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Gesù spiega perchè le malattie

Gesù spiega perchè le malattie

Gesù spiega perchè le malattie. Gesù inizia a parlare. «Si legge nel capo ottavo del secondo dell’Esdra quanto ora Io qui vi ripeto: “Giunto il settimo mese…” (Gesù mi dice: “Non mettere altro. Ripeto integralmente le parole del libro”). Quando è che un popolo rimpatria? Quando ritorna nelle terre dei suoi padri. Io vengo a riportarvi nelle terre del Padre vostro, nel Regno del Padre. E lo posso perché a tanto Io sono stato mandato.

Io vengo a portarvi perciò nel Regno di Dio, ed è perciò giusto equipararvi ai rimpatriati con Zorobabele in Gerusalemme, la città del Signore, ed è giusto fare con voi come Esdra lo scriba fece col popolo raccolto di nuovo fra le sacre mura. Perché ricostruire una città dedicandola al Signore, ma non ricostruire le anime che sono simili a tante piccole città di Dio, è stoltezza senza pari. Come ricostruire queste piccole città spirituali che tante ragioni hanno diroccato? Quali materie usare per farle solide, belle, durature? Le materie sono nei precetti del Signore. I dieci comandamenti, e voi li sapete perché Filippo, vostro figlio e mio discepolo, ve li ha ricordati. I due santi fra i santi precetti: “Ama Dio con tutto te stesso. Ama il prossimo come te stesso”. Questi sono il compendio della Legge. E questi Io predico, perché con essi è sicura la conquista del Regno di Dio. Nell’amore si trova la forza di conservarsi santi o di diventarlo, la forza del perdono, la forza dell’eroismo nelle virtù. Tutto si trova nell’amore. Non è la paura quella che salva. La paura del giudizio di Dio, la paura delle sanzioni umane, la paura delle malattie. La paura non è mai costruttiva. Essa scrolla, sgretola, scompagina, dirompe. La paura porta a disperazione, porta solo ad astuzie per celare il malfare, porta solo a temere quando ormai la tema è inutile perché il male è ormai in noi. Chi pensa, mentre è sano, ad agire con prudenza, per pietà del suo corpo? Nessuno. Ma appena il primo brivido di febbre serpeggia per le vene, o una macchia fa pensare a malattie immonde, ecco allora che viene la paura ad essere tormento aggiunto alla malattia, ad essere forza disgregatrice in un corpo che la malattia già disgrega. L’amore invece è costruttore. Esso edifica, solidifica, mantiene compatti, preserva. L’amore porta speranza in Dio. L’amore porta fuga dal malfare. L’amore porta a prudenza verso la propria persona, che non è il centro dell’universo, come lo credono e lo fanno gli egoisti, i falsi amorosi di se stessi perché amano una parte sola, quella meno nobile, a scapito della parte immortale e santa, ma che è sempre doveroso conservare sana fino a che a Dio non piacerà il contrario, per essere utili a se stessi, ai parenti, alla propria città, alla nazione tutta. É inevitabile che vengano le malattie. Né è detto che ogni malattia sia prova di vizio o di punizione. Vi sono le sante malattie mandate dal Signore ai suoi giusti perché nel mondo, che fa di se stesso il tutto e il mezzo del godimento, vi siano i santi che sono come ostaggi di guerra per la salvezza degli altri, e pagano di persona perché sia espiata con la loro sofferenza la dose di colpa che il mondo giornalmente accumula e che finirebbe a crollare sull’umanità, seppellendola sotto la maledizione sua. Vi ricordate del vecchio Mosè orante mentre Giosuè combatteva in nome del Signore? Dovete pensare che chi soffre con santità dà la più grande battaglia al feroce guerriero che sia nel mondo, nascosto sotto apparenze di uomini e popoli, a Satana, il Torturatore, l’Origine di ogni male, e si batte per tutti gli altri uomini. Ma quanta differenza tra queste sante malattie che Dio manda e quelle che sono mandate dal vizio per un peccaminoso amore verso il senso! Le prime, prove della volontà benefica di Dio; le seconde, prove della corruzione satanica. Perciò bisogna amare per essere santi, perché l’amore crea, preserva, santifica. Io pure, annunciandovi questa verità, vi dico, come Nehemia ed Esdra: “Questo giorno è consacrato al Signore Iddio nostro. Non fate lutto, non piangete”. Perché ogni lutto cessa quando si vive il giorno del Signore. La morte cessa la sua asprezza perché da perdita di un figlio, di uno sposo, di un padre, madre o fratello, diviene momentanea e limitata separazione. Momentanea perché con la nostra morte cessa. Limitata perché si limita al corpo, al senso. L’anima nulla perde con la morte del parente estinto. Ma anzi non ne è limitata la libertà che a una delle parti: la nostra di superstiti con l’anima ancora serrata nella carne, mentre l’altra parte, quella già passata alla seconda vita, gode della libertà e della potenza di vegliarci e di ottenerci più, molto più di quando ci amava dalla carcere del corpo. Io vi dico, come Nehemia ed Esdra: “Andate a mangiare pingui carni e a bere dolce vino, e mandatene delle porzioni a quelli che non ne hanno, perché è giorno santo al Signore e perciò nessuno deve soffrire in esso. Non vi attristate, perché il gaudio del Signore, che è fra voi, è la forza di chi riceve la grazia del Signore altissimo fra le proprie mura e nei propri cuori”. Voi non potete più fare i Tabernacoli. Il loro tempo è passato. Ma alzatene di spirituali nei cuori. Salite sul monte, ossia ascendete verso la Perfezione. Cogliete rami d’ulivo, di mirto, di palma, di quercia, d’issopo, di ogni pianta più bella. Rami delle virtù di pace, di purezza, di eroismo, di mortificazione, di fortezza, di speranza, di giustizia, di tutte, tutte le virtù. Ornatevi lo spirito celebrando la festa del Signore. I suoi Tabernacoli vi attendono. I suoi. E sono belli, santi, eterni, aperti a tutti coloro che vivono nel Signore. E insieme con Me, oggi, proponete di fare penitenza sul passato, proponete di prendere una vita nuova. Non temete del Signore. Egli vi chiama perché vi ama. Non temete. Siete suoi figli come ognun d’Israele. Anche per voi Egli ha fatto il Creato e il Cielo, ha suscitato Abramo e Mosè, e aperto il mare, e creata la nuvola di guida, ed è sceso dal Cielo per dare la Legge, e ha aperto le nubi perché piovessero manna, e rese feconde le rupi perché dessero acqua. Ed ora, oh! che ora anche per voi manda il vivo Pane del Cielo alle vostre fami, manda la vera Vite e la Fonte di Vita eterna alle vostre seti. E per mia bocca vi dice: “Entrate a possedere la Terra sulla quale Io ho alzato la mano per darla a voi”. La mia spirituale Terra: il Regno dei Cieli». 7La folla si scambia parole entusiaste… Poi ecco i malati. Tanti. Gesù li fa allineare su due file e, mentre ciò si fa, chiede a Filippo di Arbela: «Perché non li hai guariti tu?». «Perché essi abbiano ciò che io ho avuto: la guarigione per mezzo tuo». Gesù passa benedicendo uno per uno i malati, ed è il solito prodigio che si ripete di ciechi che vedono e sordi che odono, muti che parlano, rattrappiti che si raddrizzano, febbri che cadono, debolezze che cessano.