti dico poi che infinita gioia mi penetra e esalta quando v’è chi m’ama e mi chiama anche senza attendere l’ora del bisogno. Mi chiama perché ama Me più d’ogni altro al mondo e sente empirsi di una gioia simile alla mia solo a chiamare: “Gesù, Gesù”, come fanno i bambini quando chiamano: “Mamma, mamma” e sembra loro che miele scenda fra le loro labbra, perché la sola parola “mamma” porta con sé il sapore dei baci materni. «Gli apostoli vogavano ubbidendo al mio comando di andare ad attendermi a Cafarnao. Ed Io, dopo il miracolo dei pani, m’ero isolato dalla folla, non per sdegno di essa o per stanchezza. Non avevo mai sdegno per gli uomini, neppure se erano meco cattivi. Solo quando vedevo calpestata la Legge e profanata la Casa di Dio giungevo allo sdegno. Ma allora non ero Io in causa, ma gli interessi del Padre. Ed Io ero sulla Terra primo dei servi di Dio per servire il Padre dei Cieli. Non ero mai stanco di dedicarmi alle folle, anche se le vedevo così ottuse, tarde, umane, da far cadere il cuore anche ai più fiduciosi nella loro missione. Anzi, proprio perché erano così deficienti, moltiplicavo le mie lezioni all’infinito, li prendevo proprio come scolari tardivi e ne guidavo lo spirito nelle più rudimentali scoperte e iniziazioni, così come un paziente maestro guida le manine inesperte degli scolari a tracciare i primi segni, per renderli sempre più capaci di comprendere e fare. Quanto amore ho dato alle folle! Le pigliavo dalla carne per portarle allo spirito. Anche Io cominciavo dalla carne. Ma, mentre Satana prende da quella per portare all’Inferno, Io prendevo da quella per portare al Cielo. Mi ero isolato per ringraziare il Padre del miracolo dei pani. Avevano mangiato in molte mi- gliaia di persone. E avevo raccomandato di dire “grazie” al Signore. Ma, ottenuto l’aiuto, l’uomo non sa dire “grazie” . Lo dicevo Io per loro. E dopo… E dopo m’ero fuso col Padre mio, del quale avevo una nostalgia d’amore infinita. Ero sulla Terra, ma come una spoglia senza vita. Il mio spirito si era lanciato incontro al Padre mio, che sentivo curvo sul suo Verbo, e gli diceva: “T’amo, o Padre santo!”. Era la mia gioia dirgli: “T’amo”. Dirglielo da Uomo oltre che da Dio. Umiliargli il sentimento dell’uomo così come gli offrivo il mio palpito di Dio. Mi pareva di essere la calamita che attirava a sé tutti gli amori dell’uomo, dell’uomo capace di amare un pochino Iddio, di accumularli e di offrirli nel cavo del mio Cuore. Mi pareva di essere Io solo, l’Uomo, ossia la razza umana, che tornava come nei giorni innocenti a conversare con Dio nel fresco della sera. Ma, per quanto la beatitudine fosse completa poiché era beatitudine di carità, non mi astraeva dai bisogni degli uomini. E avvertii il pericolo dei miei figli sul lago. E lasciai l’Amore per l’amore. La carità deve essere sollecita. Mi hanno preso per un fantasma. Oh! quante volte, poveri figli, mi prendete per un fantasma, un oggetto di paura! Se pensaste sempre a Me, mi riconoscereste subito. Ma avete tante altre larve nel cuore, e questo vi dà il capogiro. Ma Io mi faccio conoscere. Oh! se mi sapeste sentire! Perché affonda Pietro dopo aver camminato per molti metri? Lo hai detto: perché l’umanità gli soverchia lo spirito. Pietro era molto “uomo”. Fosse stato Giovanni, non avrebbe né soverchiamente osato né volubilmente cambiato pensiero. La purezza dà prudenza e fermezza. Ma Pietro era “uomo” in tutta l’estensione del nome. Aveva il desiderio di primeggiare, di far vedere che “nessuno” come lui amava il Maestro, voleva imporsi e, sol perché era uno dei miei, si credeva già al disopra delle debolezze della carne. Invece, povero Simone, nelle prove dava delle controprove non sublimi. Ma era necessario perché fosse poi colui che perpetuava la misericordia del Maestro fra la Chiesa nascente. Pietro non solo si fa prendere il sopravvento dalla paura per la sua vita in pericolo, ma di- viene unicamente, come tu hai detto, “una carne che trema”. Non riflette più, non mi guarda più. Anche voi fate così. E più il pericolo è imminente, e più volete fare da voi. Come se voi poteste fare qualcosa! Mai, come nelle ore in cui dovreste sperare in Me e chiamarmi, vi allontanate, mi serrate il cuore e anche mi maledite. Pietro non mi maledice. Ma mi dimentica, e devo sprigionare imperio di volontà per chiamare a Me il suo spirito: che faccia alzare gli occhi al suo Maestro e Salvatore. Lo assolvo in anticipo dal suo peccato di dubbio perché lo amo, questo uomo impulsivo che, quando sarà confermato in grazia, saprà procedere senza più turbamenti o stanchezze sino al martirio, gettando instancabile, sino alla morte, la sua mistica rete per portare anime al suo Maestro. E quando egli mi invoca, non cammino, volo in suo soccorso e lo tengo stretto per condurlo in salvo. Mite il mio rimprovero perché comprendo tutte le attenuanti di Pietro. Sono il difensore e il giudice più buono che sia e che sarà mai stato. Per tutti. Vi capisco, poveri figli miei! E se anche vi dico una parola di rimprovero, il mio sorriso ve l’addolcisce. Vi amo. Ecco tutto. Voglio che abbiate fede. Ma, se l’avete, vengo e vi porto fuori dal pericolo. Oh! se sapesse la Terra dire: “Maestro, Signore, salvami!”. Basterebbe un grido, ma di tutta la Terra, perché istantaneamente Satana e i suoi esecutori cadessero vinti. Ma non sapete avere fede. Vado moltiplicando i mezzi per portarvi alla fede. Ma essi cadono fra la vostra melma come sasso nella melma di una palude e vi giacciono sepolti. Non volete purificare le acque del vostro spirito, amate esser putrido fango. Non importa. Io faccio il mio dovere di Salvatore eterno. E se anche non potrò salvare il mondo, perché il mondo non vuole esser salvato, salverò dal mondo coloro che, per amarmi come devo esser amato, non sono più del mondo».

 

Gesù cammina sulle acque Gesù cammina sulle acque Gesù cammina sulle acque Gesù cammina sulle acque Gesù cammina sulle acque Gesù cammina sulle acque Gesù cammina sulle acque Gesù cammina sulle acque Gesù cammina sulle acque Gesù cammina sulle acque Gesù cammina sulle acque Gesù cammina sulle acque Gesù cammina sulle acque Gesù cammina sulle acque Gesù cammina sulle acque Gesù cammina sulle acque Gesù cammina sulle acque Gesù cammina sulle acque Gesù cammina sulle acque Gesù cammina sulle acque Gesù cammina sulle acque Gesù cammina sulle acque Gesù cammina sulle acque Gesù cammina sulle acque Gesù cammina sulle acque Gesù cammina sulle acque Gesù cammina Gesù cammina sulle acque Gesù cammina sulle acque Gesù cammina sulle acque Gesù cammina sulle acque Gesù cammina sulle acque Gesù cammina sulle acque Gesù cammina sulle acque Gesù cammina sulle acque Gesù cammina sulle acque Gesù cammina sulle acque Gesù cammina sulle acque Gesù cammina sulle acque Gesù cammina sulle acque Gesù cammina sulle acque Gesù cammina sulle acque Gesù cammina sulle acque Gesù cammina sulle acque Gesù cammina sulle acque Gesù cammina sulle acque Gesù cammina sulle acque Gesù cammina sulle acque Gesù cammina sulle acque Gesù cammina sulle acque Gesù cammina sulle acque Gesù cammina sulle acque Gesù cammina sulle acque Gesù cammina sulle acque Gesù cammina sulle acque Gesù cammina sulle acque Gesù cammina sulle acque Gesù cammina sulle acque Gesù cammina sulle acque Gesù cammina sulle acque Gesù cammina sulle acque Gesù cammina sulle acque Gesù cammina sulle acque Gesù cammina sulle acque Gesù cammina sulle acque Gesù cammina sulle acque Gesù cammina sulle acque 

Chi odia i preti non va a messa

Chi odia i preti non va a messa

Sacerdoti

Chi odia i preti non va a messa

Cari Amici, mi è capitato spesso di ascoltare alcuni dei miei stessi parenti, amici, colleghi che, parlano di dissensi fra loro e il sacerdote del luogo dove vivono, si sente spesso dire che lui (il sacerdote) si comporta male, col suo comportamento allontana le persone piuttosto che avvicinarle, che è altezzoso, che gli piace avere alla sua mensa le autorità e sprezza i miseri. Ho anche sentito dire che taluni sacerdoti hanno anche un listino prezzi per quanto riguarda i vari sacramenti, hanno un prezzo per tutto, dal battesimo al matrimonio, alla benedizione di una casa o anche alla semplice partecipazione di un evento pubblico che richieda una benedizione particolare. E’ vero, tutto questo può accadere, questo genere di sacerdoti può esistere, ma c’è ancora un altro increscioso fatto da dover evidenziare, e cioè che, questa gente che parla e giudica i male comportamenti di tali religiosi, dice anche: io per colpa sua (del sacerdote), non vado più a messa, perchè tutti quelli che ci vanno sono come lui (il sacerdote). Oppure dicono: se devo andare per diventare come lui, preferisco starmene a casa mia a pensare agli affari miei. … Diciamo che non è il massimo, come ragionamento, ma… piuttosto comprensibile. Ecco a tal riguardo, voglio portarvi a conoscenza dell’insegnamento di Gesù, che è Via, Verità e Vita, e che sono insegnamenti tanto antichi e allo stesso tempo eternamente attuali. Che la Pace discenda su te carissimo Amico lettore e che lo Spirito di Sapienza ti illumini a vedere la Verità con gli occhi dell’Amore.

Gesù, verso la metà della Sua vita pubblica, prepara gli Apostoli alla prima Evangelizzazione, e dopo i primi importanti ammaestramenti aggiunge… a insegnamento e monito….

Dico: guai a voi se avete l’apparenza di miei messi e nell’interno siete abbietti e insatanassati. Guai a voi! L’inferno è ancor poco per quello che meritate per il vostro inganno. Ma anche foste contemporaneamente messi di Dio in palese, e rifiuti, pubblicani, ladri, assassini in occulto, o anche un sospetto fosse nei cuori verso di voi, una quasi certezza, vi va dato ancora onore e rispetto perché siete miei messi. L’occhio dell’uomo deve sorpassare il mezzo e vedere il messo e il fine, vedere Dio e la sua opera al di là del mezzo troppo spesso manchevole. Solo in casi di colpa grave, ledente la fede dei cuori, Io per ora, poi chi mi succederà, provvederanno a recidere il membro guasto. Perché non è lecito che per un sacerdote demonio si perdano anime di fedeli. Non sarà mai lecito, per nascondere le piaghe nate nel corpo apostolico, permettere sopravvivenza in esso di corpi incancreniti che col loro aspetto ripugnante allontanano e col loro fetore demoniaco avvelenano. Voi dunque vi informerete quale è la famiglia di vita più retta, là dove le donne sanno stare ritirate e i costumi sono castigati. E là entrerete e dimorerete finché non partiate dal luogo. Non imitate i fuchi che, dopo aver succhiato un fiore, passano ad altro più nutriente. Voi, sia che siate capitati fra persone di buon letto e ricca mensa, o sia che siate capitati in umile famiglia ricca solo di virtù, rimanete dove siete. Non cercate mai il “meglio” per il corpo che perisce. Ma, anzi, date ad esso sempre il peggio, riserbando tutti i diritti allo spirito. E, ve lo dico perché è bene lo facciate, date, sol che lo possiate fare, la preferenza ai poveri per la vostra sosta. Per non umiliarli, per ricordo di Me che sono e resto povero e di esser povero me ne vanto, e anche perché i poveri sono sovente migliori dei ricchi. Troverete sempre poveri giusti, mentre raro sarà trovare un ricco senza ingiustizia. Non avete perciò la scusa di dire: “Non ho trovato bontà altro che nei ricchi” per giustificare la vostra smania di benessere. Nell’atto di entrare nella casa salutate col mio saluto, che è il più dolce che vi sia. Dite: “La pace sia con voi. La pace sia in questa casa”, oppure “la pace venga in questa casa”. Infatti voi, messi di Gesù e della Buona Novella, portate con voi la pace, e la vostra venuta in un luogo è far venire la pace in esso. Se la casa ne è degna, la pace verrà e permarrà in essa; se non ne è degna, la pace tornerà a voi. Però badate di essere voi pacifici onde avere Dio come vostro Padre. Un padre aiuta sempre. E voi, aiutati da Dio, farete tutto, e tutto bene. Può darsi anche, anzi certo avverrà, che vi sarà città o casa che non vi ricevono e non vogliono ascoltare le vostre parole cacciandovi o deridendovi, o anche inseguendovi a colpi di pietra come profeti noiosi. E qui avrete più che mai bisogno di esser pacifici, umili, miti per abito di vita. Perché altrimenti l’ira prenderà il sopravvento e voi peccherete scandalizzando e aumentando l’incredulità dei convertendi. Mentre, se riceverete l’offesa di esser cacciati, derisi, inseguiti, con pace, voi convertirete con la predica più bella: quella silenziosa della virtù vera. Ritroverete un giorno i nemici di oggi sul vostro cammino e vi diranno: “Vi abbiamo cercato perché il vostro modo di agire ci ha fatti persuasi della Verità che annunciate. Vogliate perdonarci e accoglierci per discepoli. Perché noi non vi conoscevamo, ma ora vi conosciamo per santi. Perciò, se santi siete, dovete essere i messi di un santo, e noi crediamo ora in Lui”. Ma, nell’uscire dalla città o casa dove non siete stati accolti, scuotete da voi anche la polvere dei vostri calzari, acciò la superbia e la durezza di quel luogo non si apprenda neppure alle vostre suole. In verità vi dico: nel giorno del Giudizio, Sodoma e Gomorra saranno trattate meno duramente di quella città. Ecco: Io vi mando come pecore fra i lupi. Siate dunque prudenti come le serpi e semplici come le colombe. Perché voi sapete come il mondo, che in verità è più di lupi che di pecore, usa anche con Me che sono il Cristo. Io posso difendermi col mio potere e lo farò finché non è l’ora del trionfo temporaneo del mondo. Ma voi non avete questo potere e vi necessita maggior prudenza e semplicità. Maggiore accortezza, perciò, per evitare per ora carceri e flagellazioni. In verità voi, per ora, nonostante le vostre proteste di volere dare il sangue per Me, non sopportate neppure uno sguardo ironico o iracondo. Poi verrà un tempo in cui sarete forti come eroi contro tutte le persecuzioni, forti più di eroi, di un eroismo inconcepibile secondo il mondo, inspiegabile, e verrà detto “follia”. No, che follia non sarà! Sarà l’immedesimazione per forza di amore dell’uomo con l’Uomo Dio, e voi saprete fare ciò che Io avrò già fatto. Per capire questo eroismo occorrerà vederlo, studiarlo e giudicarlo da piani ultraterreni. Perché è cosa soprannaturale che esula da tutte le restrizioni della natura umana. I re, i re dello spirito saranno i miei eroi, in eterno re ed eroi… In quel tempo vi arresteranno mettendovi le mani addosso, trascinandovi davanti ai tribunali, davanti ai presidi e ai re, onde vi giudichino e vi condannino per il grande peccato, agli occhi del mondo, di essere i servi di Dio, i ministri e tutori del Bene, i maestri delle virtù. E per essere questo sarete flagellati e in mille guise puniti, fino ad essere uccisi. E voi renderete testimonianza di Me ai re, ai presidi, alle nazioni, confessando col sangue che voi amate Cristo, il Figlio vero di Dio vero. Quando sarete nelle loro mani, non vi mettete in pena su ciò che avete a rispondere e di quanto avrete a dire. Nessuna pena abbiate allora che non sia quella dell’afflizione verso i giudici e gli accusatori che Satana travia al punto da renderli ciechi alla Verità. Le parole da dire vi saranno date in quel momento. Il Padre vostro ve le metterà sulle labbra, perché allora non sarete voi che parlerete per convertire alla Fede e professare la Verità, ma sarà lo Spirito del Padre vostro quello che parlerà in voi. Allora il fratello darà la morte al fratello, il padre al figlio, e i figli insorgeranno contro i genitori e li faranno morire. No, non tramortite e non vi scandalizzate! Rispondete a Me. Per voi è più grande delitto uccidere un padre, un fratello, un figlio, o Dio stesso?». «Dio non si può uccidere», dice secco Giuda Iscariota. «È vero. È Spirito imprendibile», conferma Bartolomeo. E gli altri, pur tacendo, sono dello stesso parere. «Io sono Dio, e Carne sono», dice calmo Gesù. «Nessuno pensa ad ucciderti», ribatte l’Iscariota. «Vi prego, rispondete alla mia domanda». «Ma è più grave uccidere Dio! Si intende!». «Ebbene, Dio sarà ucciso dall’uomo, nella Carne dell’Uomo Dio e nell’anima degli uccisori dell’Uomo Dio. Dunque, come si giungerà a questo delitto senza orrore in chi lo compie, parimenti si giungerà al delitto dei padri, dei fratelli, dei figli, contro i figli, i fratelli, i padri. Sarete odiati da tutti a causa del mio Nome. Ma chi avrà perseverato fino alla fine sarà salvo. E quando vi perseguiteranno in una città, fuggite in un’altra. Non per viltà, ma per dare tempo alla neonata Chiesa di Cristo di giungere ad età non più di lattante debole e inetto, ma ad una età maggiore in cui sarà capace di affrontare la vita e la morte senza temere Morte. Quelli che lo Spirito consiglierà a fuggire, fuggano. Come Io sono fuggito quando ero pargolo. In verità, nella vita della mia Chiesa si ripeteranno tutte le vicende della mia vita d’uomo. Tutte. Dal mistero del suo formarsi all’umiltà dei primi tempi, ai turbamenti e insidie date dai feroci, alla necessità di fuggire per continuare a esistere, dalla povertà e dal lavoro indefesso fino a molte altre cose che Io vivo attualmente, che patirò in seguito, prima di giungere al trionfo eterno. Quelli invece che lo Spirito consiglia di rimanere, restino. Perché, anche se cadranno uccisi, essi vivranno e saranno utili alla Chiesa. Perché è sempre bene ciò che lo Spirito di Dio consiglia. In verità vi dico che non finirete, voi e chi vi succederà, di percorrere le vie e le città di Israele prima che venga il Figlio dell’uomo. Perché Israele, per un suo tremendo peccato, sarà disperso come pula investita da un turbine e sparso per tutta la terra, e secoli e millenni, uno dopo un altro uno, e oltre, si succederanno prima che sia di nuovo raccolto sull’aia di Areuna Gebuseo. Tutte le volte che lo tenterà, prima dell’ora segnata, sarà nuovamente preso dal turbine e disperso, perché Israele dovrà piangere il suo peccato per tanti secoli quante sono le stille che pioveranno dalle vene dell’Agnello di Dio immolato per i peccati del mondo. E la Chiesa mia dovrà pure, essa che sarà stata colpita da Israele in Me e nei miei apostoli e discepoli, aprire braccia di madre e cercare di raccogliere Israele sotto il suo manto come una chioccia fa coi pulcini sviati. Quando Israele sarà tutto sotto il manto della Chiesa di Cristo, allora Io verrò. Ma queste saranno le cose future. Parliamo delle immediate. Ricordatevi che il discepolo non è da più del Maestro, né il servo da più del Padrone. Perciò basti al discepolo di essere come il Maestro, ed è già immeritato onore; e al servo di essere come il Padrone, ed è già soprannaturale bontà concedervi che ciò sia. Se hanno chiamato Belzebù il padrone di casa, come chiameranno i suoi servi? E potranno i servi ribellarsi se il Padrone non si ribella, non odia e maledice, ma calmo nella sua giustizia continua la sua opera, trasferendo il giudizio ad altro momento, quando, dopo avere tutto tentato per persuadere, avrà visto in essi l’ostinazione nel Male? No. Non potranno i servi fare ciò che non fa il Padrone, ma bensì imitarlo, pensando che essi sono anche peccatori mentre Egli era senza peccato. Non temete dunque quelli che vi chiameranno: “demoni”. La verità, verrà un giorno che sarà nota e si vedrà allora chi era il “demonio”. Se voi o loro. Non c’è niente di nascosto che non si abbia a rivelare, e niente di segreto che non si abbia a sapere. Quello che ora Io vi dico nelle tenebre e in segreto, perché il mondo non è degno di sapere tutte le parole del Verbo – non è ancora degno di questo, né è ora di dirlo anche agli indegni – voi, quando sarà l’ora che tutto deve esser noto, ditelo nella luce, dall’alto dei tetti gridate ciò che ora Io vi sussurro più all’anima che all’orecchio. Perché allora il mondo sarà stato battezzato dal Sangue, e Satana avrà contro uno stendardo per cui il mondo potrà, volendo, comprendere i segreti di Dio, mentre Satana non potrà nuocere altro che su chi desidera il morso di Satana e lo preferisce al mio bacio. Ma otto parti su dieci del mondo non vorranno comprendere. Solo le minoranze saranno volonterose di sapere tutto per seguire tutto che è mia Dottrina. Non importa. Siccome non si può separare queste due parti sante dalla massa ingiusta, predicate anche dai tetti la mia Dottrina, predicatela dall’alto dei monti, sui mari senza confine, nelle viscere della Terra.  Se anche gli uomini non l’ascolteranno, raccoglieranno le divine parole gli uccelli ed i venti, i pesci e le onde, e ne serberanno l’eco le viscere del suolo per dirlo alle interne sorgenti, ai minerali, ai metalli, e ne gioiranno tutti, perché essi pure sono creati da Dio per essere di sgabello ai miei piedi e di gioia al mio cuore. Non temete coloro che uccidono il corpo ma non possono uccidere l’anima, ma temete solo quello che può mandare a perdizione la vostra anima e ricongiungere nell’ultimo Giudizio questa al risorto corpo, per gettarli nei fuochi d’Inferno. Non temete. Non si vendono forse due passeri per un soldo? Eppure, se il Padre non lo permette, non uno di essi cadrà nonostante tutte le insidie dell’uomo. Non temete dunque. Voi siete noti al Padre. Noti gli sono nel loro numero anche i capelli che avete sul capo. Voi siete dappiù di molti passeri! Ed Io vi dico che chi mi riconoscerà davanti agli uomini, anche Io lo riconoscerò davanti al Padre mio che è nei Cieli. Ma chi mi rinnegherà davanti agli uomini, anche Io lo rinnegherò davanti al Padre mio. Riconoscere qui è per seguire e praticare; rinnegare è per abbandonare la mia via per viltà, per concupiscenza triplice, o per calcolo meschino, per affetto umano verso uno dei vostri, contrari a Me. Perché ci sarà questo. Non pensate che Io sia venuto a mettere concordia sulla Terra e per la Terra. La mia pace è più alta delle calcolate paci per il barcamenare di ogni giorno. Non sono venuto a mettere la pace, ma la spada. La spada tagliente per recidere le liane che trattengono nel fango e aprire le vie ai voli nel soprannaturale. Perciò Io sono venuto a dividere il figlio dal padre, la figlia dalla madre, la nuora dalla suocera. Perché Io sono Colui che regna e ha ogni diritto sui suoi sudditi. Perché nessuno è più grande di Me nei diritti sugli affetti. Perché in Me si accentrano tutti gli amori sublimandosi, ed Io sono Padre, Madre, Sposo, Fratello, Amico, e vi amo come tale, e come tale vado amato. E quando dico: “Voglio”, nessun legame può resistere e la creatura è mia. Io col Padre l’ho creata, Io da Me stesso la salvo, Io ho il diritto di averla. In verità i nemici dell’uomo sono gli uomini oltre che i demoni; e i nemici dell’uomo nuovo, del cristiano, saranno quelli di casa, coi loro lamenti, minacce o suppliche. Chi però d’ora in poi amerà il padre e la madre più di Me non è degno di Me; chi ama il figlio o la figlia più di Me non è degno di Me. Chi non prende la sua croce quotidiana, complessa, fatta di rassegnazioni, di rinunce, di ubbidienze, di eroismi, di dolori, di malattie, di lutti, di tutto quello che manifesta la volontà di Dio o una prova dell’uomo, e con essa non mi segue, non è degno di Me. Chi tiene conto della sua vita terrena più di quella spirituale perderà la Vita vera. Chi avrà perduto la sua vita terrena per amore mio la ritroverà eterna e beata. Chi riceve voi riceve Me. Chi riceve Me riceve Colui che mi ha mandato. Chi riceve un profeta come profeta riceverà premio proporzionato alla carità data al profeta, chi un giusto come giusto riceverà un premio proporzionato al giusto. E ciò perché chi riconosce nel profeta il profeta è segno che è profeta lui pure, ossia molto santo perché tenuto fra le braccia dallo Spirito di Dio, e chi avrà riconosciuto un giusto come giusto dimostra di essere lui stesso giusto, perché le anime simili si riconoscono. Ad ognuno dunque sarà dato secondo giustizia. Ma a chi avrà dato anche un solo calice d’acqua pura ad uno dei miei servi, fosse anche il più piccolo e sono servi di Gesù tutti quelli che lo predicano con una vita santa, e possono esserlo i re come i mendicanti, i sapienti come coloro che non sanno nulla, i vecchi come i pargoli, perché in tutte le età e le classi si può essere miei discepoli chi avrà dato ad un mio discepolo anche un calice d’acqua in mio nome e perché mio discepolo, in verità vi dico che non perderà la sua ricompensa. Ho detto. Ora preghiamo e poi andiamo a casa. All’alba partirete e così: Simone di Giona con Giovanni, Simone Zelote con Giuda Iscariota, Andrea con Matteo, Giacomo d’Alfeo con Tommaso, Filippo con Giacomo di Zebedeo, Giuda mio fratello con Bartolomeo. Questa setti- mana così. Poi darò il nuovo ordine. Preghiamo». E pregano ad alta voce…

 

Tornando quindi sul mio commento iniziale, e cioè che ci si astiene dal frequentare la Chiesa per causa di un comportamento errato del sacerdote, ecco che Gesù ci dice proprio per certi casi, di non guardare l’uomo-sacerdote, ma di guardare lo scopo finale, e cioè quello della mia redenzione, io voglio salvarmi, io devo salvarmi, e non permetterò a uno, uso al malcostume di far perdere per sempre la mia anima. Io vado in chiesa per Amor di Dio e non per amore del sacerdote, quindi vedo il fine non il mezzo, devo vedere il messaggio non come si comporta il messaggero, egli darà conto quando sarà giunto il suo tempo, del suo modo di vivere e di agire, non spetta a noi giudicare nessuno. ma spetta a noi il santo desiderio della Salvezza Eterna.

Sia lodato Gesù Cristo

Amen

chi odia i preti non va a messa chi odia i preti non va a messa chi odia i preti non va a messa chi odia i preti non va a messa chi odia i preti non va a messa chi odia i preti non va a messa chi odia i preti non va a messa chi odia i preti non va a messa chi odia i preti non va a messa chi odia i preti non va a messa chi odia i preti non va a messa chi odia i preti non va a messa 

Porta Santa

Porta Santa

Porta Santa

La Porta santa della basilica di San Pietro, opera dello scultore Vico Consorti

La Porta santa è quella porta di una basilica che viene murata per essere aperta solo in occasione di un Giubileo.

Il rito più conosciuto del Giubileo è proprio l’apertura della porta. Hanno una porta santa le quattro basiliche papali di Roma, San Pietro, San Giovanni in Laterano,San Paolo fuori le mura e Santa Maria Maggiore.

Il rito della porta santa esprime simbolicamente il concetto che, durante il Giubileo, è offerto ai fedeli un “percorso straordinario” verso la salvezza.

La Basilica di Santa Maria di Collemaggio (L’Aquila) contiene la più antica Porta Santa del mondo.

 

Il lato interno murato della Porta Santa della Basilica di San Pietro in Vaticano

L’inizio ufficiale del Giubileo avviene con l’apertura della porta santa della basilica di San Pietro. Le porte sante delle altre basiliche vengono aperte nei giorni successivi. In passato la porta veniva smurata parzialmente prima della celebrazione, lasciando un diaframma che ilPapa rompeva con un martelletto; quindi gli operai completavano la demolizione. In occasione del Giubileo del 2000, invece, ilpapa Giovanni Paolo II ha introdotto un rito più semplice e immediato: il muro è stato rimosso in anticipo lasciando solo la porta chiusa, che il papa ha aperto spingendo i battenti. Le porte sante rimangono aperte (a parte la normale chiusura notturna) fino al termine dell’Anno santo, quindi vengono murate di nuovo. Papa Francesco in occasione del Giubileo Straordinario della Misericordia ha concesso l’apertura della porta santa anche nelle Chiese Cattedrali e ha concesso agli episcopi locali di individuarne anche altre in luoghi significativi per i fedeli.

Le altre porte sante

Anche varie chiese tradizionalmente meta di pellegrinaggi hanno porte sante concesse dal papa attraverso cui è possibile ricevere l’indulgenza plenaria: ad esempio la Cattedrale di Santiago di Compostela o anche la basilica di Santa Maria di Collemaggio a L’Aquila, la Cattedrale di Atri e la Basilica-cattedrale di Notre-Dame de Québec, in cui annualmente avvengono celebrazioni simili a quelle del Giubileo papale.

Apertura Porta Santa Papa Francesco

 

 

 

 

 

 

 

PORDENONE.La porta santa “maggiore”, nella diocesi di Concordia-Pordenone, sarà quella del duomo concattedrale San Marco, in città. Il vescovo Giuseppe Pellegrini la aprirà domenica 13 dicembre.
Darà così il via al giubileo straordinario, a livello locale, dopo l’apertura della porta santa di San Pietro, per mano del Papa, martedì 8 dicembre. In diocesi sono state individuate diverse chiese giubilari, nei luoghi più significativi, dai monti al mare, come diversi “giubilei dedicati” e progetti di solidarietà, anche nei confronti di ex detenuti e profughi; il sacerdote “missionario della misericordia” sarà don Andrea Vena.
Porta santa. Il giubileo della misericordia, in occasione del 50° anniversario della conclusione del Concilio Vaticano II, comincia l’8 dicembre e terminerà il 20 novembre 2016.
A livello diocesano, sacerdoti, diaconi, religiosi, membri dei consigli pastorali, laici e fedeli si troveranno domenica 13 dicembre alle 15 in città: il vescovo aprirà la porta santa in concattedrale San Marco, con processione dalla chiesa del Cristo.
Sarà il via ufficiale, a livello territoriale, dell’anno della misericordia.
Chiese giubilari. Sono nove e in tutte si terrà una cerimonia di apertura della relativa porta santa. Cattedrale di Santo Stefano, a Concordia Sagittaria: il 26 dicembre alle 15; abbazia di Sesto al Reghena: 30 dicembre alle 18.
Santuario di Madonna del Monte di Aviano: primo gennaio alle 16, giornata mondiale della pace. Santuario di Madonna di Rosa, a San Vito al Tagliamento: 10 gennaio alle 10; santuario di Madonna di Fatima di Portogruaro: 17 gennaio alle 18.30; chiesa parrocchiale di Claut: 3 luglio alle 11; chiesa parrocchiale di Clauzetto: 3 luglio alle 16; duomo di Valvasone: 17 marzo (solennità della Sacra Tovaglia); chiesa parrocchiale di Santa Maria Assunta di Bibione: 27 maggio alle 21.15.
Giubilei di categoria. Programmate una decina di celebrazioni giubilari, ispirate alle opere di misericordia, presiedute dal vescovo.
Il giubileo degli immigrati e profughi sarà il 16 gennaio alle 15 a Madonna Pellegrina, quello dei disabili l’8 settembre alle 15.30 a Madonna di Rosa; il giubileo dei malati si terrà in ospedale, quello dei detenuti in carcere. Il 7 febbraio, in San Marco, giubileo della vita consacrata, quello dei politici e amministratori, l’11 marzo alle 20.30 in duomo; il 12 marzo, giubileo dei giovani a San Vito, il 24 marzo per sacerdoti e diaconi, quello dei lavoratori il 30 aprile.
Il giubileo degli adolescenti è fissato per il 14 maggio, quello dei ragazzi del Grest il 15 luglio in seminario. I giovani, invece, sono invitati a partecipare alla Giornata mondiale della gioventù che si terrà, dal 19 luglio al 2 agosto, a Cracovia.
I propositi diocesani. La chiesa diocesana, come segno concreto della carità, ha scelto alcuni segni «ai quali andare incontro per esprimere la misericordia in un aiuto concreto».
Nelle chiese giubilari verrà indicata una cassetta per le offerte che saranno destinate a quattro progetti: il sostegno alla nuova missione diocesana in Mozambico, l’accoglienza dei profughi in diocesi, la prossimità con i cristiani di Terra Santa, la comunità Oasi per il reinserimento sociale degli ex detenuti.
I missionari. Il Papa ha auspicato l’indicazione di «missionari annunciatori della gioia del perdono. Si chieda loro di celebrare – ha scritto ai vescovi – il sacramento della riconciliazione per il popolo».
Papa Francesco, per la diocesi di Concordia Pordenone, ha nominato “missionario della

misericordia” don Andrea Vena, parroco di Bibione. Oltre che a svolgere servizio in diocesi avrà il compito di rispondere a quanti lo inviteranno: l’apertura della porta santa, infatti, «significa che si apre un cammino straordinario verso la salvezza».

Uomo… che vuol dire?

Uomo… che vuol dire?

Uomo... cosa vuol dire?

Uomo… cosa vuol dire?

Uomo – che vuol dire…

Gli “uomini” (diamo loro il titolo nobiliare secondo il loro concetto) non le curano queste parole. “Uomo” dovrebbe dire: “figlio di Dio, fatto a immagine e somiglianza del Padre nei pensieri, negli affetti, negli atti, negli impulsi, nei desideri”. I figli sono così.

Invece attualmente “uomo” vuol dire “l’animale più superbo, più vuoto, più crudele, più leggero, più contrario a Dio”.

Uomo uomo Uomo uomo Uomo uomo